lunedì 2 novembre 2015

Regole costitutive e nuclei semantici



Dopo un po' di tempo, riscrivo perché volevo provare a mettere un attimo nero su bianco un'idea che mi è venuta qualche giorno fa.. Sempre a tema teoria sociologico-culturale. Niente di trascendentale in realtà, ma nondimeno un'idea secondo me non molto diffusa in letteratura, specie nelle applicazioni sociologiche.
  La questione è quella delle 'regole costitutive' di wittgensteiniana memoria.
In realtà questa nozione non è stata coniata da Wittgenstein, ma è succcessiva - anche se obiettivamente non ho fatto una ricerca per individuarne la paternità. Sicuramente le origini più significative sono quelle di John Rawls, in uno dei suoi primi articoli (appunto 'Two concepts of rules'), e John Searle, in Atti linguistici ma sopratutto successivamente quando ha cominciato ad occuparsi di 'oggetti sociali e istituzioni'.
Secondo, insomma, questa linea di pensiero, gli oggetti sociali, nel senso delle strutture sociali in quanto forme condivise di agire reciproco, sono fondate su Regole Costitutive, le quali sono costitutive, e sono regole, in quanto definiscono una specifica forma di interazione rendendola distinguibile dalle altre. Quando si può dire che stiamo giocando a scacchi, o cucinando la amatriciana, e quando invece no, e quando invece lo stiamo facendo ma lo stiamo facendo male.
  La nozione di regola costitutiva si è affermata proprio con lo scopo di distinguerla da quella di 'regola regolativa'. La prima serve a definire e costruire un 'gioco linguistico', a costituirlo nella sua particolarità in quanto quella specifica pratica, cioè distinguibile da altri tipi di interazione e pratica sociale;  l'altra sarebbe quindi secondaria relativamente alla sua identità, e servirebbe a 'regolarlo'.
  Questa distinzione sebbene a prima vista intuitiva, e in buona parte accettata, ha dato vita comunque ad un discreto dibattito, sopratutto all'interno della filosofia del diritto. Una regola regolativa è infatti accessoria? o si può invece dire che non può esistere comunque un oggetto sociale che dopo essere stato reso identitifcabile e distinguibile non sia al tempo stesso, e quasi nello stesso momento, anche regolato, perfezionato, migliorato, ordinato? Da questo punto di vista (sinceramente ora fare degli esempi mi fa un po' fatica, ma ce ne sarebbero numerosissimi) anche le regole regolative sarebbero parimenti essenziali, coessenziali e compresenti a quelle costitutive..
  In ogni caso, non vorrei addentrarmi troppo in un dibattito che nonostante la sua importanza e la sua pertinenza con quello che ho cercato di spiegare negli altri post riguardo alla mia idea di teoria sociologica, non ho approfondito adeguatamente (e infatti non sono sicuro che quella che ho detto sia la critica principale alla distinzione). Volevo solo dare per il momento questo contributo:
  La costitutività di una regola basilare alla costruzione di un oggetto condiviso, cioè basato su un complesso, una rete, un sistema di significati condivisi, condivisi anche nel senso minimale di 'presupposti in comune', sarebbe possibile porla su un continuum relativo alle parti centrali del campo semantico o a quelle periferiche. Le regole riguardo a ciò che ci deve obbligatoriamente essere in una situazione, e che bisogna fare (sempre in termini astratto-tipologici), per fare in modo che siano suscettibili di essere riconoscibili per fare identificare un contesto e una situazione, sono quelle, insomma, che occupano la parte centrale dell'intensione di un concetto, di un termine definitorio che identifica una prassi in quanto oggetto sociale. Esse riflettono, costituiscono, il nucleo del campo semantico. Per esempio, perché si possa parlare di "andare al pub" ci deve sicuramente essere un pub, cioè un locale, aperto tendenzialmente la sera dopo cena, poco illuminato, in cui si va tendenzialmente in  compagnia e in buon umore, che servono degli alcolici, e i cui gestori e inservienti accettano la definizione di pub orientando a questo idealtipo la loro azione lavorativa e relazionale sul luogo di lavoro. Questo e altri sono elementi essenziali, regolati da un sistema di inferenze che definisce e regola, sistemizza, gli elementi basilari per la sua identitità costitutiva, che consente appunto di differenziarlo tra andare al bar, andare al cinema, andare alla casa del popolo, andare a un 'concertino' ecc.. Ci sono poi tutta un'altra serie di elementi e caratteristiche che pur non essendo semplicemente contingenti (come potrebbe esserlo per esempio il fatto che la sera successiva il cameriere è invecchiato di un giorno, e che in generale il mondo non è mai lo stesso in tutto e per tutto come nel caso si fantasticasse di delle descrizioni completamente idiogradiche e nominalistiche, così che quella che una sera abbiamo chiamato birra rossa la sera dopo debba avere un altro nome), sono nondimeno non essenziali: banalmente, il fatto che ci siano pub che si rifacciano a clienti e stili differenti, implica che si debbano seguire delle regole di comportamento specifiche, che riflettono una diversa serie di inferenze che si collocano ad un livello periferico riguardo all'indicazione delle azioni e comunicazioni più caratterizzanti e, appunto, costitutive di quel sistema sociale, ma che sono indispensabili e costitutive della differenza tra 'quel' pub e un altro pub; o magari tra l'andarci alle undici e l'andarci alle quattro, in cui vigono diverse regole e diversi gradi e ambiti di libertà.
