lunedì 22 febbraio 2016

Sul concetto di 'Spreco di risorse'



E' a tutti evidenti che sul concetto di 'spreco' si giocano moltissime questioni di grande rilevanza economica e sociale. E' quindi fondamentale cercare di esplicitare quelli che mi sembrano gli elementi fondamentali delle diverse posizioni in gioco. Essenzialmente le posizioni possono essere elencate in tre prospettive e dimensioni: quella dello spreco da parte del settore pubblico, quella dello spreco privato, e quella dello spreco che in entrambi i settori viene fatto delle risorse ecologiche. Ovviamente tutte e tre, dal momento che per tutte e tre è possibile utilizzare in maniera pertinente il concetto di 'spreco', possono essere riunite sotto l'idea che si stanno trattando delle 'potenziali' risorse produttive al di sotto delle loro 'capacità'. Il fatto è che queste attribuzioni di 'trattamento limitato e carente', presuppongono alcuni presupposti normativi ed ontologici riguardo alle potenzialità delle risorse e dei sistemi pratico-materiali che dovrebbero convogliarle, attivarle e sfruttarle in modo tale da garantirne l'espletamento delle 'effettive potenzialità', decisamente differenti.
 - Nei nostri sistemi economici capitalisti misti è facile vedere la presenza di due effetti apparentemente opposti: non si consente di sfruttare alcune risorse, per esempio il lavoro e tutto ciò che momentaneamente non consente di produrre merci con la cui vendita è possibile realizzare un sovrappiù rispetto alle spese, mentre si verifica al contempo un eccessivo sfruttamento di talune risorse, su tutte ovviamente le risorse naturali intese nel senso di tutti i servizi forniti dagli ecosistemi, che possono essere danneggiati dalle attività di cui essi consentono la sostenibilità economica, nella forma di ricevitori degli scarti o di danneggiamento per impoverimento da troppo prelievo. Ma una cosa simile può valere anche per la forza lavoro: un sistema economico che lascia ben poco tempo extralavorativo da un lato e, parallelamente, una quota di disoccupati e sottoccupati che sembra in essere in incremento sempre costante. Sfrutta poco, cioè non produce la quantità di beni utili e servizi che da più parti ci si aspetterebbe di averne la disponibilità (‘la nostra società è troppo ricca per il capitalismo’), oppure sfrutta troppo. Che significa?
Significa, intanto, che il concetto di spreco va elaborato bene: si può effettivamente dire che entrambi i settori, sia quello privato-capitalistico orientato al profitto e quello pubblico ‘sprecano’ risorse, ma in modo un po’ diverso. Si può ben dire che il capitalismo spreca risorse potenzialmente produttive perché i soggetti produttivi, cioè gli enti dedicati a decidere delle risorse da impiegare, decidono di occupare e impiegare, far lavorare e quindi far diventare utili nel senso di dare la possibilità di fornire un servizio relativamente utile alla società, solamente a condizione che poi i beni che producono siano non soltanto vendibili sul mercato, ma generino anche un profitto per l’imprenditore. Di conseguenza tutte quelle capacità produttive, in particolare umane, che potrebbero benissimo di fatto essere capaci di fornire lavori e servizi, quindi utilità e benessere per altre persone e per la società, vengono lasciate inutilizzate, inerti, obbligate al limite a mantenersi senza comprare i beni, e a procurarseli nel circuito informale. Viceversa, le risorse dall’utilizzo delle quali si prospetta un rendimento profittevole vengono impiegate fino alla loro capacità di generare un rendimento maggiore dei costi necessari a farle lavorare e fruttare. Si può quindi dire in sintesi che gli attori orientati al profitto sprecano le risorse che non utilizzano e sovrasfruttano quelle coerenti con il processo di accrescimento: le risorse per cui non si intravedono delle opportunità e delle capacità di lavoro redditizio vengono espulse all’esterno del ciclo produttivo (costi da eliminare, risparmi di produzione) o lasciate all’esterno (risorse dall’impiego non redditizio e non conveniente, poiché per vari kotivi sembra impossibile impiegarle al livello della loro produttività marginale, e quindi in forma redditizia dal punto di vista della singola impresa) – Dall’altro lato, per quanto riguarda lo stato si può dire che lo spreco avviene ‘all’interno’ del processo produttivo. Dal punto di vista dell’efficienza capitalistica, impiegare o retribuire delle risorse produttive al di sopra della loro produttività marginale (ipotizzando anche che un tale calcolo possa essere fatto, cosa su cui a livello dottrinario ci sono infiniti dubbi) significa occupare delle risorse che potrebbero essere impiegate altrimenti, che potrebbero essere spinte a produrre e a rendersi utili in altri settori e in altri campi più congeniali magari a loro e alla società. Dal momento che un’impresa è sempre spinta a risparmiare sui costi, essa è capace di liberare tutte le risorse che effettivamente possono non servire, non sono indispensabili, ricavando il massimo invece da quelle che effettivamente servono. In tal modo l’impresa, spinta dalla concorrenza ad aumentare la produttività e ad economizzare sugli input, libera continuamente risorse produttive, lavoratori e altri fattori, rendendoli disponibili per altri utilizzi e altri progetti con prospettive di rendimento. Presupposto fondamentale è ovviamente il ruolo iper-efficiente dei segnali dei prezzi e delle loro variazioni in base alla presenza o meno e al tipo di impieghi disponibili, così che le risorse liberate sono prontamente impiegabili da tutti i progetti che si possono presentare disposti ad impiegare qualche risorsa libera.
Vi sono quindi due concetti di spreco. Da un lato ci sono risorse che non vengono occupate, dall’altro ci sono risorse che vengono occupate al di sopra della loro efficienza. Nella prima le risorse non producono quando invece potrebbero produrre, in quanto non viene loro consentito, dall’altro le risorse vengono invece impiegate e producono meno in proporzione a quanto potrebbero rendere se impiegate diversamente, insieme ad altre risorse organizzate in base alla produttività marginale. In entrambi i casi le risorse vengono impiegate troppo poco: da un parte perché non vengono occupate affatto, dall’altro perché vengono occupate troppo poco e pagate troppo in quanto non sottoposte alla pressione dei costi dettata dalla concorrenza. Per quanto riguarda la critica al capitalismo, esse vengono pagate troppo poco rispetto a quanto potrebbero compiere; per quanto riguarda la critica al settore pubblico queste risorse vengono pagate troppo rispetto a quanto effettivamente danno e producono se le si considerasse strettamente dal punto di vista del contributo monetario alla produzione. 
  Sopratutto, però, si può dire che da un lato, si sprecano prima di tutto risorse monetarie, il che ha l'ulteriore effetto negativo di non rendere i fattori produttivi impiegati disponibili per altri che potrebbero utilizzarli aumentando, seppur marginalmente meno, la produzione privata ed efficiente, con l'effetto di una scarsità artificiale e quindi di alzare i costi di produzione; dall'altro si sprecano risorse reali direttamente perché non si impiegano (perché la scarsità artificiale non è quella di risorse reali ma di risorse monetarie che derivano dai surplus produttivi e che quindi sottostanno al principio della divisione della proprietà dei mezzi di produzione: i profitti vanno al proprietario o ai gestori i quali poi decidono se investirli e cosa farne). Da questo punto di vista si potrebbe poi accusare le imprese private, e/o i singoli 'capitalisti' di sprecare denaro nel momento in cui lo si vede impiegato in progetti che producono forte utilità privata individuale ma pochissima, se non nulla o addirittura magari danno, utilità collettiva: cioè, dal punto di vista del calcolo paretiano-utilitarista producono meno utilità comlessiva rispetto a quella che potrebbero produrre altri utilizzi meno egocentrati e condizionati al profitto privato (gli esempi potrebbero ovviamente essere infiniti, mi viene in mente adesso quello dei miliardi di dollari spesi da un'azienda finanziaria per far costruire un tubo a fibre ottiche sul fondo dell'oceano atlantico con lo scopo di guadagnare alcuni centesimi di secondo nelle attivitò di trading ad alta frequenza; ma potremmo ricordare tutti i disastri ambientali, e su tutti la questione della deforestazione).
   Ai questi due concetti economici va poi aggiunto il concetto trasversale relativo alle risorse ecologico-naturali. Il punto problematico, di grande rilevanza politica, in quanto determina poi gli strumenti più adatti a prevenire gli sprechi, è capire a quale dei due schemi corrisponde maggiormente il tipo di spreco che riguarda i beni e le risorse naturali: è più uno spreco da mancato utilizzo, o più uno spreco da eccesso di utilizzo/utilizzo inefficiente? E, oltre a questo, com'è possibile che lo spreco si identifichi con il sovrasfruttamento? 
