Siccome su
quei paralleli ci ritornerò più opportunamente al momento in cui sarò in grado
di farlo, una cosa stimolante che mi è venuta in mente adesso è invece la
distinzione che in quel libro viene fatta tra normatività morale e normatività
sociale. La de Vecchi ci esemplifica i casi di normatività sociale con i casi
in cui si presentano forme di normatività legale-giuridica non direttamente connesse
e giustificate in base ai criteri di valore di solidarietà e giustizia, come
per esempio “l’obbligo di guidare con una patente valida, o i diritti e doveri
giuridici connessi alla proprietà di una casa”. Ora, la cosa che preme notare è
che nonostante sicuramente questi fatti giuridici siano sicuramente dei fatti
sociali che creano e si basano su una normatività sociale, vi sono però dei
limiti importanti a mio avviso nel farne degli emblemi dell’ordine sociale.
Primo, si può discutere sulla ‘intrinseca’ assenza di riferimenti valoriali in
queste forme di regolamentazione del comportamento reciproco: Habermas,
sopratutto, ci ha insegnato a riscoprire e ricostruire la pretesa normativa in
senso più alto, che sta alla base della legittimità di obblighi e richieste di
comportamento: la legittimità di una richiesta legale sta nella possibilità di
intravedere un nesso interno, concettuale, tra quella richiesta e i valori
della libertà e del riconoscimento, al limite sanciti dalla costituzione che
orienta l’ordinamento giuridico di cui quella norma è parte. Ma sopratutto, ancora una volta, si può
sottolineare la tendenza degli ‘ontologi sociali’ a schivare la questione della
costruzione e condivisione del significato sociale per sussumerla, forse per
chiarezza e forse per sfuggire a una questione ben più spinosa, sotto il raggio
dei fenomeni di esplicita obbligazione legale. Questa dimensione dell’obbligo a
far comportare i membri in fase di socializzazione in certi modi piuttosto che
in altri, la dimensione repressiva e comportamentale dell’ordine sociale, è
ovviamente fondamentale, e rappresenta molto probabilmente una parte anche
della possibilità di condividere significati, di poter intendere riconoscere le stesse cose, le stesse azioni.
Ma si trascura la dimensione molto più quotidiana della normatività sociale. A
mio avviso, infatti la normatività strettamente sociale, anche se comprende al
suo interno i fenomeni giuridici, ha a che fare molto di più con questioni
come: vado a comprare i libri e non li uso sistematicamente per accenderci il
caminetto o per affettarci le cipolle; se mi dichiaro di sinistra poi non posso
dire che gli imprenditori privati sono gli unici soggetti razionali di
allocazione della ricchezza e che il risultato di mercato è l’unico criterio della
giustizia sociale; se sono invitato a un matrimonio non posso andarci in
pigiama, a meno di esplicita richiesta goliardica; se dico che vado al mare e
che torno domani non posso tornare a casa dopo un’ora se non per fare una
sorpresa o spiegando cosa è successo; Se voglio aumentare l’occupazione e il
benessere economico della popolazione non posso fare politiche di austerità (in
quanto direttamente sono esattamente il contrario) a meno di spiegare e
giustificare bene quali contro-intuitive caratteristiche del mondo e
dell’economia mi consentano queste conclusioni, e via di questo passo. In
sostanza tutti quei fenomeni di ordinamento cognitivo, la cui capacità appunto
di ordinare e di creare possibili contesti di cooperazione fluida, è connessa
poi anche a pretese e opportunità di sanzione normativa.
E' perché il significato è organizzato nella forma del 'e quindi' che il mondo ha senso e che lo possiamo criticare
martedì 8 marzo 2016
Breve discussione sul concetto di 'normatività sociale'
Solo ieri ho
cominciato a leggere attentamente il libro tradotto in italiano recentemente di
Margaet Gilbert, Il noi collettivo, e in particolare la bellissima rapida
introduzione di Francesca de Vecchi, e mi sono accorto di quante analogie ci
siano con alcune tesi importanti di Luhmann, di Brandom e di Descombes per
quanto riguarda il concetto di ‘impegno congiunto’ (in sostanza, se prendiamo in particolare l'impegno congiunto rispetto ad una credenza, ciò che consente una prassi condivisa è la reciproca attribuzione della necessità e del dovere di trarre certe conseguenze, e del diritto di sancire anche moralmente gli errori inferenziali, il che rende il suo discorso molto simile a quello di Brandom).
venerdì 4 marzo 2016
Una nuova sociologia monetaria? (ovvero, perché la sociologia non si interessa delle istituzioni monetarie?)