  Un altro esempio potrebbe essere quello del 'debito'. Per il quale si aprono poi degli interessanti interrogativi per l'ontologia sociale e sul ruolo della conoscenza in essa. Mi spiego, innanzitutto possiamo dire che nel concetto di debito, vi occupa un posto sicuramente eesenziale, la fornitura di una somma di denaro ad un soggetto da parte di un altro soggetto. La costituzione di un contratto in cui 'qualcuno' è un debitore e qualcuno è un debitore. Si potrebbe forse dire di più, ma la questione diventa in realtà più complicata. Infatti, si direbbe che la presenza di una scadenza per la restituzione sia un elemento centrale, ma seguendo gli studi di Amato e Fantacci che ora non posso riassumere, si può notare invece che sebbene ci possa dover essere una scadenza per il primo debitore ma che nel complesso del cumulo di debito aggregato possa non esserci scadenza ma solo continuo rinnovamento. A sua volta quindi, il debitore non è sempre indispensabile definire il modo e i tempi in cui deve pagare, nè magari chi deve pagare, in quanto potrebbe esserci sempre un' anima buona (al limite la Banca centrale) che si accolla il debito. A sua volta il primo creditore può trovare qualcuno a cui vendere il titolo, l'attivo. La scambiabilità del contratto ne diminuisce le caratteristiche salienti. Ma d'altronde Amato e Fantacci rivendicano giustamente l'ipotesi che in tal caso non si trati di veri e propri 'debiti' ma di titoli finanziari in cui i criteri di rilevanza organizzati e impostati dal sistema finanziario che li tratta, ne modifica le proprietà ritenute essenziali alla caratterizzazione dell'oggetto come un debito. Per il sistema finanziario lo è, e la scadenza a livello aggregato e l'impersonalità di debitore e creditore non sono caratteristiche rilevanti. Per altri invece lo è perché fra il livello personale e quello aggregato vi è uno iato.
   In questo senso regole regolative e costitutive non sono una dicotomia ma si collocano su un continuum. Allo stesso modo ci sono regole regolative più essenziali di altre. E' più difficile dire lo stesso delle regole costitutive in quanto, per definizione, dovrebbero essere presenti tutte quante. 
   Ma per agganciarlo al discorso della critica, va notato che anche le regole regolative definiscono l'azione, o mrglio ne costituiscono un elemento importante, nella misura in cui hanno a che fare con la pretesa di giustificabilità morale della prassi e delle inferenze. Cioè, nel mondo sociale, il perfezionamento regolativo di una prassi pur non essendo costitutivo a livello cognitivo per il riconoscimento della specifica prassi, può essere parte essenziale invece della definizione e accettabilità-riproducibilità della prassi: un pub, così come un debito, non può essere ed istituirsi in maniera indifferente rispetto alle pretese etiche dei soggetti coinvolti. Per questo motivo, sebbene caratteristiche apparentemente periferiche, le manifestazioni di coerenza o incoerenza con alcuni ideali normativi ha invece un ruolo fondamentale. Si potrebbe forse dire che questi ideali regolativi sono abbastanza generali e corrispondono in buona parte alle norme legali al cui rispetto sei obbligato per esempio per aprire un pub o un ristorante, e per questo sono sicuramente essenziali ma non sufficienti a cartterizzare una prassi, dato che devono essere soddisfatte da tante prassi sociali differenti. Ma in effetti anche qui si può discutere in quanto riconosciamo un ristorante in Indonesia anche quando non si attiene minimamente alle norme etiche che noi riterremmo essenziali. Ma essenziali per la sua riproduzione legittima qui da noi, non tanto per la possibilità di riconoscere e distinguere il tipo di pratica. (Ma anche qui siamo al limite: quando vediamo che il cuoco sputa nella pentola, noi ci alziamo e andiamo via, cioè in qualche modo implicitamente gli neghiamo la pretesa di essere un ristorante, cioè di servire dei pasti a pagamento: "quello non è un ristorante, è una congrega di sudici!")
   Ma su tutto questo dovremo ritornare... (in ogni caso, il riferimento è a Honneth, Il diritto della libertà)

