sabato 20 febbraio 2016

Nuovo esempio di regole costitutive e inferenzialismo: il caso del carcere

    Scrivo queto post a seguito di una discussione vista in televisione qualche giorno fa, sul programma 'Presa diretta'. Qui si faceva vedere, da un lato, un lungo servizio su un 'carcere' norvegese, nel paesi di Balstoy, in cui si persegue l'esplicito obiettivo della reintegrazione e del reinserimento del criminale, mettendo totalmente da parte l'aspetto retributivo-vendicativo della pena carceraria; dall'altro, un'intervista ad uno dei nostri maggiori esperti di carcere e riforme carcerarie in senso umanizzante, Luigi Manconi, che spiegava un po' il suo ultimo libro intitolato 'Abolire il carcere'.
    Il nesso con il discorso che si conduce qui è quindi facilmente intuibile: trasformare il sistema carcerario italiano, fatto di sovraffollamento, sanità ai limiti del rischio epidemiologico, violenza, frustrazione, depressione e, sopratutto, di conseguenza, altissimi tassi di recidiva, in sostanza un modello carcerario che ha quasi del tutto disatteso le promesse di reinserimento in nome dell'obiettivo punitivo e vendicativo; insomma, trasformare questo sistema carcerario in uno come quello Norvegese, in cui, come si può evincere dalle immagini (si, quello è il carcere!) moltissime, se non quasi tutte tranne una o due, delle caratteristiche solitamente attese-inferite dal concetto di carcere, vengono a mancare, per essere sostituite con un insieme molto differente di pratiche sociali, significa "riformare il carcere", trasformarlo e restituirlo alla sua 'vera' e 'originaria' missione, oppure, come dice Manconi, 'abolire' il carcere, per avere un sistema di reinserimento che alla fine è sostanzialmente ed essenzialmente diverso?

  

   Naturalmente, quello che ho inteso fare in questi blog è tentare di individuare dei criteri in base ai quali poter stabilire dei discrimini. Quello che propongo qui è quello di andare a vedere i sistemi inferenziali che compongono e descrivono le prassi sociali. Prima di tutto, dall'intervista non è chiaro, ma magari mi sono perso la parte che lo diceva, se i norvegesi chiamano 'carcere' una struttura di questo genere. Cioè se hanno continuato ad utilizzare la stessa parola che usavano prima di instaurarli. Un primo elemento è infatti vedere se anche secondo loro questo carcere esemplifica un elemento dell'intensione del concetto che era 'essenziale' e principale anche nelle pratiche carcerarie precedenti, oppure no. Nel caso che la forte priorità al reinserimento sociale che emerge da queste pratiche e dalle connesse interviste autorappresentative, fosse presente anche da prima, è plausibile pensare che possano chiamarlo con il medesimo nome. Anche nelle interviste, i pochi guardiani, parlano molto della differenza di questo 'carcere' rispetto ad altri, proprio per il fatto che l'organizzazione e l'architettura delle pratiche di detenzione è espressamente orientata a diminuire al massimo il carattere retributivo della pena, in favore di quello riabilitativo. Dicevano spesso che la caratteristica essenziale di una pena detentiva è quella di proteggere e prevenire la comunità da rischi concreti di violenza fisica o altro, non lo so, privando della libertà il reo. Questa, dicevano, "è già una pena più che sufficiente, è una pena fortissima, una grande sofferenza, ma che risponde all'obiettivo precipuo non di espiare un peccato, o da parte della società di vendicarsi, cioè di far vivere il reo al di sotto degli standard minimi di quella società, così da punirlo e fargli capire l'importanza del vivere in società e del rispettarne le regole, ma di fornire al reo gli strumenti per integrarsi nella società che non ha avuto". Tra questi ci sono sicuramente gli aspetti lavorativi, all'interno della prigione ci sono una sacco di laboratori, officine, sale studio etc. ma anche gli aspetti psicologici, cioè ci sono delle sedute di psicoterapie (che ovviamente non so quando 'disciplinanti' e repressive, ma i presupposti non è che siano del tutto campati in aria, in certi casi di aggressività non molto gestibile, appunto: uno che ti accoltella perché per strada o in discoteca gli pesti un piede o lo guardi male, si può dire che ha dei problemi nel gestire il rispetto di sè e l'aggressività? e che forse una psicoterapia e dei corsi di gestione della violenza e i rapporti con gli altri potrebbe averne un po' bisogno? Sicuramente non saranno solo chi commette dei crimini e si fa beccare che ne avrebbe bisogno, ma forse, dico forse più probabilmente vale l'inverso...). Ci sono anche elementi di abitudine e stili di vita, da mantenere il più possibile simili e coerenti con quelli della società esterna: dalle finestre senza sbarre, alle stanze singole, agli orari lavorativi stabili, alla televisione, internet e i videogiochi, i bagni singoli per ogni stanza, corsi di barca a vela e canottaggio per stare a contatto con la natura e lavorare in squadra etcc... Il costo si aggira sugli 84.000 euro per ogni detenuto, contro la metà dei carceri italiani, dove però sono spesi in altri fattori, sopratutto guardie dato che molti servizi, quando ci sono, sono fatti da volontari. 

