Parliamo un po' di economia, visto che negli utlimi tempi mi sono perso dietro alle questioni di teoria sociologica. Ho ripreso un articolo che ho scritto qualche settimana fa per un sito di discussione di estrema sinistra, che prende siti da un po' tutte le parti ma che appunto prende anche roba espressa. Non si fa tanti problemi e quindi prende anche i miei... L'ho rivisto quà e là giusto per esplicitare alcune cose, così che si può anche evidenziare meglio le strutture inferenziali del discorso, le quali, come già accennato nei post precedenti, rendono possibile la critica da un lato e la connessione di altre comunicazioni dall'altro, cioè, in poche parole, il senso.
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Prendo spunto per scrivere questo
articolo dagli sviluppi della posizione politica dell’ex ministro delle finanze
greco Yanis Varoufakis e di esponenti della sinistra un po’ in tutta Europa, a
cominciare da Stefano Fassina. Sono sempre di più, chi più chi meno e chi per
ragioni più o meno nobili od opportunistiche, quelli che dopo i fatti della
Grecia cominciano a prendere una posizione più esplicita contro i meccanismi
deflazionistici e antidemocratici della moneta unica. E’ di questi giorni la
notizia che Varoufakis stia mettendo su, insieme, intanto, all’ex capo dell’FMI
Strauss Kahn[1], una
sorta di gruppo di opinione di ambito europeo, con l’obiettivo di creare una
coalizione trasversale che sia capace di opporsi all’egemonia dei paesi del
nord Europa, con in testa ovviamente la Germania, nella gestione della crisi
economica europea.
Purtroppo gli elementi di novità
sembrano in realtà essere molto pochi. Il fatto è che la posizione economica da
loro espressa continua a rimanere alquanto ambigua e indeterminata. Stanno
raccogliendo favori e opinioni, come appunto l’intervento di Fassina sul blog
di Varoufakis[2] qualche
giorno fa, e quello di Tremonti e Paolo Savona[3],
ognuno dei quali ha in realtà idee alquanto differenti sul da farsi. Per ora la
prospettiva sembra quindi essere quella di fare da catalizzatore di opinioni di
posizioni critiche verso la moneta unica e/o la sua gestione a guida tedesca.
Il limite principale è che Varoufakis e
Strauss Kahn sembrano ancora ragionare nell’ottica del ‘un altro euro è
possibile’. Basterebbe convincere la Germania e suoi satelliti ad essere più
espansivi economicamente, e più lassisti riguardo alla ristrutturazione dei
debiti pubblici. A questo proposito i problemi sono essenzialmente due. Primo, queste
tesi sembrano non prendere sufficientemente in considerazione l’identità tra
interessi politico-economici dei paesi attualmente esportatori e le strutture
caratterizzanti dell’euro. Storici e politologi sono in realtà concordi nello
spiegare l’adozione della moneta unica in base all’idea francese di limitare l’impatto
internazionale delle politiche monetarie ed economiche tedesche, attraverso lo
spostamento delle decisioni in un ambito collegiale come sarebbe dovuto essere
quello della Bce, a patto però di sancire la superiorità del modello tedesco di
disciplina fiscale e salariale; i paesi che ne hanno tratto più vantaggio però,
sono stati invece i paesi che fondavano la crescita economica sui surplus
esteri e sul contenimento della domanda interna. Secondo, quello di cui almeno
per ora sembrano essere carenti è paradossalmente anche proprio di un coerente
quadro economico in cui schematizzare i deficit strutturali della moneta unica
e i suoi possibili aggiustamenti pur in una posizione di riforma dell’euro. Con
questo non intendo dire che Varoufakis e Fassina siano inconsapevoli del fatto
che i problemi siano quelli appena accennati, anzi. Rimane il punto che a
livello programmatico manca ancora un chiaro schema macroeconomico in cui
collocare le varie politiche necessarie alla ripresa dello sviluppo.