Bibliografia (futura):
Searle: Creare il mondo sociale
Rawls: Two concepts of rules
Roversi: Costituire. Uno studio di ontologia sociale
               Pragmatica delle regole costitutive
Brandom?:

giovedì 1 ottobre 2015

“UN ALTRO EURO E’ POSSIBILE”? PER LA SINISTRA PUO’ VOLER DIRE UNA COSA SOLA


Parliamo un po' di economia, visto che negli utlimi tempi mi sono perso dietro alle questioni di teoria sociologica. Ho ripreso un  articolo che ho scritto qualche settimana fa per un sito di discussione di estrema sinistra, che prende siti da un po' tutte le parti ma che appunto prende anche roba espressa. Non si fa tanti problemi e quindi prende anche i miei... L'ho rivisto quà e là giusto per esplicitare alcune cose, così che si può anche evidenziare meglio le strutture inferenziali del discorso, le quali, come già accennato nei post precedenti, rendono possibile la critica da un lato e la connessione di altre comunicazioni dall'altro, cioè, in poche parole, il senso.
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    Prendo spunto per scrivere questo articolo dagli sviluppi della posizione politica dell’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis e di esponenti della sinistra un po’ in tutta Europa, a cominciare da Stefano Fassina. Sono sempre di più, chi più chi meno e chi per ragioni più o meno nobili od opportunistiche, quelli che dopo i fatti della Grecia cominciano a prendere una posizione più esplicita contro i meccanismi deflazionistici e antidemocratici della moneta unica. E’ di questi giorni la notizia che Varoufakis stia mettendo su, insieme, intanto, all’ex capo dell’FMI Strauss Kahn[1], una sorta di gruppo di opinione di ambito europeo, con l’obiettivo di creare una coalizione trasversale che sia capace di opporsi all’egemonia dei paesi del nord Europa, con in testa ovviamente la Germania, nella gestione della crisi economica europea.
    Purtroppo gli elementi di novità sembrano in realtà essere molto pochi. Il fatto è che la posizione economica da loro espressa continua a rimanere alquanto ambigua e indeterminata. Stanno raccogliendo favori e opinioni, come appunto l’intervento di Fassina sul blog di Varoufakis[2] qualche giorno fa, e quello di Tremonti e Paolo Savona[3], ognuno dei quali ha in realtà idee alquanto differenti sul da farsi. Per ora la prospettiva sembra quindi essere quella di fare da catalizzatore di opinioni di posizioni critiche verso la moneta unica e/o la sua gestione a guida tedesca.
    Il limite principale è che Varoufakis e Strauss Kahn sembrano ancora ragionare nell’ottica del ‘un altro euro è possibile’. Basterebbe convincere la Germania e suoi satelliti ad essere più espansivi economicamente, e più lassisti riguardo alla ristrutturazione dei debiti pubblici. A questo proposito i problemi sono essenzialmente due. Primo, queste tesi sembrano non prendere sufficientemente in considerazione l’identità tra interessi politico-economici dei paesi attualmente esportatori e le strutture caratterizzanti dell’euro. Storici e politologi sono in realtà concordi nello spiegare l’adozione della moneta unica in base all’idea francese di limitare l’impatto internazionale delle politiche monetarie ed economiche tedesche, attraverso lo spostamento delle decisioni in un ambito collegiale come sarebbe dovuto essere quello della Bce, a patto però di sancire la superiorità del modello tedesco di disciplina fiscale e salariale; i paesi che ne hanno tratto più vantaggio però, sono stati invece i paesi che fondavano la crescita economica sui surplus esteri e sul contenimento della domanda interna. Secondo, quello di cui almeno per ora sembrano essere carenti è paradossalmente anche proprio di un coerente quadro economico in cui schematizzare i deficit strutturali della moneta unica e i suoi possibili aggiustamenti pur in una posizione di riforma dell’euro. Con questo non intendo dire che Varoufakis e Fassina siano inconsapevoli del fatto che i problemi siano quelli appena accennati, anzi. Rimane il punto che a livello programmatico manca ancora un chiaro schema macroeconomico in cui collocare le varie politiche necessarie alla ripresa dello sviluppo.
    Quanto espongo in questo articolo non è di alcuna novità. Mette insieme infatti i contributi che negli ultimi anni hanno contribuito alla discussione italiana che mi sembra siano rimasti però eccessivamente sparsi, proposti da, in ordine alfabetico: Massimo Amato[4], Alberto Bagnai[5], Leonardo Becchetti[6], Emiliano Brancaccio[7], Sergio Cesaratto[8] e Luca Fantacci[9]. Seguo infatti lo schema esposto da Becchetti sui prerequisiti della soluzione della crisi, aggiungendo e correggendo diverse cose, prese dalle riflessioni degli altri autori.
    In sostanza, quanto segue è ciò che dal punto di vista strettamente economico, in base ormai ad una consolidata analisi, dovrebbe essere il minimo indispensabile al fine di rendere quantomeno più sostenibile e costruttivo l’euro che abbiamo, cioè senza il ‘Più Europa’ dei trasferimenti fiscali - o più probabilmente dell’ulteriore accentramento non democratico dei poteri decisionali in ambito economico (come sembra si accingano invece a fare gli organismi europei, ispirandosi ad un ‘federalismo dell’austerità’ istituendo un ministero del tesoro europeo con potere di veto sulle decisioni dei ministeri e parlamenti nazionali). Dall’altro lato, l’autonomia della politica monetaria e fiscale dei singoli stati rimarrebbe menomata come adesso, ma si potrebbe quantomeno avere degli argomenti in base ai quali pretendere di non vederla ridurre ulteriormente.

