Il nesso tra disoccupazione e inflazione è uno dei principali trade-off all'interno della teoria macroeconomica e sopratutto all'interno della pratica della politica economica.
Si tratta quindi di uno dei casi emblematici in cui esplorare le strutture sociali e le possibilità di criticarle e riformarle.
Purtroppo non posso qui esplorare quanto sarebbe necessario tutti presupposti teorici e ontologici che sarebbe interessante analizzare, nonché tutte le variazioni e precisazioni che negli ultimi decenni sono stati fatti nel dibattito economico, di cui non sono in grado di affrontare, in pochi mesi e in chiave hobbystica, i dettagli e le implicazioni. Cercherò quindi di evidenziare alcuni nessi sulla base in particolare della prospettiva della Modern Money Theory e delle proposte di Randall Wray e compagni.
Il discorso principale si basa sulle iniziali scoperte dell'economista neozelandese Alban W. Phillips, durante gli anni '50, che teorizza la famosa Curva di Phillips. Nel suo articolo del '58 'The Relation between Unemployment and rate of nominal wage...', egli raccoglie una ampia serie di dati storici sull'andamento nel Regno Unito tra disoccupazione e salari nominali, e con una dettagliata discussione ne sintetizza il risultato esponendolo nella famosa relazione tra i due fenomeni economici, secondo cui maggiore occupazione era associata strettamente a salari nominali più alti e viceversa.
Agganciandosi a questo studio, i due grandi economisti keynesiani Samuelson e Solow aggiungono che con il salario nominale si spiega gran parte dell'inflazione, e di qui derivano la correlazione inversa, il trade-off, tra occupazione e inflazione e che costituirà uno dei riferimenti fondamentali per la politica economica negli anni successivi, in particolare fino alla crisi stagflattiva degli anni '70, che ne inficia in parte le implicazioni di politica economica che fino ad allora se ne traevano.
In ogni caso, è importante ricordare che nonostante tutte le variazioni e precisazioni di cui è stata fatta oggetto negli ultimi decenni, la 'legge' di Phillips, rimane, seppur appunto in forma diversa, uno dei pilastri fondamentali delle politiche economiche di ispirazione neoclassica e mainstream, (cioè 'neoliberiste'), come è dimostrato ultimamente nel dibattito che si svolge nell'area dell'Euro. Stiamo parlando ovviamente del Tasso naturale di disoccupazione e del cosiddetto NAIRU, cioè il tasso di occupazione compatibile con un tasso di inflazione stabile (Non Accelarating Inflation Rate of Unemployment).
Quindi cosa dice la curva di Phillips, sulla quale si basa il consenso attorno al trade-off tra disoccupazione e inflazione? In sostanza che vi è un trade-off quando si scorge un conflitto, un principio di incompatibilità, fra due obiettivi che sono ritenuti diffusamente entrambi meritevoli di essere raggiunti, in questo caso quello fra un elevato tasso di occupazione, cioè una piena occupazione, e quello di una inflazione relativamente bassa o comunque stabile. Fritz Scharpf parla di due fattori principali che spiegano e influenzano la legittimazione della politica economica di un governo democratico: il tasso di occupazione e il tasso di inflazione, per cui sulla necessità e la capacità di coniugare questi due obiettivi si gioca il consenso popolare. Tanto per dire della effettiva importanza di queste due dinamiche sociali.
Alta occupazione porta ad elevata inflazione essenzialmente perché una tale situazione aumenta il potere contrattuale di chi è in cerca di lavoro, nonché di coloro che sono già al lavoro rispetto alla possibilità di chiedere aumenti salariali. In particolare, quando si arriva sulla soglia del tasso di produttività, ogni aumento salariale si trasforma in una spinta al rialzo dei prezzi e dei costi, innescando (ma a che punto?) una spirale inflazionistica, o comunque una instabilità dei prezzi.
Uno dei principali compiti dei responsabili economici è quindi quello di trovare un punto, una soglia in cui si possa ottenere un tasso di disoccupazione 'accettabile' e e una tasso di inflazione 'accettabile', così da combattere all'interno di questo trade-off cercando di collocarvisi al punto più alto possibile in termini di occupazione, senza inficiare la stabilità dei prezzi ad un livello socialmente 'saliente'.
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Da quanto abbiamo spiegato prima, possiamo notare come vi possono essere due focus dell'analisi e della critica. Da un lato il focalizzarsi sul livello salariale degli occupati e dall'altro sulla disponibilità di reddito dei disoccupati, cioè sul farli o meno diventare occupati.
Per cui, nella visione mainstream di mercati perfetti e completi, in cui i fattori produttivi, come il lavoro, che sono già occupati, si trovano già allocati più o meno al prezzo più alto possibile per quell'azienda di quel settore, perché altrimenti i lavoratori se ne sarebbero andati da un altro datore dello stesso lavoro, ogni spinta al rialzo dei redditi porterebbe o ad inflazione o a disoccupazione.