Al momento in cui il prof. Ventura mi ha detto che dall'articolo che gli avevo mandato sarebbe stato meglio estrarne almeno due, ha cominciato a venirmi in mente che anche l'estrazione di un terzo articolo, ricavato dal primo paragrafo, sarebbe stata possibile e utile . Questo perché il primo paragrafo cercava di dare una rapida panoramica del nesso che viene fatto istituzionalmente sussistere tra tipo di moneta e sistema economico capitalistico, ma cercava di farlo in base ad una prospettiva che la sociologia economica ha essenzialmente trascurato sempre di più, sicuramente almeno fino ai recenti libri di Geoffrey Ingham e Nigel Dodd. La prospettiva cioè di andare a vedere effettivamente i meccanismi istituzionali, giuridici e poi le dinamiche economiche monetarie e di politica monetaria, di gestione bancaria e finanziaria, che oggigiorno sono alla base della 'validità' e funzionalità della moneta che abbiamo, ma che appunto la sociologia aveva sempre di più tentato di sbolognare alla scienza economica, in quanto argomento troppo tecnico-economico e troppo poco sociologico.
Tutto ciò è avvenuto in larga misura in conseguenza della svolta 'culturalista' della sociologia e della crisi del paradigma marxista il quale, in ogni caso, nonostante l'appello istituzionale e strutturalista, non era riuscito a dare un reale contributo alla natura del funzionamento monetario al di là di un suo carattere epifenomenico rispetto ai rapporti privati di produzione tipici di un sistema di mercato capitalistico: la moneta era essenzialmente mezzo di scambio, che viene utilizzato per comprare beni capitali e forza lavoro che rendono; al di là di questo si presenta talvolta un autonomizzarsi della sfera finanziaria che riduce il circuito D-M-D' a quello D-D', e tutto finiva più o meno qui, si trattava poi solo di andare a vedere la distribuzione del potere di contrattazione e accumulazione di denaro. Anche la questione fondamentale del valore finiva per perdere, specie nella sociologia, il carattere di imperativo connesso alla normatività del calcolo monetario, perdendo in questo modo interesse in nome della struttura dei rapporti sociali di produzione di cui anche la moneta come rappresentante del valore sarebbe solo un epifenomeno.
E' emblematico il fatto che uno sguardo alle istituzioni monetarie sia del tutto assente in praticamente tutti i manuali introduttivi di sociologia: è vero che si tratta di un argomento complicato che trattare in modo introduttivo implica quasi del tutto doversi limitare a qualche banale riferimento a manuali di economia, ma questo comporta che il trattamento e lo studio delle istituzioni che governano e regolano il funzionamento del denaro, che alla fine è ciò che media la riproduzione di quasi tutto il nostro sistema economico, viene sempre più considerata una questione tecnica e poco interessante da lasciare agli specialisti di economia. A questo contribuisce certamente il fatto che anche gli studi economici abbiano fatto ben poco per esplorare e divulgare gli studi eterodossi di economia monetaria, prima di tutto gli studi post-keynesiani, con la conseguenza di percezione che in ogni caso la questione fosse tutto sommato semplice e già risolta: la storia del baratto, della non coincidenza dei bisogni, della moneta merce che poi si sviluppa in banconote garantite e così via fino alla moneta fiat dello stato.