1 – Nei rapporti delle ‘Procedure per deficit eccessivo’ sono entrati dal 2012 nel dibattito anche gli squilibri commerciali. Si tratta però di un fallimento colossale. E’ previsto infatti che i deficit commerciali siano limitati entro il 3% del Pil del singolo paese, mentre i surplus possono arrivare al 6% del Pil, prima di prevedere delle sanzioni. Un trattato che quindi non riconosce la natura simmetrica del rapporto commerciale, e che è di fatto ritagliato sulla Germania, il cui surplus in ogni caso si aggira adesso attorno al 7,5%, senza che nessuno batta ciglio (anche l’Olanda aveva un surplus del 10% del Pil, che però essendo minore in termini assoluti creava meno problemi a livello europeo, ma non era meno grave). Sarebbe ovviamente indispensabile che anch’essi tornino a un più ragionevole 2-3%, come avanzato dall’idea di External Compact di Bagnai. Questo dovrebbe essere il primissimo punto di discussione di ogni idea di riequilibrio macroeconomico europeo, poiché com’è noto è da qui che hanno origine i problemi della crisi europea. Ciò tuttavia potrebbe non essere sufficiente nel breve periodo, né rappresenterebbe, se preso da solo, un quadro di riferimento più complessivo per una sinistra che voglia quantomeno esistere e dire qualcosa.

2 – il secondo punto è quello su cui insiste molto Becchetti, ripreso dalla proposta di Charles Wyplosz di piano P.A.D.R.E., Politically Accettable Debt Restructuration in Eurozone[10]. Questo consisterebbe in sostanza di una forma di Quantitative Easing che però non si limiti a rinforzare i bilanci delle banche consentendoli di tornare a imbottirsi di migliaia di miliardi di titoli finanziari di dubbio valore, ma che abbia un senso compiuto. La Bce dovrebbe comprare titoli degli stati in proporzione alla quota detenuta da ogni Banca nazionale, e riassorbire successivamente la base monetaria creata emettendo nuovi titoli della Bce. Questo, oltre a far abbassare la spesa per interesse degli stati, in particolare via via che i prestiti vengono rinnovati, farebbe guadagnare un reddito da signoraggio alla Bce sulla differenza di rendimento tra i titoli di stato e i suoi,  da girare poi ai governi. I governi possono utilizzare questa cifra per ridurre il proprio debito in pancia alla Bce, oppure utilizzarne una parte in vista di determinati obiettivi di spesa. Per esempio, nell’ottica di un QE condizionato, potrebbero destinarli anche a ridurre la massa enorme di indebitamento privato condizionando successivamente i fondi Bce a una riduzione degli attivi finanziari complessivi e sostituendoli utilmente con degli investimenti reali.
3 – Il terzo punto consiste nella ‘Modesta proposta’ di Varoufakis e James Galbraith[11], in parte complementare, in parte sostitutiva della proposta al punto precedente. Questa mira a costituire una spesa per investimenti a livello europeo. Invece che mirare alla riduzione del debito pubblico, come nel meccanismo del piano PADRE, Varoufakis proponeva una sorta di QE in cui la Bce invece di fare operazioni di mercato aperto, comprasse direttamente dalla BEI, la Banca Europea per gli Investimenti, i titoli emessi rappresentativi dei suoi progetti di investimento a livello europeo. Una strategia che amplificherebbe enormemente la potenza del debole Piano Juncker. Si tratterebbe inoltre di uno strumento fattibile in quanto perfettamente coerente con l’idea di Mario Monti di non calcolare gli investimenti nel conteggio del debito (anche questa evidentemente caduta nel vuoto).
4 – Una tassa sulle transazioni finanziarie, come quella avanzata dalla campagna ZeroZeroCinque, del valore appunto dello 0,05 percento sulle compravendite di titoli. Questa, secondo gli studi, porterebbe un guadagno di quasi 40 miliardi di euro all’anno a livello europeo, senza di fatto essere di alcun peso per gli investitori (lo 0,05 è infatti una cifra insignificante rispetto alle commissioni che spettano alle banche di investimento quando mobilitano e smobilitano gli investimenti) e quindi disincentivando esclusivamente gli scambi a scopo meramente speculativo di brevissimo periodo e l’accumulazione di attivi non produttivi.
Questi ultimi punti 3 e 4, vanno messi in relazione con il ruolo dei fondi strutturali che la comunità europea destinava ai paesi che necessitano di investimenti e modernizzazione delle infrastrutture. Il sociologo Wolfgang Streeck mostra nel suo libro ‘Tempo guadagnato’ come con l’instaurazione della moneta unica questi fondi siano stati progressivamente ridotti, con la precisa prospettiva che il loro ruolo negli investimenti pubblici e privati avrebbe dovuto essere sostituito dai ‘più efficienti’ movimenti di capitali privati. Si tratterebbe perciò di ribilanciare il ruolo dei due meccanismi, laddove la tassa sulle transazioni finanziarie fornirebbe appunto una fonte di finanziamento aggiuntiva a tali Fondi per progetti europei e Fondi strutturali, tra i cui obiettivi rientrano anche la lotta alla povertà e per la tutela ambientale.