Quanto espongo in questo articolo non è
di alcuna novità. Mette insieme infatti i contributi che negli ultimi anni
hanno contribuito alla discussione italiana che mi sembra siano rimasti però eccessivamente
sparsi, proposti da, in ordine alfabetico: Massimo Amato[4],
Alberto Bagnai[5],
Leonardo Becchetti[6],
Emiliano Brancaccio[7], Sergio
Cesaratto[8]
e Luca Fantacci[9]. Seguo
infatti lo schema esposto da Becchetti sui prerequisiti della soluzione della
crisi, aggiungendo e correggendo diverse cose, prese dalle riflessioni degli
altri autori.
In sostanza, quanto segue è ciò che dal
punto di vista strettamente economico, in base ormai ad una consolidata
analisi, dovrebbe essere il minimo indispensabile al fine di rendere quantomeno
più sostenibile e costruttivo l’euro che abbiamo, cioè senza il ‘Più Europa’
dei trasferimenti fiscali - o più probabilmente dell’ulteriore accentramento non
democratico dei poteri decisionali in ambito economico (come sembra si
accingano invece a fare gli organismi europei, ispirandosi ad un ‘federalismo
dell’austerità’ istituendo un ministero del tesoro europeo con potere di veto
sulle decisioni dei ministeri e parlamenti nazionali). Dall’altro lato, l’autonomia
della politica monetaria e fiscale dei singoli stati rimarrebbe menomata come
adesso, ma si potrebbe quantomeno avere degli argomenti in base ai quali
pretendere di non vederla ridurre ulteriormente.
1 –
Nei rapporti delle ‘Procedure per deficit eccessivo’ sono entrati dal 2012 nel dibattito
anche gli squilibri commerciali. Si tratta però di un fallimento colossale. E’
previsto infatti che i deficit commerciali siano limitati entro il 3% del Pil
del singolo paese, mentre i surplus possono arrivare al 6% del Pil, prima di
prevedere delle sanzioni. Un trattato che quindi non riconosce la natura
simmetrica del rapporto commerciale, e che è di fatto ritagliato sulla
Germania, il cui surplus in ogni caso si aggira adesso attorno al 7,5%, senza
che nessuno batta ciglio (anche l’Olanda aveva un surplus del 10% del Pil, che
però essendo minore in termini assoluti creava meno problemi a livello europeo,
ma non era meno grave). Sarebbe ovviamente indispensabile che anch’essi tornino
a un più ragionevole 2-3%, come avanzato dall’idea di External Compact di
Bagnai. Questo dovrebbe essere il primissimo punto di discussione di ogni idea
di riequilibrio macroeconomico europeo, poiché com’è noto è da qui che hanno
origine i problemi della crisi europea. Ciò tuttavia potrebbe non essere
sufficiente nel breve periodo, né rappresenterebbe, se preso da solo, un quadro
di riferimento più complessivo per una sinistra che voglia quantomeno esistere
e dire qualcosa.
2
–
il secondo punto è quello su cui insiste molto Becchetti, ripreso dalla
proposta di Charles Wyplosz di piano P.A.D.R.E., Politically Accettable Debt Restructuration in Eurozone[10].
Questo consisterebbe in sostanza di una forma di Quantitative Easing che però
non si limiti a rinforzare i bilanci delle banche consentendoli di tornare a
imbottirsi di migliaia di miliardi di titoli finanziari di dubbio valore, ma
che abbia un senso compiuto. La Bce dovrebbe comprare titoli degli stati in
proporzione alla quota detenuta da ogni Banca nazionale, e riassorbire
successivamente la base monetaria creata emettendo nuovi titoli della Bce.
Questo, oltre a far abbassare la spesa per interesse degli stati, in
particolare via via che i prestiti vengono rinnovati, farebbe guadagnare un
reddito da signoraggio alla Bce sulla differenza di rendimento tra i titoli di
stato e i suoi, da girare poi ai
governi. I governi possono utilizzare questa cifra per ridurre il proprio debito
in pancia alla Bce, oppure utilizzarne una parte in vista di determinati
obiettivi di spesa. Per esempio, nell’ottica di un QE condizionato, potrebbero
destinarli anche a ridurre la massa enorme di indebitamento privato
condizionando successivamente i fondi Bce a una riduzione degli attivi
finanziari complessivi e sostituendoli utilmente con degli investimenti reali.
3
–
Il terzo punto consiste nella ‘Modesta proposta’ di Varoufakis e James
Galbraith[11], in
parte complementare, in parte sostitutiva della proposta al punto precedente.