   Intanto, anche qui bisogna distinguere due fenomeni di 'spreco': vi è infatti un processo di spreco di risorse naturali che non è affatto riconducibile a quello di sovrasfruttamento ma piuttosto a quello di 'abbandono'. Possiamo fare due esempi emblematici. Da un lato quello dell'abbandono di terreni e campi incolti (spesso e volentieri con relative abitazioni e cascine agricole), dall'altro quello del mancato utilizzo efficiente di cose come il cibo, l'acqua e l'energia. Mentre i primi sono evidentemente da far rientrare nella scarsità artificale prodotta dal criterio del profitto, i secondi sono decisamente più ambigui. Anche se è vero che questi ultimi fenomeni si legano più strettamente anche con il sovrasfruttamento, è anche vero però che si tratta di risorse di cui non viene apprezzata la piena capacità di soddisfare bisogni. Sono solitamente prodotti in eccesso rispetto alla domanda effettiva che si è manifestata nella prassi di soddisfacimento dei bisogni degli utenti/consumatori. Per esempio il cibo buttato via dal piatto o dagli scaffali dei negozi, o l'energia e l'acqua sprecata nella diffusione o nell'utilizzo finale. Si tratta di 'produzione in eccesso', di 'prodotti finali' la cui produzione è redditizia ma che, e anzi proprio perché, è in eccesso. Quindi si tratta sì di sovra-sfruttamento di risorse di base, ma che diventano poi risorse poco valorizzate una volta effettuato il processo produttivo. Di cibo finale se ne produce in eccesso rispetto alla domanda, sia per non rischiare la scarsità che farebbe poi perdere clienti, sia a causa dell'organizzazione produttiva che trova più conveniente produrre tanto (economie di scala) e poi semmai buttare. Da questo punto di vista, lo spreco di prodotti già fatti sarebbe più simile alla scarsa efficienza di utilizzo delle risorse di base che si attribuisce al settore pubblico, in quanto è uno spreco che consiste nel prelevare/impiegare più risorse di quelle che servono per soddisfare il servizio (almeno nei paesi occidentali). La soluzione sarebbe efficientare la produzione di cibo finale rendendola più coerente con l'effettivo consumo finale, mediante magari macchinari che risparmiano energia, e cibo alla fonte. Prelevo solo quello che utilizzo e utilizzo tutto e solo quello che estraggo. Quindi nella misura in cui il privato reagisce agli incentivi risparmiando sulle risorse (ma il capitalista non risparmia risorse, risparmia costi! in moneta! se la natura e altre cose sono gratis questo è un problema, crea un'allocazione inefficiente appunto in quanto non è incentivato a ridurre i costi) quindi se queste risorse hanno un prezzo, e riesce a farlo più dello stato, il sostegno alla logica dell'efficienza privata sarebbe sicuramente conveniente. Ma ci sono appunto due limiti: da un lato la presenza o meno del prezzo delle risorse; dall'altro il tipo di agente privato che deve compiere la scelta di efficientamento: 1 - in assenza di un prezzo o di potere di mercato tale da poter abbassare il costo delle risorse, l'impresa privata non è incentivata a risparmiare ed efficientare sulle risorse da impiegare, ma questo presuppone di sapere se la proprietà privata o il limite condizionato dal prezzo alto possa essere sufficiente ad evitare che quelle risorse svolgano la loro funzione in altra maniera: l'esigenza del prezzo da un lato e la necessità di controllare il potere di mercato dall'altro sono due condizioni difficili da soddisfare in maniera completa, efficace e integrata così da avere sempre un mercato egualitario ed equo e con prospettiva di lungo periodo. Quindi sono due limiti effettivi interni al trattamento privatistico delle risorse naturali. Questo perché il solo prezzo in assenza di altri vincoli e criteri di utilizzo e destinazione delle risorse rischia di non essere sufficiente a mantenere le capacità utili della risorsa naturale (risorse ambientali per il cibo; nonché l'energia per le case e le aziende e l'acqua), dal momento che l'utilizzo può non essere elastico al prezzo, e la proprietà privata può essere miope. 2 - un conto sono le aziende che possono avere accesso al credito e possono avere le opportunità di investire, ma un altro conto sono le famiglie private, i cui orientamenti di spesa e opportunità di reddito possono non essere realizzati nella tempistica sufficiente. Inoltre le famiglie puntano ad avere consumi stabili, mentre per le aziende sono spesso orientate alle economie di scala e quindi sviluppando maggiore effetto rebound (come ha dimostrato un articolo di Tim Jackson e altri proprio per andare a vedere quali settori hanno maggiore effetto rebound che annulla i risparmi di risorse).