5 – L’armonizzazione fiscale. Riprendo qui l’intero punto scritto in maniera efficace dall’Appello di Becchetti: “Forte impegno verso l’armonizzazione fiscale e la riduzione delle forchette eccessive nelle aliquote nazionali sulle imprese che producono elusione fiscale e spostamento dei profitti alterando le stesse statistiche sulla crescita. Paradisi fiscali interni all’Unione non potranno essere più tollerati e le pratiche più aggressive andranno considerate alla stregua di aiuti di Stato (come sembra iniziare ad essere l’orientamento comunitario nei recentissimi casi di Apple e Fiat)”.
 6 – Da ultimo, ma probabilmente più importante di tutti per importanza sistemica e politica, sarebbe indispensabile porre, in coerenza con i meccanismi precedenti in vista di una prospettiva di riequilibrio macroeconomico europeo, ma di sinistra, che sia cioè al rialzo non al ribasso e che abbia quindi in mente l’idea di autonomia economica delle persone, l’istituzione di uno ‘Standard retributivo europeo’ sulla linea di quello proposto da Emiliano Brancaccio[12]. Questo consisterebbe essenzialmente nell’agganciare la retribuzione dei lavoratori all’andamento della produttività del paese di riferimento, ma con delle differenziazioni in base alle bilance commerciali, che prevedano superamenti dell’incremento della produttività per i paesi in surplus, e rallentamenti rispetto alla produttività per quelli in deficit (se per esempio in entrambi i paesi la produttività crescesse del 3% l’anno, allora nei paesi in surplus i salari dovranno crescere per esempio del 3,5% o del 4%, fino a che non siano riassorbiti le eccedenze commerciali, o non siano almeno rientrate nel livello del 2-3% previsto dall’External Compact sopra citato, mentre in quelli in deficit con l’estero dovrebbe aumentare ad un ritmo minore, per esempio al 2% - ricordiamo incidentalmente che negli anni dell’euro in Grecia la produttività cresceva a ritmi tra i più alti in Europa).
    Lascio naturalmente decidere al lettore quanto queste posizioni, che, ricordiamo, non comporterebbero il ‘Più Europa’ dell’integrazione fiscale e dei trasferimenti, siano comunque politicamente accettabili da quei paesi ‘virtuosi’ che, come Germania, Olanda e Finlandia, basano la propria economia sulla domanda degli altri paesi e quindi su sistematici surplus commerciali; nonché quanto la sinistra degli altri paesi in maggiore difficoltà possa essere sufficientemente consapevole della forza dei processi di divergenza all’interno dell’Eurozona. Già anche solo il fatto che dopo cinque anni si stia ancora aspettando il permesso per non contabilizzare nel debito gli investimenti pubblici, oppure che la proposta di Varoufakis non avesse mai guadagnato la benché minima dignità di entrare nella discussione, pur essendo solamente uno dei punti suddetti, e quello inoltre più accettabile e meno politicamente problematico, avrebbero dovuto già da tempo farci comprendere che tali programmi non sono intesi al modo in cui dovrebbero essere, cioè come un semplice e necessario complemento di buon senso alla tenuta dell’eurozona, ma vengono percepiti di fatto come un inaccettabile rovesciamento di centottanta gradi rispetto alla concezione politico-macroeconomica di cui l’euro costituisce l’essenziale dispositivo disciplinante e deflattivo. E’ per questo che la sinistra negli ultimi vent’anni ha dovuto in un certo senso dimenticarsi dell’ovvietà di tali complementi di riequilibrio macroeconomico, dal momento che il centrosinistra per rendersi credibile di fronte al travolgente ritorno delle concezioni macroeconomiche neoclassiche, vincenti ai vertici delle istituzioni monetarie e finanziarie, non è riuscito ad opporre idee alternative rispetto a quelle che vedevano nella disciplina salariale e fiscale, nella libertà di movimento dei capitale e nella concorrenza fiscale, i principali mezzi per la stabilità finanziaria e macroeconomica. Il punto è però che il solo modo affinché possa avere un qualche senso la frase ‘un altro euro è possibile’, non uno solo dei punti sopra elencati dovrebbe mancare per considerare accettabile l’integrazione monetaria, in quanto si tratta di un programma in realtà minimale, un programma che fa perno sul garantire meccanismi di aggiustamento attraverso strumenti di mercato, al posto dei più politicamente problematici trasferimenti fiscali. Anche perché da questi punti mancano di fatto i tre elementi intrinseci e quindi irriformabili dell’euro, e che sono quelli che, applicati a paesi molto diversi tra loro, hanno più di tutti contribuito a che gli squilibri commerciali si trasformassero in un caos finanziario: l’abolizione dei rischi di cambio, un unico tasso di interesse e la completa libertà di movimento dei capitali. Si suppone che le strategie elencate limitino l’impostazione deflazionistica e trainata dalla finanza privata dell’unione monetaria, ma non è detto che in tale contesto anche asimmetrie più piccole possano nuovamente produrre enormi problemi. In tal caso, la lettera di Fassina diventa di gran lunga la più razionale e realistica, e l’alternativa non può che essere quella da tempo avanzata da Bagnai: un ritorno gestito e consensuale a delle nuove monete nazionali, e ad un sistema di cambi aggiustabili più simile ad un nuovo SME, ma in cui si sia finalmente imparata la lezione dell’importanza dei tassi di cambio e degli squilibri commerciali, nonché di una politica monetaria coerente con le diversità tra i singoli sistemi economici. Dopodiché, ma solo dopo, si potrebbe ragionare se e come intraprendere una nuova direzione politico-economica verso cui avanzare. Questa potrebbe finalmente essere quella First-Best, della moneta ‘Comune’ (nel senso di non unica) proposta da Amato e Fantacci, da Sapir, Lordon e da altri[13], in cui un ipotetico euro esisterebbe solo come unità di conto con cui regolare esclusivamente gli scambi internazionali in una camera di compensazione a livello europeo, e in cui gli attivi ivi accumulati non sarebbero convertibili e scambiabili sui mercati finanziari europei. Saremo forse nel 2050.


