E' a tutti evidenti che sul concetto di 'spreco' si giocano moltissime questioni di grande rilevanza economica e sociale. E' quindi fondamentale cercare di esplicitare quelli che mi sembrano gli elementi fondamentali delle diverse posizioni in gioco. Essenzialmente le posizioni possono essere elencate in tre prospettive e dimensioni: quella dello spreco da parte del settore pubblico, quella dello spreco privato, e quella dello spreco che in entrambi i settori viene fatto delle risorse ecologiche. Ovviamente tutte e tre, dal momento che per tutte e tre è possibile utilizzare in maniera pertinente il concetto di 'spreco', possono essere riunite sotto l'idea che si stanno trattando delle 'potenziali' risorse produttive al di sotto delle loro 'capacità'. Il fatto è che queste attribuzioni di 'trattamento limitato e carente', presuppongono alcuni presupposti normativi ed ontologici riguardo alle potenzialità delle risorse e dei sistemi pratico-materiali che dovrebbero convogliarle, attivarle e sfruttarle in modo tale da garantirne l'espletamento delle 'effettive potenzialità', decisamente differenti.
- Nei nostri sistemi economici capitalisti misti è facile vedere la presenza di due effetti
apparentemente opposti: non si consente di sfruttare alcune risorse, per esempio
il lavoro e tutto ciò che momentaneamente non consente di produrre merci con la
cui vendita è possibile realizzare un sovrappiù rispetto alle spese, mentre si verifica al contempo un eccessivo sfruttamento di talune risorse, su tutte ovviamente
le risorse naturali intese nel senso di tutti i servizi forniti dagli
ecosistemi, che possono essere danneggiati dalle attività di cui essi
consentono la sostenibilità economica, nella forma di ricevitori degli scarti o di danneggiamento
per impoverimento da troppo prelievo. Ma una cosa simile può valere anche per
la forza lavoro: un sistema economico che lascia ben poco tempo extralavorativo
da un lato e, parallelamente, una quota di disoccupati e sottoccupati che
sembra in essere in incremento sempre costante. Sfrutta poco, cioè non produce la
quantità di beni utili e servizi che da
più parti ci si aspetterebbe di averne la disponibilità (‘la nostra società è
troppo ricca per il capitalismo’), oppure sfrutta troppo. Che significa?
Significa, intanto, che il concetto di spreco va elaborato bene: si può effettivamente dire che entrambi
i settori, sia quello privato-capitalistico orientato al profitto e quello
pubblico ‘sprecano’ risorse, ma in modo un po’ diverso. Si può ben dire che il
capitalismo spreca risorse potenzialmente produttive perché i soggetti
produttivi, cioè gli enti dedicati a decidere delle risorse da impiegare, decidono di occupare e impiegare, far
lavorare e quindi far diventare utili nel senso di dare la possibilità di
fornire un servizio relativamente utile alla società, solamente a condizione
che poi i beni che producono siano non soltanto vendibili sul mercato, ma
generino anche un profitto per l’imprenditore. Di conseguenza tutte quelle
capacità produttive, in particolare umane, che potrebbero benissimo di fatto
essere capaci di fornire lavori e servizi, quindi utilità e benessere per altre
persone e per la società, vengono lasciate inutilizzate, inerti, obbligate al
limite a mantenersi senza comprare i beni, e a procurarseli nel circuito informale. Viceversa,
le risorse dall’utilizzo delle quali si prospetta un rendimento profittevole
vengono impiegate fino alla loro capacità di generare un rendimento maggiore
dei costi necessari a farle lavorare e fruttare. Si può quindi dire in sintesi
che gli attori orientati al profitto sprecano le risorse che non utilizzano e
sovrasfruttano quelle coerenti con il processo di accrescimento: le risorse per
cui non si intravedono delle opportunità e delle capacità di lavoro redditizio
vengono espulse all’esterno del ciclo produttivo (costi da eliminare, risparmi
di produzione) o lasciate all’esterno (risorse dall’impiego non redditizio e
non conveniente, poiché per vari kotivi sembra impossibile impiegarle al livello della loro produttività marginale, e quindi in forma redditizia dal punto di vista della singola impresa) – Dall’altro lato, per quanto riguarda lo stato si può dire
