venerdì 4 settembre 2015

A FAVORE DI UN CONCETTO SEMPLICE DI IDEOLOGIA

    E' da un po' che mi frulla in testa questo proposito, ma che non ho mai avuto modo di elaborare per bene, per cui approfitto del blog, che d'altronde ho deciso di aprire proprio a questo scopo.
    Il proposito è quello di ridare forza ad un concetto semplice di ideologia, in contrasto a tutte le varie concezioni epistemiche, relativistiche, antirelativistiche rifiorite negli ultimi decenni nel tentativo di ridefinire un concetto percepito troppo legato alla tradizione marxista. Il mio scopo è invece quello di portare acqua ad una concezione dell'ideologia intesa semplicemente come forma del 'conflitto di interessi'.
    L'intento delle prospettive 'epistemologiche' dell'ideologia era prima quello di tutto di cercare di rifuggire dalla prospettiva 'scientifica' in base alla quale con il materialismo storico si conosceva la verità mentre gli altri non vedevano l'influenza totalizzante dei rapporti capitalistici su tutte le sfere di vita e le espressioni umane. Di conseguenza c'era una classe sociale che era potenzialmente portatrice della verità riguardo al condizionamento generale dei rapporti produttivi, cioè della realtà del lavoro nell'edificazione di tutto quanto il mondo sociale. La classe operaia aveva quindi un ruolo epistemico privilegiato riguardo alle logiche che governano il mondo sociale (sono loro che lavorano e che quindi costruiscono il mondo, e solo il potere degli altri impedisce un'edificazione in base a principi socialisti che essi già praticherebbero nel lavoro se non fosse a causa di arcaiche istituzioni proprietarie); di questa verità dovevano progressivamente essere portati a conoscenza grazie agli intellettuali formati nella teoria sociale del 'materialismo storico'; a questo punto la società si sarebbe progressivamente illuminata dall'interno riguardo alla verità dei fondamenti dell'autorità, svelando la falsità delle narrazioni Ideologiche in base alle quali esse legittimano la propria posizione di privilegio e di governo, e mostrandone così infine il ruolo semplicemente oppressivo e parassitario.
    Dopo varie vicissutini storiche e teoriche che non è certo il caso di affrontare e riassumere qui, diciamo che in sostanza il nucleo di partenza relativo alla scoperta di una verità scientifica riguardo al mondo sociale, ai fondamenti del potere e ad un motore primo del mutamento storico-sociale, fu quello ad essere messo più seriamente in discussione. Da qui il noto problema del relativismo scettico -anche se io preferisco parlare di un 'soggettivismo dell'opinione' sopratutto nel modo in cui certe questioni filosofiche entrano poi in gioco nell'arena politica del senso comune - : "quando neanche 'gli scienziati' sanno cosa è vero, come fare a distinguere quando una posizione è 'ideologica', cioè evidentemente falsa in quanto funzionale al perseguimento di interessi particolari, da una vera?" Come fare, in politica,  a capire se è effettivamente indispensabile ridurre le pensioni o se invece si tratta di una politica influenzata da convinzioni e credenze errate riguardo a vincoli e possibilità immanenti al mondo sociale, credenze magari funzionali alla volontà di mantenere certe posizioni di privilegio? Quanto per esempio il 'neoliberismo' è ideologico e quanto invece rispecchia, tiene realmente conto, della presenza reale di 'vincoli' strutturali, scontrarsi sui quali non potrebbe che, in ogni situazione umanamente vivibile e auspicabile, creare danni immensi?
    Molte rivisitazioni del concetto di ideologia tentano appunto di mantenere tale concetto critico e polemico, appunto con l'intento di resistere alla tentazione di molti relativisti, nichilisti, costruttivisti, secondo cui tutte le opinioni sono relative a certe condizioni e contesti e quindi non è possibile stabilire una posizione più realistica di altre. Ogni compromesso è appunto solamente tale, ma anche ogni buona ragione portata risponde a criteri solo locali di validità, e non può quindi che dipendere sempre e soltanto dalla differenza di potere in gioco.