[1] Eugenio Occorsio, Varoufakis e Straussa Kahn. La strana coppia che sfida l’Europa, LaRepubblica, 26 Luglio. http://www.repubblica.it/economia/2015/07/26/news/varoufakis_strauss-kahn_economisti_euro_grecia-119864315/?ref=search
[4]  Amato M. e Fantacci L., Salvare il mercato dal capitalismo, Donzelli, 2012. Amato M. e Fantacci L., Back to which Bretton Woods? Liquidity and clearing as alternative principles for reforming international money, Cambridge Journal of Economics (2014) 38 (6): 1431-1452. http://cje.oxfordjournals.org/content/38/6/1431.abstract
[5] Bagnai, A., Un external compact per rilanciare l’Europa, A/simmetrie, on-line. http://www.asimmetrie.org/wp-content/uploads/2014/05/AsimmetrieWP0114.pdf. Id., Il tramonto dell’Euro, Imprimatur, 2012; id., L’Italia può farcela, Il saggiatore, 2014.
 
[6] Becchetti L., Appello: L’Italia chieda una “Bretton Woods” per l’eurozona, http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/2014-/10/05/litalia-promuova-una-bretton-woods/. Id., La tassa sulle transazioni finanziarie. Una questione di civiltà, 2010, http://www.benecomune.net/news.interna-.php?notizia=1213 ; Becchetti L.,Tassare le attività finanziarie. Ecco perché, http://www.gustavopiga.it/2011/leonardo-becchetti-tassare-le-attivita-finanziarie-ecco-perche/;   Becchetti L., Appello: L’Italia chieda una “Bretton Woods” per l’eurozona, http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/2014/10/05/litalia-promuova-una-bretton-woods/.
[7]  Brancaccio, E., Crisi dell’unità europea e standard retributivo,  Diritti, lavori, mercati, 2, 199-214, (2011). http://csdle.lex.unict.it/archive/uploads/up_680855042.pdf
[8]  Cesaratto S., The implications of TARGET2 in the European balance of payment crisis and beyond, Quaderno del dipartimento di economia e statistica, n. 681, 2013, http://www.deps.unisi.it/sites/st02/files/allegatiparagrafo/11-10-2013/681.pdf