 

   Insomma, sicuramente nell'intensione della pratica carcerario-detentiva ci sono entrambi gli aspetti, quello puntivo retributivo, che serve a tutta una serie di funzioni: la vittima o i suoi vicini, devono avere 'soddisfazione', deve infliggere una sofferenza fisica o psicologica tale da fargli capire la gravità sociale della sua azione, in quanto violazione di una cosa ritenuta preziosa dalla società, (l'incolumità, la proprietà, il rispetto, l'onesta o l'uguaglianza etcc); deve essere un simbolo dell'importanza della singola norma e delle norme in generale per la vita in società, per la possibilità di dare e ricevere beni e riconoscimento. Deve avere valore deterrente: "se uccidendo o rubando vado a stare meglio allora chi me lo fa fare di lavorare, farmi il culo, non rispondere alle provocazioni e alle umiliazioni?" . E questo direi che è uno degli aspetti simbolici più importanti che la pena carceraria ha sempre avuto -- Dall'altro lato, però vi è quello di fornire un luogo isolato e separato, e quindi sicuro per gli altri, in cui poter 'riformare' una personalità rendendola compatibile con i valori e i comportamenti sociali.
   Ora, chiaramente non vorrei addentrarmi troppo nelle questioni di relativismo della devianza e delle varie teorie delle cause della devianza, conflittualismo, psicologismo, razionalismo etcc.... Quello che è importante è capire quali valori consentono di - una volta intravisti e riconosciuti nelle singole specifiche prassi sociali - dire se abbiamo un cambiamento di una medesima pratica o una pratica differente.
    La questione del nome è cruciale. Ma anche quella delle pratiche in cui la denominazione si inserisce e si incorpora. E' chiaro che se in Norvegia il valore del reinserimento è stato, nelle pratiche, sempre più rilevante dell'altro, possono continuare a chiamare carcere un sistema che mantiene comunque la proprietà essenziale della detenzione, dell'isolamento, dell'imposssibilità di uscire quando e come si vuole da casa propria, incontrare gente e frequentare posti. In Italia, o in Turchia o Brasile o Stati Uniti magari se è per questo (posti noti per la "non particolare costruttività'' dei carceri), in cui le inferenze che strutturano e giustificano le prassi e le sequenze carcerarie sono decisamente inclinate nel verso della retribuzione, un sistema come quello norvegese farebbe probabilmente interrompere l'utilizzo del termine 'carcere', stimolando la coniazione di un qualche neologismo, del tipo 'centro per la formazione e il reinserimento', abbreviato magari in 'centro' o 'comunità': "lo hanno messo in un centro". Ma cos'è appunto che stimola la modifica del nome? E' appunto la percezione di un avvenuto mutamento di significato. E che significa? Significa, nella prospettiva che si porta avanti qui ovviamente, che sia gli attori direttamente implicati e coinvolti nelle prassi, sia gli osservatori esterni, si trovano 1) a dover modificare le aspettative e i gesti solitamente associati gli uni agli altri; 2) a farlo relativamente ad aspetti centrali della dimensione semantica intensionale del concetto e della prassi precedentemente vigente, cioè a modificare le regole costitutive dell'uso di azioni e parole. Per esempio, è abbastanza facile intuire che i fatti della chiusura, associata alla sorveglianza e al rispetto forzato di certe regole, e in cui il ricorso alla violenza è comunque più rapido e pronto che non nella vita fuori, spingono per il mantenimento di buona parte dei riferimenti più centrali del concetto del carcere: "d'altra parte sono sempre in un carcere, non è che posso spaziare più di tanto, ed espormi chissà quanto" (poi non lo so, chissà, magari nascono anche delle relazioni amorose tra detenuti e assistenti..! Il che testimonierebbe di una effettiva flessibilità relazionale e interattiva più simile con la vita fuori). Rispetto alle quali tutte le altre inferenze: ora pranzo, quindi il cibo farà cacare; ora pranzo e dopo devo tornare subito in cella; ecco, ora non ho nulla da fare e non posso fare un cazzo se non spettegolare con gli altri detenuti; vado in progione quindi i miei potrò vederli una volta ogni morte di papa; mi mettono in carcere e quindi sprecherò solo altri anni della mia vita e dopo non avrò un cazzo da fare e sarò peggio di prima; ci sono le sbarre e non posso guardare fuori dalla finestra per bene; arriva un nuovo detenuto e magari me lo mettono in stanza con me; ecc. ecc. Insomma tutte le varie inferenze che possono costituire una pratica sociale, in particolare in una 'istituzione totale' com'è una prigione.., tutte queste inferenze potrebbero risultare marginali, in quanto la loro assenza e revisione non scalfisce il nucleo intensionale della privazione della libertà e rientrano solamente in quelle 'regole regolative' che fanno sì che il sistema migliori e funzioni meglio, in aderenza a valori di giustizia, di perfezionamento della coerenza tra prassi e giustificazione, e di coerenza tra mezzi e fini. In tal caso, appunto si tratterebbe appunto sempre di un carcere, in cui i detenuti possono continuare ad essere chiamati appunto detenuti, ma un carcere 'umano', ben fatto, razionale e funzionale, etico e giusto, per così dire.. E quindi Manconi avrebbe forse fatto meglio a intitolare il libro, nel caso effettivamente si ispiri a queste pratiche, 'Riformare il carcere' , piuttosto che 'abolire il carcere'.
