giovedì 17 settembre 2015

SULL'IMPORTANZA DEL CONCETTO DI INFERENZA PER LA SOCIOLOGIA



Poiché il concetto di 'inferenza' applicato alla sociologia sembra qualcosa di estraneo e fuori luogo, anche se come mostreremo in questo e nei successivi post non lo è assolutamente, per mostrare come mai ritengo importante il concetto di 'inferenza' per la teoria sociologica, penso che la cosa migliore sia partire dal ruolo che in questa disciplina giochi, e debba giocare, il concetto di 'significato dell'azione'. Per spiegare la nostra posizione parleremo prima del concetto di azione nella sociologia e poi di quello del suo significato. Dopodiché ci agganceremo il concetto di 'inferenza'.
    Tutti coloro che si sono un minimo interessati alla sociologia e alla discussione sociologica, sanno che uno dei concetti fondamentali della sociologia è quello di 'agire sociale'. La sociologia può esistere nella misura in cui nella realtà è rinvenibile qualcosa come un'azione sociale, cioè qualcosa che è attribuibile all'uomo, agli esseri umani, e che si svolge all'interno di un contesto sociale, cioè in relazione ad altre persone. L'azione sociale, è, come dice Max Weber, l'azione individuale 'reciprocamente orientata', e come tale deve costituire l'oggetto analitico principe della sociologia.
    Qui, in realtà si aprono due ampi discorsi, due dimensioni essenziali della discussione. La prima è che per azione, si intende primariamente quella volontaria, intenzionale, mentre per società si intende il contesto in cui questa azione ha luogo e si verifica. Per questo motivo qui il discorso prende la dicotomia in base a cui l'azione manifesta il moto autonomo e libero del soggetto, mentre il contesto è ciò che in qualche modo la vincola, che ne determina o predetermina i possibili orientamenti o gli esiti. Qui, il termine società, o struttura, viene a rappresentare qualcosa di contrapposto all'agire, come un qualcosa che vi si contrappone limitandone le possibilità e la libertà del soggetto. Diciamo che questo è a mio avviso primariamente un esito comportato da un interpretazione ideologico-politica della metodologia e della teoria sociologica, a seguito della progressiva affermazione degli ideali di autonomia e di emancipazione, oltre ad altri processi storici che tralasciamo. Ciò ha però impedito un approfondimento analitico della questione del rapporto tra l'agire e il contesto di senso culturale in cui si svolge. Soprattutto quando affermare che l'orientamento dell'agire è culturalmente e socialmente mediato e costruito è, spesso ancora, concepito come una scarsa sensibilità ai diritti degli individui di perseguire i propri obiettivi e progetti. La società viene prima e determina gli individui, e quindi sarebbe 'moralmente' più importante. Il presupposto di queste paure è secondo me la scadentissima concettualizzazione delle dimensioni culturali, cioè connesse al ruolo della costruzione dei significati sociali condivisi. Poichè quello di cultura è un concetto vago e generico, molti autori (penso sopratutto a Boudon, autore in ogni caso imprescindibile per qualunque studioso o appassionato di sociologia - e a molti epigoni 'liberali' dell'individualismo metodologico, in realtà ontologico e metafisico per esempio Antiseri) si sentono poi giustificati a saltare a piè pari tutte le importanti conquiste teoriche del secondo novecento (Parsons, Schutz, Goffman, Garfinkel, Geertz, Habermas, Giddens, Bourdieu, Apel, Luhmann, Boltanski ecc..) e ad intendere la cultura di fatto con le semplici abitudini comportamentali, acquisite per mimesi e imitazione, e con minima importanza teorica ed esplicativa. Ma già secondo la fantastica definizione di Weber, 'l'uomo è una creatura impigliata nelle reti di significati che egli stesso ha tessuto'. Nel suo senso migliore questa definizione un po' en-passant, va intesa come critica al presupposto essenziale che deriva dalla suddetta carenza: l'individualismo semantico. Essenzialmente, ogni accento sull'importanza dei contesti nel determinare l'orientamento dell'agire, ha rilevanza etica e politica in quanto sminuirebbe il fatto che le intenzioni e le ragioni che muovono i soggetti all'azione sono eminentemente private, individuali e soggettive. L'attore coltiva una credenza e una serie di preferenze del tutto autonome e imponderabili, e in base ad esse decide un obiettivo e lo persegue in base alla sua volontà autonoma. Il mondo sociale è un semplice contesto materiale con cui ci si abitua a venire a patti e in cui organizzarsi. La conclusione è che il significato dell'azione deriva esclusivamente dalla strategia intenzionale dell'attore, ed è quindi riducibile a quello che l'attore 'decida' o crede che sia il significato dell'azione. Significato che deriva essenzialmente dall'intenzione che l'attore si propone e dall'insieme di credenze associate al raggiungimento dell'obiettivo: 'voglio un caffè': tutti i successivi comportamenti, prendere la giacca, uscire di casa, prendere la macchina e entrare in un bar, derivano il senso dall'intenzione, a cui sono associate tutta una serie di credenze e aspettative periferiche: all'angolo della strada c'è un bar, la macchina partirà, il codice della strada funziona in un certo modo ecc..; tutto ciò è da interpretare come 'egli vuole prendere il caffè', il resto è ovvio.