A questa rappresentazione, la sociologia aggiungeva solamente di schierarsi con quanto credevano che la moneta fosse tutto sommato sempre stata fiat, non garantita che da nient'altro che una credenza condivisa sulla sua accettabilità generalizzata. La svolta culturalista ha avuto questo impatto incredibile nel trattamento sociologico della moneta: la teoria economica è in sostanza concorde, dal momento che tutti vedono che la moneta non garantita, dopo il distacco dall'oro del 1971, funziona, che tutti la accettano e la governano semplicemente perché è così che stanno le cose: che tutti la accettano e sanno che verrà accettata, e quindi la moneta è sempre stata in realtà solo fiducia, quindi un costrutto 'culturale', senza nessun 'valore' reale intrinseco come l'oro (!) ma che circola perchè tutti sono convinti che ha potere d'acquisto, e in questo modo donandoglielo. Al limite talvolta si riconosce, senza approfondire troppo, e quindi in modo un po' cinico, che questo può aumentare la possibilità di crisi monetarie dovute a "ondate di sfiducia nella moneta" e nella probabilità di ua sua accettazione generalizzata e ovvia.
E' incredibile la superficialità con cui si prende questa tesi, (che comunque nel senso comune continua sempre a fare un po' fighi!), e non ci si preoccupa di andare a studiare come rendere compatibili le analisi economiche dei fattori più precisi (che cos'è il valore del denaro e come cambia? cosa fanno le banche centrali? perché la loro attività funziona e come e quando non funziona? che significa che 'funziona o non funziona'? Come si lega all'attività economica e produttiva reale? come si determina la distribuzione e allocazione del denaro in circolazione? Sopratutto, da dove viene il denaro? come entra e come circola? ecc) con la visione sociologica, concreta della costituzione delle strutture sociali e delle relazioni sociali, una visione che prescinda dalle assunzioni metodologiche discutibili di molti paradigmi economici e che, sopratutto, riconosca la rilevanza sociale di questi processi.
Da questo punto di vista è chiaro che la moneta è una macrostruttura sociale, o quantomeno riguarda le dinamiche sociali macro, nazionali e internazionali, aggregate, e che per certi versi la fondamentale svolta culturalista e 'micro' della sociologia avvenuta negli anni '70-'80 abbia contribuito a far scemare l'nteresse per questioni che, almeno per il momento, sarebbe stato problematico mettere assieme ai fenomeni micro senza rischiare incoerenze teoriche: ha spostato cioè l'attenzione in maniera tale che l'ambito più caratterizzante la sociologia fosse connesso alle interazioni o strtture sociali di tipo più micro, di maggiore disponibilità da parte dei soggetti che vi si regolano. In ogni caso, direi che i tempi sono maturi, dati i numerosi studi teorici sui concetti di istituzione, di struttura sociale ecc. che ovviamente per quanto sempre un po' discutibili in quanto molto teorici e astratti, sono stati offerti e potrebbero essere utilizzati.
Al di là di questo, però, ritengo che in effetti nonostante la bontà di questi studi teorici, l'istituzione della moneta nazionale, debba ancora rientrare fortemente nello studio sociologico proprio a causa dell'importanza che essa ci può dare per la ridefinizione e il trattamento dei concetti relativi alle 'strutture sociali' in quanto elementi che per quanto ovviamente costruiti storicamente, vengono perlopiù presi come dati, come degli oggetti a se stanti che producono effetti e costruiscono logiche imperative e stringenti divenendo così eminentemente 'soggettivamente indisponibili'.
Questo mi sembra il punto fondamentale: la sociologia non è riuscita a sfruttare l'analisi delle istituzioni monetarie, da un lato per un oggettiva tecnicità, ma dall'altro sopratutto perché dopo la crisi dello strutturalismo funzionalista e il paradossale eccessivo appello alla prassi sociale da parte del marxismo, la svolta culturalista e micro è riuscita a colonizzare la rappresentazione della moneta e del valore, dimenticandone però tutti i caratteri istituzionali e di struttura sociale.