che lo spreco avviene ‘all’interno’ del processo produttivo. Dal punto di vista
dell’efficienza capitalistica, impiegare o retribuire delle risorse produttive
al di sopra della loro produttività marginale (ipotizzando anche che un tale
calcolo possa essere fatto, cosa su cui a livello dottrinario ci sono infiniti
dubbi) significa occupare delle risorse che potrebbero essere impiegate
altrimenti, che potrebbero essere spinte a produrre e a rendersi utili in altri
settori e in altri campi più congeniali magari a loro e alla società. Dal
momento che un’impresa è sempre spinta a risparmiare sui costi, essa è capace
di liberare tutte le risorse che effettivamente possono non servire, non sono
indispensabili, ricavando il massimo invece da quelle che effettivamente
servono. In tal modo l’impresa, spinta dalla concorrenza ad aumentare la produttività e ad economizzare sugli input, libera continuamente risorse produttive,
lavoratori e altri fattori, rendendoli disponibili per altri utilizzi e altri
progetti con prospettive di rendimento. Presupposto fondamentale è ovviamente
il ruolo iper-efficiente dei segnali dei prezzi e delle loro variazioni in base
alla presenza o meno e al tipo di impieghi disponibili, così che le risorse
liberate sono prontamente impiegabili da tutti i progetti che si possono
presentare disposti ad impiegare qualche risorsa libera.
Vi sono
quindi due concetti di spreco. Da un lato ci sono risorse che non vengono
occupate, dall’altro ci sono risorse che vengono occupate al di sopra della
loro efficienza. Nella prima le risorse non producono quando invece potrebbero
produrre, in quanto non viene loro consentito, dall’altro le risorse vengono
invece impiegate e producono meno in proporzione a quanto potrebbero rendere se
impiegate diversamente, insieme ad altre risorse organizzate in base alla
produttività marginale. In entrambi i casi le risorse vengono impiegate troppo
poco: da un parte perché non vengono occupate affatto, dall’altro perché vengono
occupate troppo poco e pagate troppo in quanto non sottoposte alla pressione
dei costi dettata dalla concorrenza. Per quanto riguarda la critica al capitalismo, esse vengono pagate troppo poco rispetto a quanto potrebbero compiere; per quanto riguarda la critica al settore pubblico queste risorse vengono pagate troppo rispetto a quanto effettivamente danno e producono se le si considerasse strettamente dal punto di vista del contributo monetario alla produzione.
Sopratutto, però, si può dire che da un lato, si sprecano prima di tutto risorse monetarie, il che ha l'ulteriore effetto negativo di non rendere i fattori produttivi impiegati disponibili per altri che potrebbero utilizzarli aumentando, seppur marginalmente meno, la produzione privata ed efficiente, con l'effetto di una scarsità artificiale e quindi di alzare i costi di produzione; dall'altro si sprecano risorse reali direttamente perché non si impiegano (perché la scarsità artificiale non è quella di risorse reali ma di risorse monetarie che derivano dai surplus produttivi e che quindi sottostanno al principio della divisione della proprietà dei mezzi di produzione: i profitti vanno al proprietario o ai gestori i quali poi decidono se investirli e cosa farne). Da questo punto di vista si potrebbe poi accusare le imprese private, e/o i singoli 'capitalisti' di sprecare denaro nel momento in cui lo si vede impiegato in progetti che producono forte utilità privata individuale ma pochissima, se non nulla o addirittura magari danno, utilità collettiva: cioè, dal punto di vista del calcolo paretiano-utilitarista producono meno utilità comlessiva rispetto a quella che potrebbero produrre altri utilizzi meno egocentrati e condizionati al profitto privato (gli esempi potrebbero ovviamente essere infiniti, mi viene in mente adesso quello dei miliardi di dollari spesi da un'azienda finanziaria per far costruire un tubo a fibre ottiche sul fondo dell'oceano atlantico con lo scopo di guadagnare alcuni centesimi di secondo nelle attivitò di trading ad alta frequenza; ma potremmo ricordare tutti i disastri ambientali, e su tutti la questione della deforestazione).