    Questa, però, è un'azione semplice. Ma è soprattutto un modo semplice di descriverla. Sempre a livello individuale, presupporre l'attribuzione individuale di significato può generare delle tensioni non indifferenti: l'azione di 'amare' per esempio genera conflitti sul fatto che l'intenzione è di fatto generale e astratta e può essere portata avanti in modi molto differenti e diversificati, il cui legame concettuale con il concetto generale e l'intenzione di amare a cui quello si ispira,  può essere problematico, e come ognuno sa, generare malintesi e contrasti. La pratica del 'fare beneficienza' è un altro esempio in cui tra l'intenzione e le conseguenze possono esservi anche totali contraddizioni - Il problema è anche qui concettuale: le conseguenze della beneficienza possono risultare non coerenti con quello a cui ex-ante attribuiremmo e ci aspetteremmo che assomigli un effetto benefico (cioè può creare 'danni', nel senso di qualcosa di più simile a ciò che siamo propensi a chiamare 'dannoso' in quanto foriero di malessere e infelicità). Ma lo stesso prendere un caffè, non è così semplice come sembra. Che significa che qualcuno vuole 'prendersi un caffè'? Dal punto di vista del cervello individuale, cioè escludendo la socialità dei significati implicati in quella che possiamo invece intendere come una 'pratica sociale', il massimo che potremmo dire per descrivere l'azione individuale sarebbe quello di 'ingerire un liquido stimolante'. La stimolazione infatti è un effetto organico che in qualche modo 'si impone' alla mente e determina relativamente i successivi significati, le sensazioni e gli stati d'animo associati allo stato fisico di eccitazione.
   Ma il punto importante che non possiamo evitare, è che 'solitamente', cioè normalmente in senso statistico (ma il punto è il significato, e il suo carattere pragmatico, contestuale e sociale, il quale non è un nesso probabilistico, ma una dinamica di astrazione delle proprietà rilevanti per il contesto, con tutte le dinamiche implicite in cui si costruisce[1]), dire 'voglio prendere un caffè' ha tra i suoi elementi semantici non secondari, il potere di evocare un contesto di senso in base a cui ci si prende una pausa e ci si rilassa un attimo, oppure 'diamoci una svegliata e cominciamo la giornata', quindi con un significato-funzione rituale, per esempio la mattina, di separare fasi diverse della giornata o di concludere qualche attività - per esempio il caffè come sanzione della fine del pasto. Una persona che abbia un 'modo tutto suo' di prendere il caffè: per esempio farsi mezz'ora di macchina per bersi un caffè in un sorso per poi tornare subito al lavoro, potrebbe essere considerato magari bizzarro; ma al limite qualcuno potrebbe contestare -legittimamente- che egli non stia 'realmente' 'prendendosi un caffè' ma stia semplicemente 'ingurgitando in maniera ossessiva' oppure 'vuole prendere le distanze da una situazione'; il fatto di ingerire la bevanda diventa insomma del tutto epifenomenico rispetto a quello che costituisce il significato dell'azione.

Pierre Bourdieu
    In sostanza, se non si indaga ulteriormente sul contesto di senso in cui l'azione viene portata avanti, e sul perché una persona opta in certi momenti per una certa azione, come appunto il prendersi un caffè, la sola attribuzione di un'intenzione sempre uguale per una pratica sempre uguale, non ci fa cogliere assolutamente la complessità della vita associata e individuale. Il modo in cui si arriva ad associare la rilassatezza con il prendere il caffè, può addirittura risultare impossibile e inconcepibile come nel caso si adotti la visione organica suddetta.