Sebbene certamente l'affermarsi della moneta fiat abbia fatto luce in maniera imprescindibile su una serie di presupposti del funzionamento monetario, cioè sul suo aspetto fiduciario e 'culturale'-simbolico, occorre evidenziare l'insufficienza anche pratica di una posizione esclusivamente culturale (o meglio una certa visione alquanto 'morbida' della cultura, che la individua solo nei complessi simbolici più accessibili alle negoziazioni) e non dimenticarsi di dare una vera e propria struttura alle logiche monetarie, il cui riflesso sulle interazioni individuali si impone molto più di quanto si costituisca in quei contesti. Questo problema mi sembra evidente in determinati sviluppi dello studio sociologico sulla moneta, come per esempio l'opera di Viviana Zelizer. L'autrice, che ha scritto dei lavori certamente importanti e pregevoli, sembra quasi esaurire integralmente le proprietà e le funzioni monetarie nei significati locali che le sono attribuiti e alle funzioni che vi sono localmente attribuite (per esempio in ambito famigliare, o negli stili di consumo, oppure in rapporto a quello che si stabilisce sia opportuno poter mettere o no in vendita) senza però avvedersi di quanto tutto ciò in realtà presupponga dei funzionamenti decisamente più translocali e intertemporali, i quali vengono gestiti da istituzioni apposite e con meccanismi che sono tutt'altro, e che sono ciò da cui tutti quei significati locali in realtà dipendono (su tutto le politiche di mercato aperto delle banche centrali - come dice Ingham: il complesso banche-banche centrali-ministero del tesoro, e mercati finanziari, potrei aggiungere, nella misura in cui non sono ben limitabili alle poche grandi banche e istituzioni finanziarie con cui principalmente i governi e le banche centrali collaborano per le politiche monetarie).
In sostanza la tesi è la seguente: le discussioni in merito alle variazioni del valore della moneta, comunicano (in senso luhmanniano, cioè istituiscono-rappresentano-trasmettono di fatto) una realtà estremamente cogente e vincolante riguardante contemporaneamente milioni di persone. La moneta, il suo carattere contabile, numerico e al contempo relativamente fiduciario e governato, rappresentano la quintessenza di ciò che caratterizza una struttura sociale: essenzialmente rigida sebbene indubbiamente storica. Estremamente vincolante e generalizzata e al contempo di una qualche fragilità.
Il valore della moneta e la garanzia del suo potere d'acquisto nominale e reale rappresentano dei temi di interesse sociologico straordinario.
La conseguenza fondamentale, secondo me, è che uno degli ambiti di studio più importanti della sociologia della moneta è quello della 'garanzia', della 'copertura'.
Come viene emessa la moneta, a fronte di cosa? Questa è una delle questioni fondamentali che caratterizzano e differenziano i sistemi monetari e le loro dinamiche, e quindi il carattere sociale di un'economia. Ad esempio, è nell'analisi del modo particolare dell'emissione e della copertura che l'analisi istituzionale della moneta può dare un contributo essenziale, come ha mostrato in ultimo Ingham, alla concettualizzazione del capitalismo, in quanto fondato sulla moneta bancaria, sulla riserva di valore (e sul modo particolare di realizzarla) e sull'anticipazione creditizia 'speculativa'.
Questa era ovviamente solo l'introduzione, su tutti gli argomenti dovremo tornare....
Bibliografia:
Nigel Dodd: The social life of money
Geoffrey Ingham: The nature of money
Heiner Ganssmann: Doing money
Randall Wray: Modern money theory
Tutto ciò è avvenuto in larga misura in conseguenza della svolta 'culturalista' della sociologia e della crisi del paradigma marxista il quale, in ogni caso, nonostante l'appello istituzionale e strutturalista, non era riuscito a dare un reale contributo alla natura del funzionamento monetario al di là di un suo carattere epifenomenico rispetto ai rapporti privati di produzione tipici di un sistema di mercato capitalistico: la moneta era essenzialmente mezzo di scambio, che viene utilizzato per comprare beni capitali e forza lavoro che rendono; al di là di questo si presenta talvolta un autonomizzarsi della sfera finanziaria che riduce il circuito D-M-D' a quello D-D', e tutto finiva più o meno qui, si trattava poi solo di andare a vedere la distribuzione del potere di contrattazione e accumulazione di denaro. Anche la questione fondamentale del valore finiva per perdere, specie nella sociologia, il carattere di imperativo connesso alla normatività del calcolo monetario, perdendo in questo modo interesse in nome della struttura dei rapporti sociali di produzione di cui anche la moneta come rappresentante del valore sarebbe solo un epifenomeno.
