Propongo una sintesi relativa al post precedente. A seguito di quello che mi ha fatto venire in mente una breve corrispondenza per e mail col filosofo morale Riccardo Fanciullacci dell'Universita` di Venezia, a proposito dei suoi ultimi voluminosi lavori, e in particolare di quello di cui e`prevista appunto una ristampa completamente rivista a sostituzione di quella che l'autore ha deciso di ritirare dalle vendite poco dopo la sua uscita ('L'esperienza etica', e 'Le forme dell'agire' che forse non avrà`pero`più`questo titolo)...
La proposta consiste nella seguente definizione programmatica:
La condizione di possibilita`della critica e`data strutturalmente dalla natura inferenziale del significato, in quanto questa e`ciò`che rende possibile e necessario ciò`a cui un certo fenomeno, evento o azione, si connette e a cui da`origine, o a ciò da cui e'originato. Facendo leva proprio sulla natura normativa del contenuto concettuale, ciò`ha una portata diretta per il giudizio sociale: questo e`così` quindi ne deriva x, oppure ne deriva y quindi questo e`così`e così`.
Una struttura della critica morale e sociale così`fatta, si può`spiegare, e al tempo stesso fornisce qualche base, per prendere come esempi paradigmatici del giudizio critico sociale, le espressioni del tipo : 'e che c'entra questo?' e 'Vediamo di non buttare via il bambino con l'acqua sporca'. Che rappresentano due modi essenziali dell'implicatura normativa sociale, più`sequenziale la prima, più`logico-deduttiva la seconda, e costituiscono in questo modo la struttura della critica immanente al mondo sociale.
La possibilita`della critica sociale e`data dalla possibilità`e dalla necessita`di organizzare e rappresentarsi razionalmente e inferenzialmente i processi sociali. E`forse probabile che la norma sociale esista per rendere possibile e funzionante una struttura inferenziale dei fenomeni sociali. Una qualche logica e prevedibilita', che per quanto vaga e soggetta a errori e apprendimenti, consente di essere spiegata e compresa, ricondotta a ragione.
Oltre ad intendere quanto appena detto semplicemente nel senso della necessità di affrontare, semplificandola, la complessità del mondo dandoli un ordine, possiamo creare uno spazio per verificarne la tesi pensando all'esempio del 'dono' riportato dal volume di Vincent Descombes.
A pagina 312 scrive:
"Le parti (dell'oggetto complesso 'dono', del dono come un tutto unitario in quanto sistema di senso strutturale) sono le tre obbligazioni con le quali, in queste società, il fatto di donare, che è lui stesso un'obbligazione sociale, crea l'obbligazione per il donatario di ricevere, pena di far perdere la faccia al donatore, e anche quello di rendere, pena di perdere lui stesso la faccia".
Secondo me, mettendo insieme tutti gli autori citati nel post precedente, in particolare in questo caso Descombes, Brandom, Boltanski, Giddens, possiamo notare due aspetti. Più fedelmente a Descombes, è importante sottolineare la sotto-frase, 'che è lui stesso un'obbligazione', in quanto questa frase è importante per Descombes al fine di evidenziare che, come in Giddens, abbiamo a che fare con un criterio ex-ante di pertinenza, una 'regola del dono', in base alla quale siamo chiamati a portare una serie non infinita delle azioni possibili che possano essere identificate come pertinenti. Cioè il dono deve essere fatto come un esemplificazione della regola del dono, la quale implica l'aspettativa legittima di una serie di azioni (obbligazioni) che costituiscono l'oggetto-sistema del dono. Seconda cosa, è amio avviso importante sottolineare, con Brandom, sottolineare la frase successiva: 'crea l'obbligazione del dono'. Come fa l'atto materiale del donare a creare un'obbligazione a ricevere e poi a donare nuovamente? Con Descombes possiamo dire che finché non ci sia un'accettazione e un ricambio, non siamo ancora davanti ad un dono. Ma il fatto è appunto che se il primo dono è stato fatto in base alla regola del dono, esso sarà già riconoscibile in quanto primo atto di un dono che quindi in quanto tale necèssita e pretende il proseguio pertinente e opportuno. Per questo esso è capace di creare un'obbligazione, in quanto si basa su una definizione semantico-istituzionale delle azioni che esemplificano e definiscono un oggetto sociale, un complesso di azioni strutturate secondo una logica concettuale socialmente sancita. Le proprietà che fanno si che il primo atto del dono sia capace di 'obbligare', non sono ovviamente delle proprietà logiche-materiali, non sono assolutamente spiegabili in riferimento a ciò, ma in base al suo significato, il senso specifico; ma questo senso è quindi in quanto tale costituito da una logica che ha valenza politica. Ciò è facile da dimostrare con il fatto che una persona può sempre scegliere di rompere il sistema del dono, cioè la successione attesa delle azioni reciproche (comunicazioni, con Luhmann), e può farlo proprio rivendicando il fatto che da una cosa non segue il resto necessariamente. E' una definizione politica soggetta a conflitto quella in base alla quale il dono è fatto di tre azioni: dare, ricevere e contraccambiare (non a caso nel cristianesimo il concetto di dono è riservato più che altro alle azioni singole di assoluta gratuità, mentre il discorso triadico di Mauss e compari può essere applicato per metafora a 'delle strutture sociali fondamentali' della comunanza sociale, in quanto manifestazione di solidarietà e appartenenza socialmente necessarie e sancite); e di conseguenza che dalla prima azione segua l'altra.
Si
può ovviamente discutere se per mettere in crisi una certa 'regola del dono'
-((al di là delle differenze nei sistemi teorici potremmo dire che, Giddens la
chiamerebbe la 'struttura sociale del dono', Luhmann 'il sistema del dono',
Searle e Gilbert forse 'l'oggetto sociale del dono' - in tutti i casi, meno
forse in Luhmann, da questo punto di vista più wittgensteiniano ancora degli
altri: non esistono regole ex-ante ma solo ex-post, senza nessun potere
vincolante di tipo logico definitorio; in tutti i casi, insomma, potremmo dire
che c'è una logica intenzionale che connette da un punto di vista definitorio
concettuale gli elementi di un fenomeno sociale, che quindi in qualche modo
vincola e consente di realizzare un criterio associativo da poter realizzare
successivamente nella realtà delle azioni-comunicazioni reali))- sia
necessario prima mettere in discussione cos'è il dono nel suo insieme, cioè la
regola del dono complessiva, o se venga prima la messa in discussione della
sequenza, cioè se dalla prima possa seguire la seconda dell'accettazione
cordiale ma che non si debba pretendere la terza del ricambio. Potremmo dire
che queste seconde critiche provocano disagio proprio perché vanno sempre
insieme ad una implicita richiesta di ridefinizione del modo in cui si
esemplifica la regola del dono, quindi di cos'è, e quindi in cosa debba
consistere, il dono di fatto. Se egli critica il modo in cui si dona, siamo sicuri che egli non stia mettendo in dubbio il dono tutto in quanto tale? Ogni pratica fortemente istituzionalizzata e routinizata, si pone sempre su questo rischio dato dal fatto di identificare in maniera più rigida il dono in generale con i modi specifici in cui si realizza. - Un esempio lampante di questo tipo di conflitti è attualmente quello che circonda la famiglia e la sua definizione.
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