[9] Fantacci L. Target 3 come soluzione possibile agli squilibri europei, speech paper, http://www.unibocconi.it/wps/wcm/connect/52bf674f-0f4e-41a2-b955 e4e6be50b108/Luca+Fantacci.pdf?MOD=AJPERES. Id. Reuniting the monetary union: a proposal to counter the eurozone’s imbalances, OpenDemocracy.net, 4 Marzo, 2014: https://www.opendemocracy.net/ourkingdom/luca-fantacci/reuniting-monetary-union-proposal-to-counter-eurozone%E2%80%99s-imbalances. Fantacci L. e Papetti A., Il debito dell'Europa con se stessa. Analisi e riforma della governance europea di  fronte alla crisi, Costituzionalismo, n.2, 2013, on-line: http://www.costituzionalismo.it/articoli/446/

[11]  Varoufakis Y. e Galbraith J., Una modesta proposta, Asterios, 2015.

[12]  Sempre Brancaccio 2011, cit.
[13] Bruni F. e Papetti A., Bringing Money Back to the Real Economy: Room for a TARGET3, Macrorisk assessment policies, 2012. http://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/bruni_papetti_t3.pdf. L’articolo di frederic Lordon  in https://irradiazioni.wordpress.com/2013/08/27/uscire-dalleuro-ma-come-il-punto-di-vista-di-frederic-lordon/. Jacque Sapir ha espresso la sua idea dapprima nel volume Bisogna uscire dall’euro?, Ombre corte, 2012, e poi in numerosi interventi sul suo blog e altrove. Molti dei quali tradotti dal sito Voci dall’Estero.

domenica 27 settembre 2015

Breve nota su inferenza e critica


Propongo una sintesi relativa al post precedente. A seguito di quello che mi ha fatto venire in mente una breve corrispondenza per e mail col filosofo morale Riccardo Fanciullacci dell'Universita` di Venezia, a proposito dei suoi ultimi voluminosi lavori, e in particolare di quello di cui e`prevista appunto una ristampa completamente rivista a sostituzione di quella che l'autore ha deciso di ritirare dalle vendite poco dopo la sua uscita ('L'esperienza etica', e 'Le forme dell'agire' che forse non avrà`pero`più`questo titolo)...
La proposta consiste nella seguente definizione programmatica:

La condizione di possibilita`della critica e`data strutturalmente dalla natura inferenziale del significato, in quanto questa e`ciò`che rende possibile e necessario ciò`a cui un certo fenomeno, evento o azione, si connette e a cui da`origine, o a ciò da cui e'originato. Facendo leva proprio sulla natura normativa del contenuto concettuale, ciò`ha una portata diretta per il giudizio sociale: questo e`così` quindi ne deriva x, oppure ne deriva y quindi questo e`così`e così`.

    Una struttura della critica morale e sociale così`fatta, si può`spiegare, e al tempo stesso fornisce qualche base, per prendere come esempi paradigmatici del giudizio critico sociale, le espressioni del tipo : 'e che c'entra questo?' e 'Vediamo di non buttare via il bambino con l'acqua sporca'. Che rappresentano due modi essenziali dell'implicatura normativa sociale, più`sequenziale la prima, più`logico-deduttiva la seconda, e costituiscono in questo modo la struttura della critica immanente al mondo sociale.