Volendo dare qualche conclusione, dato che mi sembra già sufficientemente intortato, potremmo per ora dire in sostanza che: 
- per la disoccupazione, degli interventi diretti dello stato per coordinare disoccupati e bisogni insoddisfatti sarebbero essenziali, 
- per altre risorse come quelle naturali, acqua ed energia, sarebbe forse importante il privato e il suo orientamento, ma con dei pesanti sussidi e imposte orientate, banalmente del tipo crediti di imposta del piano ristrutturazione del governo Letta; 
- per il cibo l'approccio del profitto mi sembra disfunzionale e occorrerebbero vincoli giuridici allo sfruttamento agricolo, ma sopratutto un privato no profit che escogiti dei modi per far funzioanre anche tutto quel cibo già prodotto che il privato produce ma che utilizza solo per risparmiare tenendo i prezzi bassi ed essere sempre presente. Un privato no profit che potrebbe essere in qualche modo sussidiato dallo stato e lavorare in coordinazione con esso (oppure autofinanziarsi con moneta locale in qualche modo).
- Per lo spreco rappresentato dall'inutilizzo naturale, cioè territori il cui contributo e la cui complessità ecologica sarebbero maggiori se venissero utilizzate e non se aumentassero semplicemente la loro biomassa boschiva selvatica, anche un privato no profit regolamentato e orientato a criteri di massima sostenibilità ambientale potrebbe fare meglio che non lo stato, utilizzando risorse, efficientandone l'uso ma senza sfruttarle.

sabato 20 febbraio 2016

Nuovo esempio di regole costitutive e inferenzialismo: il caso del carcere

    Scrivo queto post a seguito di una discussione vista in televisione qualche giorno fa, sul programma 'Presa diretta'. Qui si faceva vedere, da un lato, un lungo servizio su un 'carcere' norvegese, nel paesi di Balstoy, in cui si persegue l'esplicito obiettivo della reintegrazione e del reinserimento del criminale, mettendo totalmente da parte l'aspetto retributivo-vendicativo della pena carceraria; dall'altro, un'intervista ad uno dei nostri maggiori esperti di carcere e riforme carcerarie in senso umanizzante, Luigi Manconi, che spiegava un po' il suo ultimo libro intitolato 'Abolire il carcere'.
    Il nesso con il discorso che si conduce qui è quindi facilmente intuibile: trasformare il sistema carcerario italiano, fatto di sovraffollamento, sanità ai limiti del rischio epidemiologico, violenza, frustrazione, depressione e, sopratutto, di conseguenza, altissimi tassi di recidiva, in sostanza un modello carcerario che ha quasi del tutto disatteso le promesse di reinserimento in nome dell'obiettivo punitivo e vendicativo; insomma, trasformare questo sistema carcerario in uno come quello Norvegese, in cui, come si può evincere dalle immagini (si, quello è il carcere!) moltissime, se non quasi tutte tranne una o due, delle caratteristiche solitamente attese-inferite dal concetto di carcere, vengono a mancare, per essere sostituite con un insieme molto differente di pratiche sociali, significa "riformare il carcere", trasformarlo e restituirlo alla sua 'vera' e 'originaria' missione, oppure, come dice Manconi, 'abolire' il carcere, per avere un sistema di reinserimento che alla fine è sostanzialmente ed essenzialmente diverso?