Ai questi due concetti economici va poi aggiunto il concetto trasversale relativo alle risorse ecologico-naturali. Il punto problematico, di grande rilevanza politica, in quanto determina poi gli strumenti più adatti a prevenire gli sprechi, è capire a quale dei due schemi corrisponde maggiormente il tipo di spreco che riguarda i beni e le risorse naturali: è più uno spreco da mancato utilizzo, o più uno spreco da eccesso di utilizzo/utilizzo inefficiente? E, oltre a questo, com'è possibile che lo spreco si identifichi con il sovrasfruttamento?
Intanto, anche qui bisogna distinguere due fenomeni di 'spreco': vi è infatti un processo di spreco di risorse naturali che non è affatto riconducibile a quello di sovrasfruttamento ma piuttosto a quello di 'abbandono'. Possiamo fare due esempi emblematici. Da un lato quello dell'abbandono di terreni e campi incolti (spesso e volentieri con relative abitazioni e cascine agricole), dall'altro quello del mancato utilizzo efficiente di cose come il cibo, l'acqua e l'energia. Mentre i primi sono evidentemente da far rientrare nella scarsità artificale prodotta dal criterio del profitto, i secondi sono decisamente più ambigui. Anche se è vero che questi ultimi fenomeni si legano più strettamente anche con il sovrasfruttamento, è anche vero però che si tratta di risorse di cui non viene apprezzata la piena capacità di soddisfare bisogni. Sono solitamente prodotti in eccesso rispetto alla domanda effettiva che si è manifestata nella prassi di soddisfacimento dei bisogni degli utenti/consumatori. Per esempio il cibo buttato via dal piatto o dagli scaffali dei negozi, o l'energia e l'acqua sprecata nella diffusione o nell'utilizzo finale. Si tratta di 'produzione in eccesso', di 'prodotti finali' la cui produzione è redditizia ma che, e anzi proprio perché, è in eccesso. Quindi si tratta sì di sovra-sfruttamento di risorse di base, ma che diventano poi risorse poco valorizzate una volta effettuato il processo produttivo. Di cibo finale se ne produce in eccesso rispetto alla domanda, sia per non rischiare la scarsità che farebbe poi perdere clienti, sia a causa dell'organizzazione produttiva che trova più conveniente produrre tanto (economie di scala) e poi semmai buttare. Da questo punto di vista, lo spreco di prodotti già fatti sarebbe più simile alla scarsa efficienza di utilizzo delle risorse di base che si attribuisce al settore pubblico, in quanto è uno spreco che consiste nel prelevare/impiegare più risorse di quelle che servono per soddisfare il servizio (almeno nei paesi occidentali). La soluzione sarebbe efficientare la produzione di cibo finale rendendola più coerente con l'effettivo consumo finale, mediante magari macchinari che risparmiano energia, e cibo alla fonte. Prelevo solo quello che utilizzo e utilizzo tutto e solo quello che estraggo. Quindi nella misura in cui il privato reagisce agli incentivi risparmiando sulle risorse (ma il capitalista non risparmia risorse, risparmia costi! in moneta! se la natura e altre cose sono gratis questo è un problema, crea un'allocazione inefficiente appunto in quanto non è incentivato a ridurre i costi) quindi se queste risorse hanno un prezzo, e riesce a farlo più dello stato, il sostegno alla logica dell'efficienza privata sarebbe sicuramente conveniente. Ma ci sono appunto due limiti: da un lato la presenza o meno del prezzo delle risorse; dall'altro il tipo di agente privato che deve compiere la scelta di efficientamento: 1 - in assenza di un prezzo o di potere di mercato tale da poter abbassare il costo delle risorse, l'impresa privata non è incentivata a risparmiare ed efficientare sulle risorse da impiegare, ma questo presuppone di sapere se la proprietà privata o il limite condizionato dal prezzo alto possa essere sufficiente ad evitare che quelle risorse svolgano la loro funzione in altra maniera: l'esigenza del prezzo da un lato e la necessità di controllare il potere di mercato dall'altro sono due condizioni difficili da soddisfare in maniera completa, efficace e integrata così da avere sempre un mercato egualitario ed equo e con prospettiva di lungo periodo. Quindi sono due limiti effettivi interni al trattamento privatistico delle risorse naturali. Questo perché il solo prezzo in assenza di altri vincoli e criteri di utilizzo e destinazione delle risorse rischia di non essere sufficiente a mantenere le capacità utili della risorsa naturale (risorse ambientali per il cibo; nonché l'energia per le case e le aziende e l'acqua), dal momento che l'utilizzo può non essere elastico al prezzo, e la proprietà privata può essere miope. 2 - un conto sono le aziende che possono avere accesso al credito e possono avere le opportunità di investire, ma un altro conto sono le famiglie private, i cui orientamenti di spesa e opportunità di reddito possono non essere realizzati nella tempistica sufficiente. Inoltre le famiglie puntano ad avere consumi stabili, mentre per le aziende sono spesso orientate alle economie di scala e quindi sviluppando maggiore effetto rebound (come ha dimostrato un articolo di Tim Jackson e altri proprio per andare a vedere quali settori hanno maggiore effetto rebound che annulla i risparmi di risorse).