    La possibilita`della critica sociale e`data dalla possibilità`e dalla necessita`di organizzare e rappresentarsi razionalmente e inferenzialmente i processi sociali. E`forse probabile che la norma sociale esista per rendere possibile e funzionante una struttura inferenziale dei fenomeni sociali. Una qualche logica e prevedibilita', che per quanto vaga e soggetta a errori e apprendimenti, consente di essere spiegata e compresa, ricondotta a ragione.
    Oltre ad intendere quanto appena detto semplicemente nel senso della necessità di affrontare, semplificandola, la complessità del mondo dandoli un ordine, possiamo creare uno spazio per verificarne la tesi pensando all'esempio del 'dono' riportato dal volume di Vincent Descombes.
A pagina 312 scrive:
"Le parti (dell'oggetto complesso 'dono', del dono come un tutto unitario in quanto sistema di senso strutturale) sono le tre obbligazioni con le quali, in queste società, il fatto di donare, che è lui stesso un'obbligazione sociale, crea l'obbligazione per il donatario di ricevere, pena di far perdere la faccia al donatore, e anche quello di rendere, pena di perdere lui stesso la faccia".
    Secondo me, mettendo insieme tutti gli autori citati nel post precedente, in particolare in questo caso Descombes, Brandom, Boltanski, Giddens, possiamo notare due aspetti. Più fedelmente a Descombes, è importante sottolineare la sotto-frase, 'che è lui stesso un'obbligazione', in quanto questa frase è importante per Descombes al fine di evidenziare che, come in Giddens, abbiamo a che fare con un criterio ex-ante di pertinenza, una 'regola del dono', in base alla quale siamo chiamati a portare una serie non infinita delle azioni possibili che possano essere identificate come pertinenti. Cioè il dono deve essere fatto come un esemplificazione della regola del dono, la quale implica l'aspettativa legittima di una serie di azioni (obbligazioni) che costituiscono l'oggetto-sistema del dono. Seconda cosa, è amio avviso importante sottolineare, con Brandom, sottolineare la frase successiva: 'crea l'obbligazione del dono'. Come fa l'atto materiale del donare a creare un'obbligazione a ricevere e poi a donare nuovamente? Con Descombes possiamo dire che finché non ci sia un'accettazione e un ricambio, non siamo ancora davanti ad un dono. Ma il fatto è appunto che se il primo dono è stato fatto in base alla regola del dono, esso sarà già riconoscibile in quanto primo atto di un dono che quindi in quanto tale necèssita e pretende il proseguio pertinente e opportuno. Per questo esso è capace di creare un'obbligazione, in quanto si basa su una definizione semantico-istituzionale delle azioni che esemplificano e definiscono un oggetto sociale, un complesso di azioni strutturate secondo una logica concettuale socialmente sancita. Le proprietà che fanno si che il primo atto del dono sia capace di 'obbligare', non sono ovviamente delle proprietà logiche-materiali, non sono assolutamente spiegabili in riferimento a ciò, ma in base al suo significato, il senso specifico; ma questo senso è quindi in quanto tale costituito da una logica che ha valenza politica. Ciò è facile da dimostrare con il fatto che una persona può sempre scegliere di rompere il sistema del dono, cioè la successione attesa delle azioni reciproche (comunicazioni, con Luhmann), e può farlo proprio rivendicando il fatto che da una cosa non segue il resto necessariamente. E' una definizione politica soggetta a conflitto quella in base alla quale il dono è fatto di tre azioni: dare, ricevere e contraccambiare (non a caso nel cristianesimo il concetto di dono è riservato più che altro alle azioni singole di assoluta gratuità, mentre il discorso triadico di Mauss e compari può essere applicato per metafora a 'delle strutture sociali fondamentali' della comunanza sociale, in quanto manifestazione di solidarietà e appartenenza socialmente necessarie e sancite); e di conseguenza che dalla prima azione segua l'altra. 

  Si può ovviamente discutere se per mettere in crisi una certa 'regola del dono' -((al di là delle differenze nei sistemi teorici potremmo dire che, Giddens la chiamerebbe la 'struttura sociale del dono', Luhmann 'il sistema del dono', Searle e Gilbert forse 'l'oggetto sociale del dono' - in tutti i casi, meno forse in Luhmann, da questo punto di vista più wittgensteiniano ancora degli altri: non esistono regole ex-ante ma solo ex-post, senza nessun potere vincolante di tipo logico definitorio; in tutti i casi, insomma, potremmo dire che c'è una logica intenzionale che connette da un punto di vista definitorio concettuale gli elementi di un fenomeno sociale, che quindi in qualche modo vincola e consente di realizzare un criterio associativo da poter realizzare successivamente nella realtà delle azioni-comunicazioni reali))-  sia necessario prima mettere in discussione cos'è il dono nel suo insieme, cioè la regola del dono complessiva, o se venga prima la messa in discussione della sequenza, cioè se dalla prima possa seguire la seconda dell'accettazione cordiale ma che non si debba pretendere la terza del ricambio. Potremmo dire che queste seconde critiche provocano disagio proprio perché vanno sempre insieme ad una implicita richiesta di ridefinizione del modo in cui si esemplifica la regola del dono, quindi di cos'è, e quindi in cosa debba consistere, il dono di fatto. Se egli critica il modo in cui si dona, siamo sicuri che egli non stia mettendo in dubbio il dono tutto in quanto tale? Ogni pratica fortemente istituzionalizzata e routinizata, si pone sempre su questo rischio dato dal fatto di identificare in maniera più rigida il dono in generale con i modi specifici in cui si realizza. - Un esempio lampante di questo tipo di conflitti è attualmente quello che circonda la famiglia e la sua definizione.