   Dall'altra parte, però, le varie pratiche anche esterne al carcere e culturali in generale, che si legano alla legittimazione e alla riproduzione di un sistema carcerario di tipo punitivo e con effetti disfunzionali, rendono l'assenza di tutte le dimensioni retributive e di vita intenzionalmente disagiata del carcere, talmente diversa in così tante dimensioni della vita quotidiana carceraria da rendere effettivamente possibile dire che 'quelli non sono più carceri', proprio perché la dimensione retributiva era così centrale e così diffusa da renderla più importante della mera detenzione e privazione della libertà. In tal caso, la quantità di prassi da modificare sarebbe talmente grande (penso per esempio alle prassi giudiziarie, di selezione e formazione del personale carcerario - in Norvegia nel carcere c'è una vera e propria biblioteca di libri di psicologia, diritto, criminologia a disposizione e realmente utilizzata sia dalle guardie che dai detenuti! ecc.) che si tratterebbe di una vera e propria 'abolizione' e poi rifondazione. Quindi da un lato c'è un rovesciamento del focus del concetto, dall'altro c'è una gran quantità di elementi che seppur periferici contribuiscono a dare un carattere di necessità e quindi a strutturare un certo tipo di prassi carceraria anche qualora il focus del concetto fosse già orientato alla riabilitazione. Il termine 'abolizione' è poi coerente con la sensazione e la realtà di necessità sociale e di impossibilità logico-inferenziale di un radicale mutamento all'interno di un medesimo paradigma di similarità concettuale, che ci fa appunto propendere per un concetto di novità e alterità istituzionale. L'Italia si troverebbe quindi forse davanti a due processi di risemantizzazione relativamernte conflittuali: da un lato, gli attori coinvolti si troverebbero davanti a dei mutamenti tali, che richiamano appunto in causa il rovesciamento della gerarchia tra centro e periferia del contenuto inferenziale, in cui il retributivismo verrebbe marginalizzato e il reinserimento centralizzato, coinvolgendo tutte le loro inferenze anche esterne e caratteriali (habitus): farebbero quindi resistenza e direbbero ''questo non è un carcere (- è Cuccagna!)''. Dall'altro lato, forse gli osservatori esterni, e che non hanno esperienza di carcere direbbero magari ''questo è un carcere che fa della riabilitazione il nucleo e il fine giustificativo principale'', che quindi, come nel caso norvegese potrebbero forse opporre meno resistenza alla ridenominazione (o forse no, anzi, magari proprio a scopo differenziante e conflittuale opterebbero per un neologismo). Probabilmente ci troveremmo di fronte a tipiche discussioni terminologiche e concettuali: "ma scusa il carcere deve essere questo e questo, altrimenti non è..." Tipicamente orientate dai due modi di orientamento principale, quello che vede il carcere come primariamente reintegrativo per degli 'sfortunati' che non ne hanno avuto l'opportunità, o primariamente punitivo per dei biechi approfittatori della buonafede sociale. E' chiaro che siccome le motivazioni al crimine possono essere molteplici e muoversi lungo il continuum tra almeno queste e altre motivazioni, ma che però un'istituzione non esiste per definizione su base singola e individuale (cioè non può esistere un sistema carcerario e sanzionatorio per ogni singolo reato e persona, così come non esiste una parola di cui posso decidere soggettivamente il significato), anche l'istituzione dovrà cercare un equilibrio tra i due principi ispiratori, in base agli eventi sociali e al carattere della criminalità che si trova ad affrontare. Ma è importante notare che entrambi i sistemi sono in ogni caso anche 'espressivi', non è che solo quello retributivo è 'emotivo' e irrazionale, mentre l'altro è razionale, ordinato, perché entrambi hanno un aspetto celebrativo e quindi normativo in senso lato (Durkheimiano potremmo dire), in quanto esprimono la rappresentazione del male e del bene di una società, o che essa mira ad avere.
   Per concludere, quindi, una cosa da rispondere a qualcuno che conclude la frase precedente con 'è cuccagna' o qualcosa del genere, si può rispondere facendoli notare che la dimensione simbolico-retributiva è sempre presente anche in quello norvegese, ed è quella che chiede: qual'è il valore che la società vuole difendere e implicitamente celebrare? La risposta, in ogni caso, non è così scontata come sembra.....


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