Volendo dare qualche conclusione, dato che mi sembra già sufficientemente intortato, potremmo per ora dire in sostanza che:
- per la disoccupazione, degli interventi diretti dello stato per coordinare disoccupati e bisogni insoddisfatti sarebbero essenziali,
- per altre risorse come quelle naturali, acqua ed energia, sarebbe forse importante il privato e il suo orientamento, ma con dei pesanti sussidi e imposte orientate, banalmente del tipo crediti di imposta del piano ristrutturazione del governo Letta;
- per il cibo l'approccio del profitto mi sembra disfunzionale e occorrerebbero vincoli giuridici allo sfruttamento agricolo, ma sopratutto un privato no profit che escogiti dei modi per far funzioanre anche tutto quel cibo già prodotto che il privato produce ma che utilizza solo per risparmiare tenendo i prezzi bassi ed essere sempre presente. Un privato no profit che potrebbe essere in qualche modo sussidiato dallo stato e lavorare in coordinazione con esso (oppure autofinanziarsi con moneta locale in qualche modo).
- Per lo spreco rappresentato dall'inutilizzo naturale, cioè territori il cui contributo e la cui complessità ecologica sarebbero maggiori se venissero utilizzate e non se aumentassero semplicemente la loro biomassa boschiva selvatica, anche un privato no profit regolamentato e orientato a criteri di massima sostenibilità ambientale potrebbe fare meglio che non lo stato, utilizzando risorse, efficientandone l'uso ma senza sfruttarle.
Intanto, anche qui bisogna distinguere due fenomeni di 'spreco': vi è infatti un processo di spreco di risorse naturali che non è affatto riconducibile a quello di sovrasfruttamento ma piuttosto a quello di 'abbandono'. Possiamo fare due esempi emblematici. Da un lato quello dell'abbandono di terreni e campi incolti (spesso e volentieri con relative abitazioni e cascine agricole), dall'altro quello del mancato utilizzo efficiente di cose come il cibo, l'acqua e l'energia. Mentre i primi sono evidentemente da far rientrare nella scarsità artificale prodotta dal criterio del profitto, i secondi sono decisamente più ambigui. Anche se è vero che questi ultimi fenomeni si legano più strettamente anche con il sovrasfruttamento, è anche vero però che si tratta di risorse di cui non viene apprezzata la piena capacità di soddisfare bisogni. Sono solitamente prodotti in eccesso rispetto alla domanda effettiva che si è manifestata nella prassi di soddisfacimento dei bisogni degli utenti/consumatori. Per esempio il cibo buttato via dal piatto o dagli scaffali dei negozi, o l'energia e l'acqua sprecata nella diffusione o nell'utilizzo finale. Si tratta di 'produzione in eccesso', di 'prodotti finali' la cui produzione è redditizia ma che, e anzi proprio perché, è in eccesso. Quindi si tratta sì di sovra-sfruttamento di risorse di base, ma che diventano poi risorse poco valorizzate una volta effettuato il processo produttivo. Di cibo finale se ne produce in eccesso rispetto alla domanda, sia per non rischiare la scarsità che farebbe poi perdere clienti, sia a causa dell'organizzazione produttiva che trova più conveniente produrre tanto (economie di scala) e poi semmai buttare. Da questo punto di vista, lo spreco di prodotti già fatti sarebbe più simile alla scarsa efficienza di utilizzo delle risorse di base che si attribuisce al settore pubblico, in quanto è uno spreco che consiste nel prelevare/impiegare più risorse di quelle che servono per soddisfare il servizio (almeno nei paesi occidentali). La soluzione sarebbe efficientare la produzione di cibo finale rendendola più coerente con l'effettivo consumo finale, mediante magari macchinari che risparmiano energia, e cibo alla fonte. Prelevo solo quello che utilizzo e utilizzo tutto e solo quello che estraggo. Quindi nella misura in cui il privato