E' emblematico il fatto che uno sguardo alle istituzioni monetarie sia del tutto assente in praticamente tutti i manuali introduttivi di sociologia: è vero che si tratta di un argomento complicato che trattare in modo introduttivo implica quasi del tutto doversi limitare a qualche banale riferimento a manuali di economia, ma questo comporta che il trattamento e lo studio delle istituzioni che governano e regolano il funzionamento del denaro, che alla fine è ciò che media la riproduzione di quasi tutto il nostro sistema economico, viene sempre più considerata una questione tecnica e poco interessante da lasciare agli specialisti di economia. A questo contribuisce certamente il fatto che anche gli studi economici abbiano fatto ben poco per esplorare e divulgare gli studi eterodossi di economia monetaria, prima di tutto gli studi post-keynesiani, con la conseguenza di percezione che in ogni caso la questione fosse tutto sommato semplice e già risolta: la storia del baratto, della non coincidenza dei bisogni, della moneta merce che poi si sviluppa in banconote garantite e così via fino alla moneta fiat dello stato.
A questa rappresentazione, la sociologia aggiungeva solamente di schierarsi con quanto credevano che la moneta fosse tutto sommato sempre stata fiat, non garantita che da nient'altro che una credenza condivisa sulla sua accettabilità generalizzata. La svolta culturalista ha avuto questo impatto incredibile nel trattamento sociologico della moneta: la teoria economica è in sostanza concorde, dal momento che tutti vedono che la moneta non garantita, dopo il distacco dall'oro del 1971, funziona, che tutti la accettano e la governano semplicemente perché è così che stanno le cose: che tutti la accettano e sanno che verrà accettata, e quindi la moneta è sempre stata in realtà solo fiducia, quindi un costrutto 'culturale', senza nessun 'valore' reale intrinseco come l'oro (!) ma che circola perchè tutti sono convinti che ha potere d'acquisto, e in questo modo donandoglielo. Al limite talvolta si riconosce, senza approfondire troppo, e quindi in modo un po' cinico, che questo può aumentare la possibilità di crisi monetarie dovute a "ondate di sfiducia nella moneta" e nella probabilità di ua sua accettazione generalizzata e ovvia.
E' incredibile la superficialità con cui si prende questa tesi, (che comunque nel senso comune continua sempre a fare un po' fighi!), e non ci si preoccupa di andare a studiare come rendere compatibili le analisi economiche dei fattori più precisi (che cos'è il valore del denaro e come cambia? cosa fanno le banche centrali? perché la loro attività funziona e come e quando non funziona? che significa che 'funziona o non funziona'? Come si lega all'attività economica e produttiva reale? come si determina la distribuzione e allocazione del denaro in circolazione? Sopratutto, da dove viene il denaro? come entra e come circola? ecc) con la visione sociologica, concreta della costituzione delle strutture sociali e delle relazioni sociali, una visione che prescinda dalle assunzioni metodologiche discutibili di molti paradigmi economici e che, sopratutto, riconosca la rilevanza sociale di questi processi.
Da questo punto di vista è chiaro che la moneta è una macrostruttura sociale, o quantomeno riguarda le dinamiche sociali macro, nazionali e internazionali, aggregate, e che per certi versi la fondamentale svolta culturalista e 'micro' della sociologia avvenuta negli anni '70-'80 abbia contribuito a far scemare l'nteresse per questioni che, almeno per il momento, sarebbe stato problematico mettere assieme ai fenomeni micro senza rischiare incoerenze teoriche: ha spostato cioè l'attenzione in maniera tale che l'ambito più caratterizzante la sociologia fosse connesso alle interazioni o strtture sociali di tipo più micro, di maggiore disponibilità da parte dei soggetti che vi si regolano. In ogni caso, direi che i tempi sono maturi, dati i numerosi studi teorici sui concetti di istituzione, di struttura sociale ecc. che ovviamente per quanto sempre un po' discutibili in quanto molto teorici e astratti, sono stati offerti e potrebbero essere utilizzati.
Al di là di questo, però, ritengo che in effetti nonostante la bontà di questi studi teorici, l'istituzione della moneta nazionale, debba ancora rientrare fortemente nello studio sociologico proprio a causa dell'importanza che essa ci può dare per la ridefinizione e il trattamento dei concetti relativi alle 'strutture sociali' in quanto elementi che per quanto ovviamente costruiti storicamente, vengono perlopiù presi come dati, come degli oggetti a se stanti che producono effetti e costruiscono logiche imperative e stringenti divenendo così eminentemente 'soggettivamente indisponibili'.