  

   Naturalmente, quello che ho inteso fare in questi blog è tentare di individuare dei criteri in base ai quali poter stabilire dei discrimini. Quello che propongo qui è quello di andare a vedere i sistemi inferenziali che compongono e descrivono le prassi sociali. Prima di tutto, dall'intervista non è chiaro, ma magari mi sono perso la parte che lo diceva, se i norvegesi chiamano 'carcere' una struttura di questo genere. Cioè se hanno continuato ad utilizzare la stessa parola che usavano prima di instaurarli. Un primo elemento è infatti vedere se anche secondo loro questo carcere esemplifica un elemento dell'intensione del concetto che era 'essenziale' e principale anche nelle pratiche carcerarie precedenti, oppure no. Nel caso che la forte priorità al reinserimento sociale che emerge da queste pratiche e dalle connesse interviste autorappresentative, fosse presente anche da prima, è plausibile pensare che possano chiamarlo con il medesimo nome. Anche nelle interviste, i pochi guardiani, parlano molto della differenza di questo 'carcere' rispetto ad altri, proprio per il fatto che l'organizzazione e l'architettura delle pratiche di detenzione è espressamente orientata a diminuire al massimo il carattere retributivo della pena, in favore di quello riabilitativo. Dicevano spesso che la caratteristica essenziale di una pena detentiva è quella di proteggere e prevenire la comunità da rischi concreti di violenza fisica o altro, non lo so, privando della libertà il reo. Questa, dicevano, "è già una pena più che sufficiente, è una pena fortissima, una grande sofferenza, ma che risponde all'obiettivo precipuo non di espiare un peccato, o da parte della società di vendicarsi, cioè di far vivere il reo al di sotto degli standard minimi di quella società, così da punirlo e fargli capire l'importanza del vivere in società e del rispettarne le regole, ma di fornire al reo gli strumenti per integrarsi nella società che non ha avuto". Tra questi ci sono sicuramente gli aspetti lavorativi, all'interno della prigione ci sono una sacco di laboratori, officine, sale studio etc. ma anche gli aspetti psicologici, cioè ci sono delle sedute di psicoterapie (che ovviamente non so quando 'disciplinanti' e repressive, ma i presupposti non è che siano del tutto campati in aria, in certi casi di aggressività non molto gestibile, appunto: uno che ti accoltella perché per strada o in discoteca gli pesti un piede o lo guardi male, si può dire che ha dei problemi nel gestire il rispetto di sè e l'aggressività? e che forse una psicoterapia e dei corsi di gestione della violenza e i rapporti con gli altri potrebbe averne un po' bisogno? Sicuramente non saranno solo chi commette dei crimini e si fa beccare che ne avrebbe bisogno, ma forse, dico forse più probabilmente vale l'inverso...). Ci sono anche elementi di abitudine e stili di vita, da mantenere il più possibile simili e coerenti con quelli della società esterna: dalle finestre senza sbarre, alle stanze singole, agli orari lavorativi stabili, alla televisione, internet e i videogiochi, i bagni singoli per ogni stanza, corsi di barca a vela e canottaggio per stare a contatto con la natura e lavorare in squadra etcc... Il costo si aggira sugli 84.000 euro per ogni detenuto, contro la metà dei carceri italiani, dove però sono spesi in altri fattori, sopratutto guardie dato che molti servizi, quando ci sono, sono fatti da volontari. 

 

   Insomma, sicuramente nell'intensione della pratica carcerario-detentiva ci sono entrambi gli aspetti, quello puntivo retributivo, che serve a tutta una serie di funzioni: la vittima o i suoi vicini, devono avere 'soddisfazione', deve infliggere una sofferenza fisica o psicologica tale da fargli capire la gravità sociale della sua azione, in quanto violazione di una cosa ritenuta preziosa dalla società, (l'incolumità, la proprietà, il rispetto, l'onesta o l'uguaglianza etcc); deve essere un simbolo dell'importanza della singola norma e delle norme in generale per la vita in società, per la possibilità di dare e ricevere beni e riconoscimento. Deve avere valore deterrente: "se uccidendo o rubando vado a stare meglio allora chi me lo fa fare di lavorare, farmi il culo, non rispondere alle provocazioni e alle umiliazioni?" . E questo direi che è uno degli aspetti simbolici più importanti che la pena carceraria ha sempre avuto -- Dall'altro lato, però vi è quello di fornire un luogo isolato e separato, e quindi sicuro per gli altri, in cui poter 'riformare' una personalità rendendola compatibile con i valori e i comportamenti sociali.