reagisce agli incentivi risparmiando sulle risorse (ma il capitalista non risparmia risorse, risparmia costi! in moneta! se la natura e altre cose sono gratis questo è un problema, crea un'allocazione inefficiente appunto in quanto non è incentivato a ridurre i costi) quindi se queste risorse hanno un prezzo, e riesce a farlo più dello stato, il sostegno alla logica dell'efficienza privata sarebbe sicuramente conveniente. Ma ci sono appunto due limiti: da un lato la presenza o meno del prezzo delle risorse; dall'altro il tipo di agente privato che deve compiere la scelta di efficientamento: 1 - in assenza di un prezzo o di potere di mercato tale da poter abbassare il costo delle risorse, l'impresa privata non è incentivata a risparmiare ed efficientare sulle risorse da impiegare, ma questo presuppone di sapere se la proprietà privata o il limite condizionato dal prezzo alto possa essere sufficiente ad evitare che quelle risorse svolgano la loro funzione in altra maniera: l'esigenza del prezzo da un lato e la necessità di controllare il potere di mercato dall'altro sono due condizioni difficili da soddisfare in maniera completa, efficace e integrata così da avere sempre un mercato egualitario ed equo e con prospettiva di lungo periodo. Quindi sono due limiti effettivi interni al trattamento privatistico delle risorse naturali. Questo perché il solo prezzo in assenza di altri vincoli e criteri di utilizzo e destinazione delle risorse rischia di non essere sufficiente a mantenere le capacità utili della risorsa naturale (risorse ambientali per il cibo; nonché l'energia per le case e le aziende e l'acqua), dal momento che l'utilizzo può non essere elastico al prezzo, e la proprietà privata può essere miope. 2 - un conto sono le aziende che possono avere accesso al credito e possono avere le opportunità di investire, ma un altro conto sono le famiglie private, i cui orientamenti di spesa e opportunità di reddito possono non essere realizzati nella tempistica sufficiente. Inoltre le famiglie puntano ad avere consumi stabili, mentre per le aziende sono spesso orientate alle economie di scala e quindi sviluppando maggiore effetto rebound (come ha dimostrato un articolo di Tim Jackson e altri proprio per andare a vedere quali settori hanno maggiore effetto rebound che annulla i risparmi di risorse).
Volendo dare qualche conclusione, dato che mi sembra già sufficientemente intortato, potremmo per ora dire in sostanza che:
- per la disoccupazione, degli interventi diretti dello stato per coordinare disoccupati e bisogni insoddisfatti sarebbero essenziali,
- per altre risorse come quelle naturali, acqua ed energia, sarebbe forse importante il privato e il suo orientamento, ma con dei pesanti sussidi e imposte orientate, banalmente del tipo crediti di imposta del piano ristrutturazione del governo Letta;
- per il cibo l'approccio del profitto mi sembra disfunzionale e occorrerebbero vincoli giuridici allo sfruttamento agricolo, ma sopratutto un privato no profit che escogiti dei modi per far funzioanre anche tutto quel cibo già prodotto che il privato produce ma che utilizza solo per risparmiare tenendo i prezzi bassi ed essere sempre presente. Un privato no profit che potrebbe essere in qualche modo sussidiato dallo stato e lavorare in coordinazione con esso (oppure autofinanziarsi con moneta locale in qualche modo).
- Per lo spreco rappresentato dall'inutilizzo naturale, cioè territori il cui contributo e la cui complessità ecologica sarebbero maggiori se venissero utilizzate e non se aumentassero semplicemente la loro biomassa boschiva selvatica, anche un privato no profit regolamentato e orientato a criteri di massima sostenibilità ambientale potrebbe fare meglio che non lo stato, utilizzando risorse, efficientandone l'uso ma senza sfruttarle.