    Per quanto riguarda gli eventi collettivi, per esempio un'organizzazione, la costruzione di un ponte o altro, è evidente che il concetto di 'costruzione di un ponte' è di tipo generale, per cui oltre all'ovvio problema di avere un referente comune di una parola, si presenta l'ulteriore problema di organizzarsi in quella specifica organizzazione e di costruire quello specifico ponte, insieme a quelle specifiche persone. Tutti processi che necessitano della costruzione, della presupposizione e della continua sorveglianza, in merito al modo corretto di organizzare la specifica costruzione, al modo in cui in quella situazione si intende costruire un ponte: come si esemplifica il concetto di ponte, di 'ponte fatto bene' oppure male e di tutto ciò che serve alla coordinazione lavorativa. Nell'ottica dell'azione collettiva, anche il potersi prendere un caffè non è meno complicato. La possibilità di avere una credenza fondata sulla presenza di un bar lì, presuppone la possibilità della riproduzione di un certo contesto economico, per esempio anche il fatto che il barista non abbia un concetto tutto suo di lavoro, per cui può sempre chiudere il negozio e non andare a lavorare.
Robert Brandom
    In breve, l'individualismo ontologico del significato, presuppone che se un soggetto compie un azione, il solo modo per capirne il senso è quello di fare riferimento alla singola ragione o motivazione individuale. Ma ciò trascura l'origine sociale del significato personale (determinati modi più comuni con cui per esempio ci si vorrà rilassare, o divertire, o amare) e il carattere ancora più necessariamente sociale di quelle azioni che sono appunto sociali. E' ovvio che una medesima azione possa essere compiuta per ragioni diverse, e pensando cose differenti, ma da un lato l'azione deve poter essere riconosciuta come 'la stessa' nonostante le differenze empiriche e i diversi stati mentali, dall'altro questo non significa che essa venga ritenuta adatta a rappresentare qualunque stato d'animo e a compiere qualsiasi intenzione. Leggere le informazioni di un lampione in strada, solo in un contesto molto particolare e contingente può diventare una manifestazione d'affetto sentimentale; come potrebbe diventare un esempio sistematico di comportamento sentimentale? - In sostanza, chi decide il significato dell'azione? Può deciderlo l'attore in tutto e per tutto?
    Per questi motivi, l'approccio che privilegio, poiché ci apre prospettive molto più interessanti e stimolanti, nonché molto più realistiche, è quello che definisce l'azione come un costrutto sociale, quello che Sparti definisce 'contestualista'. La singola azione è un evento, unico e irripetibile, il cui significato viene a determinarsi da tutta la presenza di elementi semiotici insieme a cui si verifica. L'azione è un segno che nella costituzione della realtà sociale ha intrinsecamente un significato. Se non ce l'avesse e non potesse averlo non agiremmo neanche, forse non potremmo proprio agire; se è sociale e coinvolge più persone, a maggior ragione non potremmo mai diventare dei membri competenti della società, partecipare in maniera legittima e comprensibile, per quanto anche conflittuale, al normale svolgimento delle interazioni.
    Ma da che cosa dipende il significato di un'azione, specie se sociale? Io intendo fare riferimento alle concezioni 'differenzialiste' dei segni, poiché da qui si possono ottenere dei concetti con cui fare del significato un concetto utile per la sociologia, qualcosa che possa rendere ragione dei caratteri selettivi delle azioni e delle identificazioni degli eventi sociali o socialmente rilevanti. Solo il riferimento alla socialità del significato e al suo carattere selettivo-differenziale consente a mio avviso di poter parlare di 'strutture sociali', cioè come criteri condivisi e condivisibili di identificazione e associazione di azioni. Questa concezione è qualcosa che ha a che fare con ciò che fa si che per una certa persona , dire 'voglio divertirmi' possa o non possa voler significare certe cose piuttosto che altre. Nel senso che non ci sono 'infinite' ragioni -legittime e comprensibili- per fare una certa cosa, un certo agire sociale, nè è possibile attribuire 'infiniti' significati a quel certo agire. Non è legittimo divertirsi in infiniti modi possibili. In tanti modi diversi, ma non in infiniti. Altrimenti come potremmo utilizzare il termine 'divertirsi', se esso potesse riferirsi a tutto e il contrario di tutto, nonché sviluppare ed esprimere propensioni e stati d'animo infinitamente diversificati. Sappiamo che è possibile utilizzare anche espressioni come: 'guarda quello come si diverte male', 'ti diverti proprio male eh'. Tuttavia ciò non toglie che tali comportamenti possano essere stigmatizzati e cercati di limitare durante l'infanzia e lo sviluppo, proprio con lo scopo di limitare le forme possibili di divertimento.