   Ora, chiaramente non vorrei addentrarmi troppo nelle questioni di relativismo della devianza e delle varie teorie delle cause della devianza, conflittualismo, psicologismo, razionalismo etcc.... Quello che è importante è capire quali valori consentono di - una volta intravisti e riconosciuti nelle singole specifiche prassi sociali - dire se abbiamo un cambiamento di una medesima pratica o una pratica differente.
    La questione del nome è cruciale. Ma anche quella delle pratiche in cui la denominazione si inserisce e si incorpora. E' chiaro che se in Norvegia il valore del reinserimento è stato, nelle pratiche, sempre più rilevante dell'altro, possono continuare a chiamare carcere un sistema che mantiene comunque la proprietà essenziale della detenzione, dell'isolamento, dell'imposssibilità di uscire quando e come si vuole da casa propria, incontrare gente e frequentare posti. In Italia, o in Turchia o Brasile o Stati Uniti magari se è per questo (posti noti per la "non particolare costruttività'' dei carceri), in cui le inferenze che strutturano e giustificano le prassi e le sequenze carcerarie sono decisamente inclinate nel verso della retribuzione, un sistema come quello norvegese farebbe probabilmente interrompere l'utilizzo del termine 'carcere', stimolando la coniazione di un qualche neologismo, del tipo 'centro per la formazione e il reinserimento', abbreviato magari in 'centro' o 'comunità': "lo hanno messo in un centro". Ma cos'è appunto che stimola la modifica del nome? E' appunto la percezione di un avvenuto mutamento di significato. E che significa? Significa, nella prospettiva che si porta avanti qui ovviamente, che sia gli attori direttamente implicati e coinvolti nelle prassi, sia gli osservatori esterni, si trovano 1) a dover modificare le aspettative e i gesti solitamente associati gli uni agli altri; 2) a farlo relativamente ad aspetti centrali della dimensione semantica intensionale del concetto e della prassi precedentemente vigente, cioè a modificare le regole costitutive dell'uso di azioni e parole. Per esempio, è abbastanza facile intuire che i fatti della chiusura, associata alla sorveglianza e al rispetto forzato di certe regole, e in cui il ricorso alla violenza è comunque più rapido e pronto che non nella vita fuori, spingono per il mantenimento di buona parte dei riferimenti più centrali del concetto del carcere: "d'altra parte sono sempre in un carcere, non è che posso spaziare più di tanto, ed espormi chissà quanto" (poi non lo so, chissà, magari nascono anche delle relazioni amorose tra detenuti e assistenti..! Il che testimonierebbe di una effettiva flessibilità relazionale e interattiva più simile con la vita fuori). Rispetto alle quali tutte le altre inferenze: ora pranzo, quindi il cibo farà cacare; ora pranzo e dopo devo tornare subito in cella; ecco, ora non ho nulla da fare e non posso fare un cazzo se non spettegolare con gli altri detenuti; vado in progione quindi i miei potrò vederli una volta ogni morte di papa; mi mettono in carcere e quindi sprecherò solo altri anni della mia vita e dopo non avrò un cazzo da fare e sarò peggio di prima; ci sono le sbarre e non posso guardare fuori dalla finestra per bene; arriva un nuovo detenuto e magari me lo mettono in stanza con me; ecc. ecc. Insomma tutte le varie inferenze che possono costituire una pratica sociale, in particolare in una 'istituzione totale' com'è una prigione.., tutte queste inferenze potrebbero risultare marginali, in quanto la loro assenza e revisione non scalfisce il nucleo intensionale della privazione della libertà e rientrano solamente in quelle 'regole regolative' che fanno sì che il sistema migliori e funzioni meglio, in aderenza a valori di giustizia, di perfezionamento della coerenza tra prassi e giustificazione, e di coerenza tra mezzi e fini. In tal caso, appunto si tratterebbe appunto sempre di un carcere, in cui i detenuti possono continuare ad essere chiamati appunto detenuti, ma un carcere 'umano', ben fatto, razionale e funzionale, etico e giusto, per così dire.. E quindi Manconi avrebbe forse fatto meglio a intitolare il libro, nel caso effettivamente si ispiri a queste pratiche, 'Riformare il carcere' , piuttosto che 'abolire il carcere'.