   Anch'io penso che si debba mantenere il concetto di ideologia in quanto critico. Poiché una verità da scoprire esiste, per quanto locale e storica: a partire cioè da determinate proprietà generalmente attribuite agli oggetti sociali, e presi quindi come dati determinati vincoli storico-istituzionali; tale ricerca della verità è possibile ed è un valore; ed infine perché penso che le differenze di potere presenti nelle società si sostanzino, e influenzino, in maniere essenziali, i diversi gradi di legittimità, diffusione, credibilità, autorevolezza, accordata a certe narrazioni su come è fatto il mondo, su come dovrebbe essere, su perché è diventato nel modo in cui è, e su quali sono i mezzi migliori e più efficiaci per raggiungere certi stati ritenuti socialmente desiderabili.
    Evitando subito di impelagarmi sulla relazione verità/ideologia, e sui numerosi modi in cui è possibile sostenere convinzioni che si rivelano errate, sui vari 'condizionamento sociali' di una rappresentazione dal punto di vista gnoseologico e di sociologia della conoscenza; svicolo appunto facendo diretto uso della nozione semplice e classica di 'conflitto di interessi'.
    In generale, se io ho un qualche attaccamento al mio modo di vita attuale, tenderò a ritenere che ciò che è favorevole a me, sarà anche favorevole alla società nel suo complesso. E' in sostanza, ideologica, in quanto portatrice di un conflitto interesse, la tendenza a pensare che ciò che fa bene a me fa bene a tutti. Ciò che è importante e buono per me sarà importante e buono in generale; ciò di cui ho bisogno io è lo stesso di cui c'è bisogno in generale; soddisfare le esigenze di 'quelli come me' non può che migliorare la situazione complessiva.
    Questo è secondo me il nucleo essenziale esistenziale e umano che da origine a un'ideologia. Al di là di una credenza semplicemente individuale, che riguarda vicende solo personali (mi piace la pizza e cercherò di insistere per mangiare la pizza), l'interesse sociologico e politico per il concetto di ideologia riguarda 'narrazioni sulla società', e per questo orientano discussioni pubbliche e decisioni pubbliche. Cioè, un concetto di ideologia 'semplice, di interesse sociologico, non deve focalizzarsi su ogni tipo di credenza falsa ed erronea, nè di tutti possibili errori in generale derivanti da una qualche forma di difesa delle proprie posizioni, ma solamente di quei discorsi sulla società in generale, relativamente elaborati, che tendono a legittimare il sostegno simbolico a determinati ruoli e funzioni presenti nella società, nonché le prassi che li caratterizzano.
    In questo modo, facciamo nostre quelle che si possono considerare delle acquisizioni ormai imprescindibili riguardo all'impossibilità di affermare certe verità indiscutibili sui moventi degli eventi sociali, anche se non diluiamo le ideologie all'interno del generale ruolo del significato  e della cultura nella costruzione del mondo sociale, cioè nel dare ruoli e funzioni al mondo materiale (dalla natura, ai corpi, alle azioni) coinvolto nelle prassi umane. Non dobbiamo cioè negare il ruolo del potere e dell'arbitrio, e il solo modo per riconoscerli non è dire che tutto è potere, arbitrio e contingenza, bensì il contrario: le strutture del mondo materiale e sociale esistono, per cui è possibile dire delle verità; queste verità sono molteplici e locali, e distribuite socialmente (le esperienze sono diverse, e i modi in cui si interpetano sono differenti), ma ci sono; e la loro compresenza crea conflitti relativamente a ciò che è necessario o possibile fare.