Questa mira a costituire una spesa per investimenti a livello europeo. Invece
che mirare alla riduzione del debito pubblico, come nel meccanismo del piano PADRE,
Varoufakis proponeva una sorta di QE in cui la Bce invece di fare operazioni di
mercato aperto, comprasse direttamente dalla BEI, la Banca Europea per gli
Investimenti, i titoli emessi rappresentativi dei suoi progetti di investimento
a livello europeo. Una strategia che amplificherebbe enormemente la potenza del
debole Piano Juncker. Si tratterebbe inoltre di uno strumento fattibile in
quanto perfettamente coerente con l’idea di Mario Monti di non calcolare gli
investimenti nel conteggio del debito (anche questa evidentemente caduta nel
vuoto).
4 –
Una tassa sulle transazioni finanziarie, come quella avanzata dalla campagna
ZeroZeroCinque, del valore appunto dello 0,05 percento sulle compravendite di
titoli. Questa, secondo gli studi, porterebbe un guadagno di quasi 40 miliardi
di euro all’anno a livello europeo, senza di fatto essere di alcun peso per gli
investitori (lo 0,05 è infatti una cifra insignificante rispetto alle
commissioni che spettano alle banche di investimento quando mobilitano e
smobilitano gli investimenti) e quindi disincentivando esclusivamente gli
scambi a scopo meramente speculativo di brevissimo periodo e l’accumulazione di
attivi non produttivi.
Questi ultimi punti 3 e 4, vanno messi
in relazione con il ruolo dei fondi strutturali che la comunità europea
destinava ai paesi che necessitano di investimenti e modernizzazione delle
infrastrutture. Il sociologo Wolfgang Streeck mostra nel suo libro ‘Tempo
guadagnato’ come con l’instaurazione della moneta unica questi fondi siano
stati progressivamente ridotti, con la precisa prospettiva che il loro ruolo
negli investimenti pubblici e privati avrebbe dovuto essere sostituito dai ‘più
efficienti’ movimenti di capitali privati. Si tratterebbe perciò di ribilanciare
il ruolo dei due meccanismi, laddove la tassa sulle transazioni finanziarie
fornirebbe appunto una fonte di finanziamento aggiuntiva a tali Fondi per
progetti europei e Fondi strutturali, tra i cui obiettivi rientrano anche la
lotta alla povertà e per la tutela ambientale.
5
–
L’armonizzazione fiscale. Riprendo qui l’intero punto scritto in maniera
efficace dall’Appello di Becchetti: “Forte impegno verso l’armonizzazione
fiscale e la riduzione delle forchette eccessive nelle aliquote nazionali sulle
imprese che producono elusione fiscale e spostamento dei profitti alterando le
stesse statistiche sulla crescita. Paradisi fiscali interni all’Unione non
potranno essere più tollerati e le pratiche più aggressive andranno considerate
alla stregua di aiuti di Stato (come sembra iniziare ad essere l’orientamento
comunitario nei recentissimi casi di Apple e Fiat)”.
6 – Da ultimo, ma
probabilmente più importante di tutti per importanza sistemica e politica, sarebbe
indispensabile porre, in coerenza con i meccanismi precedenti in vista di una
prospettiva di riequilibrio macroeconomico europeo, ma di sinistra, che sia
cioè al rialzo non al ribasso e che abbia quindi in mente l’idea di autonomia
economica delle persone, l’istituzione di uno ‘Standard retributivo europeo’ sulla linea di quello proposto da
Emiliano Brancaccio[12].
Questo consisterebbe essenzialmente nell’agganciare la retribuzione dei
lavoratori all’andamento della produttività del paese di riferimento, ma con
delle differenziazioni in base alle bilance commerciali, che prevedano
superamenti dell’incremento della produttività per i paesi in surplus, e
rallentamenti rispetto alla produttività per quelli in deficit (se per esempio in
entrambi i paesi la produttività crescesse del 3% l’anno, allora nei paesi in
surplus i salari dovranno crescere per esempio del 3,5% o del 4%, fino a che non siano riassorbiti le
eccedenze commerciali, o non siano almeno rientrate nel livello del 2-3%
previsto dall’External Compact sopra citato, mentre in quelli in deficit con
l’estero dovrebbe aumentare ad un ritmo minore, per esempio al 2% - ricordiamo
incidentalmente che negli anni dell’euro in Grecia la produttività cresceva a
ritmi tra i più alti in Europa).