   Dall'altra parte, però, le varie pratiche anche esterne al carcere e culturali in generale, che si legano alla legittimazione e alla riproduzione di un sistema carcerario di tipo punitivo e con effetti disfunzionali, rendono l'assenza di tutte le dimensioni retributive e di vita intenzionalmente disagiata del carcere, talmente diversa in così tante dimensioni della vita quotidiana carceraria da rendere effettivamente possibile dire che 'quelli non sono più carceri', proprio perché la dimensione retributiva era così centrale e così diffusa da renderla più importante della mera detenzione e privazione della libertà. In tal caso, la quantità di prassi da modificare sarebbe talmente grande (penso per esempio alle prassi giudiziarie, di selezione e formazione del personale carcerario - in Norvegia nel carcere c'è una vera e propria biblioteca di libri di psicologia, diritto, criminologia a disposizione e realmente utilizzata sia dalle guardie che dai detenuti! ecc.) che si tratterebbe di una vera e propria 'abolizione' e poi rifondazione. Quindi da un lato c'è un rovesciamento del focus del concetto, dall'altro c'è una gran quantità di elementi che seppur periferici contribuiscono a dare un carattere di necessità e quindi a strutturare un certo tipo di prassi carceraria anche qualora il focus del concetto fosse già orientato alla riabilitazione. Il termine 'abolizione' è poi coerente con la sensazione e la realtà di necessità sociale e di impossibilità logico-inferenziale di un radicale mutamento all'interno di un medesimo paradigma di similarità concettuale, che ci fa appunto propendere per un concetto di novità e alterità istituzionale. L'Italia si troverebbe quindi forse davanti a due processi di risemantizzazione relativamernte conflittuali: da un lato, gli attori coinvolti si troverebbero davanti a dei mutamenti tali, che richiamano appunto in causa il rovesciamento della gerarchia tra centro e periferia del contenuto inferenziale, in cui il retributivismo verrebbe marginalizzato e il reinserimento centralizzato, coinvolgendo tutte le loro inferenze anche esterne e caratteriali (habitus): farebbero quindi resistenza e direbbero ''questo non è un carcere (- è Cuccagna!)''. Dall'altro lato, forse gli osservatori esterni, e che non hanno esperienza di carcere direbbero magari ''questo è un carcere che fa della riabilitazione il nucleo e il fine giustificativo principale'', che quindi, come nel caso norvegese potrebbero forse opporre meno resistenza alla ridenominazione (o forse no, anzi, magari proprio a scopo differenziante e conflittuale opterebbero per un neologismo). Probabilmente ci troveremmo di fronte a tipiche discussioni terminologiche e concettuali: "ma scusa il carcere deve essere questo e questo, altrimenti non è..." Tipicamente orientate dai due modi di orientamento principale, quello che vede il carcere come primariamente reintegrativo per degli 'sfortunati' che non ne hanno avuto l'opportunità, o primariamente punitivo per dei biechi approfittatori della buonafede sociale. E' chiaro che siccome le motivazioni al crimine possono essere molteplici e muoversi lungo il continuum tra almeno queste e altre motivazioni, ma che però un'istituzione non esiste per definizione su base singola e individuale (cioè non può esistere un sistema carcerario e sanzionatorio per ogni singolo reato e persona, così come non esiste una parola di cui posso decidere soggettivamente il significato), anche l'istituzione dovrà cercare un equilibrio tra i due principi ispiratori, in base agli eventi sociali e al carattere della criminalità che si trova ad affrontare. Ma è importante notare che entrambi i sistemi sono in ogni caso anche 'espressivi', non è che solo quello retributivo è 'emotivo' e irrazionale, mentre l'altro è razionale, ordinato, perché entrambi hanno un aspetto celebrativo e quindi normativo in senso lato (Durkheimiano potremmo dire), in quanto esprimono la rappresentazione del male e del bene di una società, o che essa mira ad avere.
   Per concludere, quindi, una cosa da rispondere a qualcuno che conclude la frase precedente con 'è cuccagna' o qualcosa del genere, si può rispondere facendoli notare che la dimensione simbolico-retributiva è sempre presente anche in quello norvegese, ed è quella che chiede: qual'è il valore che la società vuole difendere e implicitamente celebrare? La risposta, in ogni caso, non è così scontata come sembra.....