Questo mi sembra il punto fondamentale: la sociologia non è riuscita a sfruttare l'analisi delle istituzioni monetarie, da un lato per un oggettiva tecnicità, ma dall'altro sopratutto perché dopo la crisi dello strutturalismo funzionalista e il paradossale eccessivo appello alla prassi sociale da parte del marxismo, la svolta culturalista e micro è riuscita a colonizzare la rappresentazione della moneta e del valore, dimenticandone però tutti i caratteri istituzionali e di struttura sociale.
Sebbene certamente l'affermarsi della moneta fiat abbia fatto luce in maniera imprescindibile su una serie di presupposti del funzionamento monetario, cioè sul suo aspetto fiduciario e 'culturale'-simbolico, occorre evidenziare l'insufficienza anche pratica di una posizione esclusivamente culturale (o meglio una certa visione alquanto 'morbida' della cultura, che la individua solo nei complessi simbolici più accessibili alle negoziazioni) e non dimenticarsi di dare una vera e propria struttura alle logiche monetarie, il cui riflesso sulle interazioni individuali si impone molto più di quanto si costituisca in quei contesti. Questo problema mi sembra evidente in determinati sviluppi dello studio sociologico sulla moneta, come per esempio l'opera di Viviana Zelizer. L'autrice, che ha scritto dei lavori certamente importanti e pregevoli, sembra quasi esaurire integralmente le proprietà e le funzioni monetarie nei significati locali che le sono attribuiti e alle funzioni che vi sono localmente attribuite (per esempio in ambito famigliare, o negli stili di consumo, oppure in rapporto a quello che si stabilisce sia opportuno poter mettere o no in vendita) senza però avvedersi di quanto tutto ciò in realtà presupponga dei funzionamenti decisamente più translocali e intertemporali, i quali vengono gestiti da istituzioni apposite e con meccanismi che sono tutt'altro, e che sono ciò da cui tutti quei significati locali in realtà dipendono (su tutto le politiche di mercato aperto delle banche centrali - come dice Ingham: il complesso banche-banche centrali-ministero del tesoro, e mercati finanziari, potrei aggiungere, nella misura in cui non sono ben limitabili alle poche grandi banche e istituzioni finanziarie con cui principalmente i governi e le banche centrali collaborano per le politiche monetarie).
In sostanza la tesi è la seguente: le discussioni in merito alle variazioni del valore della moneta, comunicano (in senso luhmanniano, cioè istituiscono-rappresentano-trasmettono di fatto) una realtà estremamente cogente e vincolante riguardante contemporaneamente milioni di persone. La moneta, il suo carattere contabile, numerico e al contempo relativamente fiduciario e governato, rappresentano la quintessenza di ciò che caratterizza una struttura sociale: essenzialmente rigida sebbene indubbiamente storica. Estremamente vincolante e generalizzata e al contempo di una qualche fragilità.
Il valore della moneta e la garanzia del suo potere d'acquisto nominale e reale rappresentano dei temi di interesse sociologico straordinario.
La conseguenza fondamentale, secondo me, è che uno degli ambiti di studio più importanti della sociologia della moneta è quello della 'garanzia', della 'copertura'.
Come viene emessa la moneta, a fronte di cosa? Questa è una delle questioni fondamentali che caratterizzano e differenziano i sistemi monetari e le loro dinamiche, e quindi il carattere sociale di un'economia. Ad esempio, è nell'analisi del modo particolare dell'emissione e della copertura che l'analisi istituzionale della moneta può dare un contributo essenziale, come ha mostrato in ultimo Ingham, alla concettualizzazione del capitalismo, in quanto fondato sulla moneta bancaria, sulla riserva di valore (e sul modo particolare di realizzarla) e sull'anticipazione creditizia 'speculativa'.
Questa era ovviamente solo l'introduzione, su tutti gli argomenti dovremo tornare....
Bibliografia:
Nigel Dodd: The social life of money
Geoffrey Ingham: The nature of money
Heiner Ganssmann: Doing money
Randall Wray: Modern money theory
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