Lascio naturalmente decidere al lettore
quanto queste posizioni, che, ricordiamo, non comporterebbero il ‘Più Europa’
dell’integrazione fiscale e dei trasferimenti, siano comunque politicamente
accettabili da quei paesi ‘virtuosi’ che, come Germania, Olanda e Finlandia,
basano la propria economia sulla domanda degli altri paesi e quindi su
sistematici surplus commerciali; nonché quanto la sinistra degli altri paesi in
maggiore difficoltà possa essere sufficientemente consapevole della forza dei
processi di divergenza all’interno dell’Eurozona. Già anche solo il fatto che dopo
cinque anni si stia ancora aspettando il permesso per non contabilizzare nel
debito gli investimenti pubblici, oppure che la proposta di Varoufakis non avesse
mai guadagnato la benché minima dignità di entrare nella discussione, pur
essendo solamente uno dei punti suddetti, e quello inoltre più accettabile e
meno politicamente problematico, avrebbero dovuto già da tempo farci
comprendere che tali programmi non sono intesi al modo in cui dovrebbero
essere, cioè come un semplice e necessario complemento di buon senso alla
tenuta dell’eurozona, ma vengono percepiti di fatto come un inaccettabile
rovesciamento di centottanta gradi rispetto alla concezione politico-macroeconomica
di cui l’euro costituisce l’essenziale dispositivo disciplinante e deflattivo.
E’ per questo che la sinistra negli ultimi vent’anni ha dovuto in un certo
senso dimenticarsi dell’ovvietà di tali complementi di riequilibrio
macroeconomico, dal momento che il centrosinistra per rendersi credibile di
fronte al travolgente ritorno delle concezioni macroeconomiche neoclassiche,
vincenti ai vertici delle istituzioni monetarie e finanziarie, non è riuscito ad
opporre idee alternative rispetto a quelle che vedevano nella disciplina
salariale e fiscale, nella libertà di movimento dei capitale e nella
concorrenza fiscale, i principali mezzi per la stabilità finanziaria e
macroeconomica. Il punto è però che il solo modo affinché possa avere un
qualche senso la frase ‘un altro euro è possibile’, non uno solo dei punti sopra elencati dovrebbe mancare per considerare
accettabile l’integrazione monetaria, in quanto si tratta di un programma in
realtà minimale, un programma che fa perno sul garantire meccanismi di aggiustamento
attraverso strumenti di mercato, al posto dei più politicamente problematici trasferimenti
fiscali. Anche perché da questi punti mancano di fatto i tre elementi intrinseci
e quindi irriformabili dell’euro, e che sono quelli che, applicati a paesi molto
diversi tra loro, hanno più di tutti contribuito a che gli squilibri commerciali
si trasformassero in un caos finanziario: l’abolizione dei rischi di cambio, un
unico tasso di interesse e la completa libertà di movimento dei capitali. Si
suppone che le strategie elencate limitino l’impostazione deflazionistica e
trainata dalla finanza privata dell’unione monetaria, ma non è detto che in
tale contesto anche asimmetrie più piccole possano nuovamente produrre enormi
problemi. In tal caso, la lettera di Fassina diventa di gran lunga la più
razionale e realistica, e l’alternativa non può che essere quella da tempo
avanzata da Bagnai: un ritorno gestito e consensuale a delle nuove monete
nazionali, e ad un sistema di cambi aggiustabili più simile ad un nuovo SME, ma
in cui si sia finalmente imparata la lezione dell’importanza dei tassi di cambio
e degli squilibri commerciali, nonché di una politica monetaria coerente con le
diversità tra i singoli sistemi economici. Dopodiché, ma solo dopo, si potrebbe
ragionare se e come intraprendere una nuova direzione politico-economica verso
cui avanzare. Questa potrebbe finalmente essere quella First-Best, della moneta ‘Comune’ (nel senso di non unica) proposta
da Amato e Fantacci, da Sapir, Lordon e da altri[13],
in cui un ipotetico euro esisterebbe solo come unità di conto con cui regolare esclusivamente
gli scambi internazionali in una camera di compensazione a livello europeo, e
in cui gli attivi ivi accumulati non sarebbero convertibili e scambiabili sui
mercati
finanziari europei. Saremo forse nel 2050.