    In ogni caso, per non impelagarsi appunto in questi temi enormi sul costituirsi della realtà sociale (che intendiamo appunto affrontare via via nel corso dei post), è impossibile negare che, anche all'interno dei criteri di validità e di verità di un contesto sociale, (sempre per distinguere i discorsi ideologici dai più generali processi di reificazione e naturalizzazione della realtà storico-sociale), delle posizioni ideologiche come le ho intese qui siano facilmente rinvenibili e diffuse, che siano anche in maniera relativamente facile intendere come vere, cioè rispettose di certi dati sociali e che descrivono quindi coerentemente determinate posizioni individuali nella società, ma evidentemente anche sempre potenzialmente 'interessate', cioè coinvolte/coinvolgibili nei processi di rappresen-tazione-descrizione-giustificazione delle proprie prassi - e che questo concetto possa insomma avere un ruolo importante da giocare. - Proprio mentre scrivevo questo post ho trovato in rete un articolo del sociologo John Levi Martin, appunto sull'ideologia, ma che non ho avuto ancora abbastanza tempo per leggerlo con attenzione, ma che nell'abstract afferma: "political ideology can best be understood as actors’ theorization of their own position, and available strategies, in a political field". Diciamo che anche secondo me le ideologie sociologicamente interessanti sono quelle che potremmo chiamare le'ideologie politiche' e poi mi pare insomma che anche Levi Martin dica un po' quello che dico io: ''la teorizzazione da parte degli attori della propria posizione (nella società) e delle strategie disponibili, all'interno di un campo politico". Una definizione magari un po' asettica riguardo alla dinamica delle 'appartenenze' e delle passioni identitarie, che possiamo però facilmente agganciare dicendo: ' teorizzazione - legittimante - della propria posizione' e la ricerca di 'strategie disponibili - atte a sostenenerla', poiché difficilmente uno sarà interessato al posizionamento reciproco nella lotta politica e all'analizzare le possibili strategie in astratto senza connetterle alla difesa di supposti interessi o benefici che lo riguardino.
    Tutti insomma, nelle discussioni politiche, tendiamo a dare una rilevanza sociale a quello a cui siamo appassionati e a quello in cui crediamo; a quello in cui siamo identitariamente coinvolti, anche solo per il tempo di vita che magari ci spendiamo. E tendiamo quindi a dare approvazione a quelle idee e posizioni che attribuiscono a ciò che conta per noi 'il posto che merita'. Prendiamo da tali narrazioni una conferma a difesa della nostra condizione e della nostra identità (intendo identità nel senso di un'unità biografica ordinata in base a certe passioni prioritarie e singolarmente fondamentali); le utilizziamo come un repertorio di esempi e controesempi, con cui ribattere - e combattere - ciò che si pensa possa metterle in pericolo. E' evidente che all'origine c'è un'esigenza di giustificare di fronte alla società, ad un altro generalizzato, una posizione: da un lato, dato che si parla di questioni collettive non è possibile rivendicare esplicitamente un interesse personale - da Peirce e Mead, a Piaget, e Habermas su tutti, è stata evidenziata la necessità di una pretesa di validità transcontenstuale e impersonale. Dall'altro lato, possiamo ricordare la massima kantiana, che rappresenta un'istanza importante, che dice che un'azione può essere virtuosa solo se è possibile farla praticare a tutti facendola rimanere virtuosa ("ma se lo facessero tutti?"). Poiché in una società moderna la normatività immanente alle prassi sociali e discorsive esige un'istanza universalistica, una posizione politica può essere valida solo se resiste a questo parametro di validità. Non si tratta quindi tanto di psicologizzare il discorso sull'ideologia come se si trattasse di convinzioni e pretese idiosincratiche, quanto di evidenziare le pretese avanzate di validità politica, ed è lì che il discorso diventa di interesse socio-politico, e si può parlare di ideologia politica.