    Perché sia possibile agire in modo condiviso e riconoscibile, è necessario che le strutture sociali in qualche modo selezionino le modalità di esemplificazione di certe intenzioni e pratiche, così che solo è possibile poi attribuire solo una certa gamma di possibili significati a quel certo agire.
    La concezione che  ho chiamato 'differenzialista', senza preoccuparmi delle provenienze dottrinali di questo attributo (Jackobson, De Seassure, Levì Strauss? Boh..!), starebbe nel fatto che vorrei sostenere l'idea - che magari forse non è necessaria per la mia tesi - che è perché i nessi segno-significato non sono infiniti e non devono esserlo che la vita sociale è possibile. E' possibile pensare, dire e fare 'la stessa cosa', cioè una cosa che è riconoscibile come analoga e quindi che è possibile imputare ad analoghe cause e intenzioni e associare a certi prevedibili effetti e conseguenze analoghe tra loro, solo limitando e selezionando i modi e significati possibili, e differenziando le rispettive forme. Non posso chiamare 'sedia' una macchina, perché l'ho già chiamata macchina e macchina implica una serie determinata e finita di cose. Non necessariamente 'finita' a priori, ma sussistono tutta una serie di condizioni pragmatiche per aggiungere caratteristiche salienti e pertinenti che ne mantengono la caratterizzazione di macchina.
    Il problema della inferenza sociale, è quindi strettamente connesso a tali forme di 'normatività concettuale': non tutto può implicare tutto e non tutto può fare seguito a tutto.
Altri esempi secondo me pertinenti sono i seguenti:
-  quando io voglio impedire agli estranei di entrare nel mio giardino ci devono essere una serie di elementi. Prima di tutto devo aver imparato a considerare irrispettoso e intrusivo tale azione, e quindi manifestare la mia privacy e la mia sfera privata in un certo modo. I contadini dell'800 in molte parti d'Italia avevano una concezione molto differente di ciò che appartiene alla sfera pubblica e alla sfera privata, ammesso che avessero una distinzione assimilabile a quella nostra. Quindi già questo è una manifestazione culturale molto caratterizzante e delimitante. Ma ovviamente questo è solo l'inizio. Saltando tante altre credenze connesse, devo quantomeno poi affrontare la questione in modo legittimo in senso morale: non posso spaccare le gambe con una mazza a tutti quelli che provano a entrare: il che implica fare una selezione dei modi legittimi per la quale è comunque difficile separare bene aspetti normativi da quelli descrittivi: devo considerare inaccettabile o per vari motivi non opportuno un comportamento del genere, tale comportamento  è di fatto deplorevole o sconveniente. Quindi opto per mettere un cartello. Ok. E' ovvio però che non posso nè scriverci sopra 'jkhfh jhdijfdh', né 'qui patatine fritte' perchè tali espressioni hanno altri significati e implicano altre cose oppure non significano nulla (o meglio, possono significare un comportamento bizzarro o "chissà cosa"), ma devo scriverci quello che altri possono capire e anch'io ho imparato ad utilizzare come modalità di portare avanti quella intenzione, e cioè 'vietato entrare'. Devo poi metterlo nel posto considerato opportuno e non fraintendibile dagli altri, devo fare in modo di manifestare in maniera condivisa e comprensibile la delimitazione della proprietà etc..
- Un altro esempio secondo me analogo e valido, e più tradizionalmente sociologico è quello delle associazioni possibili che ha studiato Bourdieu nel volume La distinzione: tutta la ricerca di Bourdieu in questo volume è atta a dimostrare come tendenzialmente, a chi piace una cosa non piacerà un'altra in base a ben definiti criteri e differenziazioni in classi degli oggetti, in quanto oggetti reciprocamente compatibili dal punto di vista simbolico, cioè semanticamente pertinenti. Il riferimento alla 'semantica' è inopportuno in quanto irrigidisce tali regole che invece sono 'pratiche', pragmatiche' e 'sociali', quindi meglio dire 'culturalmente pertinenti', ma il fatto della più generica 'pertinenza simbolica' rimane essenziale a definire delle strutture di coerenza e di legittimità delle implicazioni. Bourdieu enfatizza forse troppo l'influenza degli habitus di classe, in cui la struttura delle opportunità economiche si manifesta nella rappresentazione del valore in modi differenziati, e 'facendo di necessità virtù'. Nonchè talvolta una vera e propria divisione di culture tra ricchi e poveri, per cui non solo si manifestano gli stessi valori in maniera differente, ma queste diversità esemplificano poi anche valori effettivamente differenti e resi reciprocamente inaccessibili dalla separazione di ceto, stili e luoghi di vita. Ma il punto è che se certi atteggiamenti o attività sono 'dei ricchi', allora non possono essere al tempo stesso 'da poveri'. Gli esempi sono famosi: il titolo di studio si associa a preferenze statisticamente significative per un certo cantante preferito; certi consumi culturali con certi consumi alimentari; il lavoro del padre con la preferenza per certi sport, e così via... Per esempio chi gioca a bocce manifesterà poi delle preferenze per i cibi caldi e pesanti.