[1] Eugenio Occorsio, Varoufakis e Straussa Kahn. La strana coppia
che sfida l’Europa, LaRepubblica, 26 Luglio. http://www.repubblica.it/economia/2015/07/26/news/varoufakis_strauss-kahn_economisti_euro_grecia-119864315/?ref=search
[4]
Amato M. e Fantacci L., Salvare il mercato dal capitalismo,
Donzelli, 2012. Amato M. e Fantacci L., Back to which Bretton Woods? Liquidity and
clearing as alternative principles for reforming international money,
Cambridge
Journal of Economics (2014) 38 (6): 1431-1452. http://cje.oxfordjournals.org/content/38/6/1431.abstract
[5]
Bagnai, A., Un external compact per
rilanciare l’Europa, A/simmetrie, on-line. http://www.asimmetrie.org/wp-content/uploads/2014/05/AsimmetrieWP0114.pdf.
Id., Il tramonto dell’Euro,
Imprimatur, 2012; id., L’Italia può
farcela, Il saggiatore, 2014.
[6]
Becchetti L., Appello: L’Italia chieda
una “Bretton Woods” per l’eurozona, http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/2014-/10/05/litalia-promuova-una-bretton-woods/.
Id., La tassa sulle transazioni
finanziarie. Una questione di civiltà, 2010, http://www.benecomune.net/news.interna-.php?notizia=1213
; Becchetti L.,Tassare le attività
finanziarie. Ecco perché, http://www.gustavopiga.it/2011/leonardo-becchetti-tassare-le-attivita-finanziarie-ecco-perche/;
Becchetti L., Appello: L’Italia chieda una “Bretton Woods” per l’eurozona, http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/2014/10/05/litalia-promuova-una-bretton-woods/.
[7] Brancaccio, E., Crisi dell’unità europea e standard retributivo, Diritti, lavori, mercati, 2, 199-214, (2011).
http://csdle.lex.unict.it/archive/uploads/up_680855042.pdf
[8]
Cesaratto S., The implications of TARGET2 in the European balance of payment crisis
and beyond, Quaderno del dipartimento di economia e statistica, n. 681,
2013, http://www.deps.unisi.it/sites/st02/files/allegatiparagrafo/11-10-2013/681.pdf
[9] Fantacci L. Target 3 come soluzione possibile agli squilibri europei, speech paper, http://www.unibocconi.it/wps/wcm/connect/52bf674f-0f4e-41a2-b955 e4e6be50b108/Luca+Fantacci.pdf?MOD=AJPERES. Id. Reuniting the monetary union: a proposal to counter the eurozone’s imbalances, OpenDemocracy.net, 4 Marzo, 2014: https://www.opendemocracy.net/ourkingdom/luca-fantacci/reuniting-monetary-union-proposal-to-counter-eurozone%E2%80%99s-imbalances. Fantacci L. e Papetti A., Il debito dell'Europa con se stessa. Analisi e riforma della governance europea di fronte alla crisi, Costituzionalismo, n.2, 2013, on-line: http://www.costituzionalismo.it/articoli/446/
[11] Varoufakis Y. e Galbraith J., Una modesta proposta, Asterios, 2015.
[12]
Sempre Brancaccio 2011, cit.
[13]
Bruni F. e
Papetti A., Bringing Money Back to the
Real Economy: Room for a TARGET3, Macrorisk assessment policies, 2012. http://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/bruni_papetti_t3.pdf.
L’articolo di frederic Lordon in https://irradiazioni.wordpress.com/2013/08/27/uscire-dalleuro-ma-come-il-punto-di-vista-di-frederic-lordon/.
Jacque Sapir ha espresso la sua idea dapprima nel volume Bisogna uscire dall’euro?, Ombre corte, 2012, e poi in numerosi
interventi sul suo blog e altrove. Molti dei quali tradotti dal sito Voci
dall’Estero.