    A questo possiamo aggiungere che, in base a questa prospettiva, quello che spesso viene inteso come  quando si parla di grandi ideologie, grandi correnti culturali (come per esempio nel libro 'antisemitismo. Un'ideologia del novecento'), o come appunto il 'neoliberismo', io ritengo più opportuno parlare di proposte di interpretazione dell'attualità, dello 'spirito del tempo', in riferimento alla presenza di un'egemonia. Cioè, quando si parla di 'ideologia neoliberista' o altro, sarebbe meglio dire: 'egemonia delle idee neoliberiste'; e, dato il significato polemico, le sue conseguenze negative (di cui non ci sarebbe da sorprendersi poiché la loro verità consiste solamente nella loro utilità in funzione del mantenimento di determinati status quo). L'accusa di ideologia manifesterebbe insomma il fallimento della pretesa universalità della posizione appoggiata, e lo smascheramento del particolarismo dell'opinione sostenuta - cioè la sua insufficienza e carenza nel considerare realmente la complessità di tutte le esigenze sociali, i conflitti e le faticose necessarie composizioni. Tende quindi a confondersi egemonia di determinate idee ed egemonia di determinati gruppi sociali. (Come identificare un gruppo sociale non è in ogni caso una questione semplice, anzi! - per questo preferisco fare riferimento ad affermazioni indivduali). Viceversa, quindi, una posizione conquista una rilevanza egemonica quando riesce ad inglobare gli interessi di soggetti diversi da quelli in cui si origina l'ideologia: quando questi soggetti riescono in qualche modo a convincere gli altri soggetti che gli interessi del primo coincidono con gli interessi di tutti. Per questo motivo essa riesce a superare la prova dell'universalismo; non si presenta più come l'espressione di un interesse particolare, ma può aspirare a presentarsi come difesa degli interessi generali. Questo gruppo ha, ex ante o ex post è impossibile stabilirlo a priori, una posizione epistemicamente avvantaggiata e privilegiata: riesce a vedere ciò che è meglio per tutti; incarna gli interessi (gli ideali?) più diffusi e generali. Queste convinzioni  riguardo ai diversi interessi riescono o vogliono integrarsi nella nuova dottrina ideologica, vengono comprese al suo interno. A questo punto l'interesse del gruppo originario viene percepito come un risultato indiretto e secondario. Non inficia la bontà dell'ispirazione generale. E' chiaro quindi che al limite smette di essere strettamente ideologica, la cui eventuale 'irrealtà' si basa sulla riproposizione di accuse riguardo alla non universalità e alla accusa di (fosse anche nuovo e rinnovato, cioè storicamente successivo) particolarismo. Nel caso in cui tali critiche non trovino accoglienza nonostante il rispetto dei migliori canoni epistemici, il concetto di egemonia sfuma nel generale processo di costruzione culturale della realtà sociale, da cui dovrebbe tuttavia esserne a mio avviso distinto in base alla possibilità di ricostruirne un'origine legata ad una rivendicazione di privilegio epistemico da parte di determminati gruppi sociali (partiti, elite, movimenti sociali, classi, professioni).
    Una posizione ideologica è quindi il tentativo di far guadagnare una rilevanza egemonica a narrazioni che rappresentano valori esemplificativi di certe prassi caratterizzanti determinati ruoli e funzioni sociali. Solitamente queste sono quelle che difendono le posizioni in cui ci troviamo noi, ma non è escluso il contrario, cioè che noi ci affezioniamo a certe posizioni e idee perché siamo convinti della loro bontà etica e politica: data la rilevanza psicologica e sociale delle idee di giustizia (accennavamo prima: Kant e Mead), una bontà dimostrata è parte essenziale per l'approvazione e la scelta di prassi e stili di vita. (Decidiamo di dedicarci a certi lavori e certe professioni anche perché né riconosciamo il valore storico-politico, in base a convinzioni e rappresentazioni più o meno vere o stereotipate). Per questo le ragioni hanno un ruolo essenziale da svolgere nella critica all'ideologia, all'esercitazioni alla democrazia come universalismo e pluralismo (vedi i libri di Bohmann e Parietti sulla democrazia deliberativa).
    Affinché non diventi egemonica una narrazione e una rappresentazione della società totalmente ex-novo, estranea al contesto, cosa impossibile e neanche auspicabile, ogni aspirazione all'egemonia, cioè ad un rinnovamento dei rapporti di forza in una società, non può quindi che passare dal sostegno, dalla legittimazione, alle pratiche portate avanti da certi gruppi e certe persone, cioè non può che essere ideologica. Ma diventerà egemonica tendenzialmente solo quando si separerà dal rappresentare - e celebrare -  coerentemente solo la situazione del gruppo di origine, ma diventa capace - magari diventando astratta e generica - di mostrarsi potenzialmente coerente, o non incoerente, con le aspirazioni e situazioni di altri gruppi e ruoli.
    Una società politicamente attiva, culturalmente attiva, non può quindi che essere conflittuale, democratica, liberale, ma sopratutto sperimentale - quindi pluralista.

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