    Un fatto sociale insomma ha tutta una serie di presupposti da soddisfare per poter essere cosruito. Ma principalmente mi sembra di poterle rinvenire in una strutturazione-delimitazione delle pertinenze e delle possibilità. Il motivo per cui è più probabile che a un operaio piacciano le lasagne più che ad un aristocratico, è in sostanza lo stesso motivo per cui nel codice civile non ci sono un mucchio di scarabocchi, e per cui se vedo una partita di calcio so che si tratta di una partita di calcio e non di una manifestazione politica (poi magari le due cose si possono sovrapporre, ma ciò richiede le opportune spiegazioni e contestualizzazioni). Ma per quanto ciò possa apparire estremo e irrealistico, a mio parere è anche lo stesso motivo per cui si pretende che per esempio 'è necessario ridurre le pensioni attuali per sostenere la stabilità finanziaria dello stato', e altri sostengono il contrario. Gli altri semplicemente fanno riferimento a differenti contenuti semantici riguardo al contenuto delle definizioni. E attribuiscono differente grado di cogenza e importanza a taluni fatti sociali pouttosto che ad altri. Attribuiscono cioè differenti proprietà agli oggetti di cui si tratta, da cui ovviamente derivano certe conseguenze piuttosto che altre; le inferenze cioè vengono criticate, sulla base dei differenti caratteri ed effetti attribuiti alle proprietà rilevanti di un fenomeno.
Il punto fondamentale è che, potremmo anche dire, al limite, che dal punto di vista analitico l'esistenza dei fatti sociali (che potremmo chiamare con Descombes 'le istituzioni del senso') sono precondizioni di una possibile azione; nel senso che affinché un'azione sociale sia possibile in quanto tale, cioè in quanto quella azione e non un altro movimento qualsiasi su uno sfondo indifferenziato è necessario qualcosa che limiti sia le azioni possibili che i significati possibili.
Per quanto tutti questi riferimenti si basano su pretese di validità differenti, su differenti oggetti sociali e naturali, in tutti i casi devono passare per la strutturazione di significati condivisi sulla cui base è possibile costruire una vita associata condivisa.

Per ora può bastare questo...........

Bibliografia:
Bourdieu:  Per una teoria della pratica, Cortina Raffaello, ed. or. 1972.
                  La distinzione, Il mulino, ed. or. 1979.
                  Il senso pratico, Armando editore, ed. or. 1980.
L. Boltanski: Della critica. Una sociologia dell'emancipazione, Rosenberg Sellier, ed. or. 2012.
R. Brandom, Articolare le ragioni, Il saggiatore, ed. or. 2002.
Descombes, Le istituzioni del senso, Marietti, ed. or. 1996.
Giddens, Le regole del metodo sociologico,Il mulino, ed. or. 1974.
               Central problems in social theory, ed. or. 1979.
               La costituzione della società, Edizioni Comunità, ed. or. 1984 .
Habermas: Teoria dell'agire comunicativo, Il mulino, ed. or. 1981.
Luhmann: Illuminismo sociologico, Il saggiatore, ed. or. 1976.
                 Sociologia del diritto, Laterza, ed. or. 1980.
Sparti: Se un leone potesse parlare, Sansoni editore, 1992


                 



[1] su questo Bourdieu ci ha insistito molto: il carattere simbolico-culturale della vita sociale, in quanto orientata in base a realizzazioni di schemi e strutture, consente poi di intravedere delle regolarità statistiche, e tuttavia ciò non significa assolutamente che si possa costruire una logica deduttiva delle applicazioni particolari di tali schemi astratti - sul genere dello strutturalismo di Levi Strauss - le quali applicazioni seguono appunto invece una 'logica pratica'; e per questo intendo utilizzare il concetto più generale di inferenza, in quanto esso consente secondo me di aprirsi ai criteri di validità e alle logiche pragmatiche storicamente situate e contingenti

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