Si tende quindi a dare priorità al fatto che dal momento che i lavoratori occupati non possano richiedere di più, allora la questione si gioca sulla possibilità di rendere possibile assumere ad un salario di mercato, le persone disoccupate, facendo in modo che esse siano occupabili e disposte ad accettare un salario sufficientemente basso da non essere inflazionistico. La possibilità di non essere inflazionistico dipende quindi dal fatto di non porre un limite minimo al salario così da fare in modo che l'elevata occupazione non crei una pressione al rialzo rispetto all'ipotetico allineamento al tasso di produttività aggregato.
In questo contesto non c'è un vero e proprio spazio né per gli aumenti salariali né per un aumento dell'occupazione che non sia basato su prezzi di mercato basati sui rendimenti decrescenti, nell'ipotesi che quindi i lavori disponibili sono quelli a bassa produttività e bassissimi salari. Gli unici che possono non essere inflazionistici. Per questo motivo si può vedere come ogni ipotesi di reddito minimo, di sostegno all'occupazione che non provenga dal mercato, così come ogni rivendicazione di aumento salariale, siano esclusi dallo sguardo neoclassico se non in casi estremamente particolari.
Abbiamo insomma due fattori principali a cui si guarda: 1- che tutti i lavoratori già impiegati costituiscano già il limite della domanda soddisfabile dalle aziende coerentemente alla loro produttività, così che non sia possibile assumere altre persone se non adeguandosi al ribasso nella posizione corrispondente di produttività e salari (decisa dall'impresa principalmente, ma anche verificabile a posteriori nelle tendenze tra salari e produttività nazionali); 2 - che i lavoratori già occupati abbiano catturato già tutta la quota di salari messa a disposizione delle aziende a tal fine, così che ogni aumento salariale e ogni nuovo occupato vada ad erodere la quota dei profitti.
Di conseguenza acquista senso l'affermazione di Wray secondo cui nel paradigma politico-economico mainstream, si combatta l'inflazione a suon di disoccupazione, e quest'ultima diventa il principale strumento di lotta all'inflazione e al deficit estero. Ne abbiamo un esempio massimo nelle politiche economiche europee, in cui la lotta ai suddetti due fenomeni deve andare di pari passo a causa della condivisione della moneta, per cui differenziali anche lievi di inflazione si traducono in pochi anni in situazioni pericolose. Come spiegare altrimenti la tesi presentata dalla Commissione Europea secondo cui in Italia il tasso di disoccupazione naturale, cioè non inflazionistico, sia superiore al 10%?
E qui veniamo al secondo punto. Da un lato si suppone che il mercato sia tendenzialmente sul punto di allocare le risorse pagandole il più possibile in proporzione alla loro produttività, nonché che esse siano il più possibile impiegate. Le risorse o le paghi meno o restano inutilizzate. Di conseguenza ogni aumento di occupazione o di costo, di riduce in superamento della crescita della produttività e quindi in inflazione. Quindi il primo punto è la fede nel mercato e sui suoi aggiustamenti, con l'idea che ciò garantisca l'allineamento dei salari alla produttività.
Il secondo punto però è che come preferenza politica, la disoccupazione sia comunque più o meno sempre sacrificabile rispetto a qualche aumento dell'inflazione.
Come dice Wray, è vero che un programma di pieno impiego potrebbe essere un po' inflattivo, ma bisognerebbe considerare il pieno impiego non solamente un obiettivo tra gli altri e magari subordinato, ma come l'obiettivo primario da rendere raggiungibile in forme che non facciano diventare la dinamica dei prezzi eccessivamente alta e fuori controllo, nella consapevolezza che frustrare il diritto al lavoro dovrebbe essere considerato l'ultimissima opzione tra gli strumenti per stabilizzare il potere d'acquisto; prima della quale occorrerebbe fare riferimento a tutta una serie di possibili strumenti conosciuti. Come dice anche nel suo ultimo e fondamentale libro, "non ci sono prove evidenti che l'inflazione contrasti con la crescita fino ad un livello del 40% annuo"! Senza necessariamente arrivare a quel punto, è evidente che è a livello dell'analisi del discorso dominante che si instaura il conflitto. Emblematico a questo proposito l'ultimo libriccino di Vladimiro Giacché 'Costituzione italiana e Trattati europei', in cui il suddetto conflitto politico emerge con una chiarezza senza pari. Come dobbiamo intendere i due obiettivi? Nella linea che vede la lotta all'inflazione come prioritario e finanche unico obiettivo della politica monetaria il trade-off assume un valore talmente forte da rendere i due obiettivi del tutto incompatibili neanche nell'ottica del compromesso. Uscire dal mercato significa iso ipso rischiare l'inflazione; e ogni punto di inflazione sopra al 2% significa forzare il mercato e mettere a rischio la stabilità sociale ed economica.
- Qui si innesca la tesi della MMT riguardo ai Programmi di lavoro garantito e alle politiche di pieno impiego, lo stato occupatore di ultima istanza. Questa tesi ci consente infatti di dire che, come al solito, il nesso tra occupazione e inflazione non è necessario ma è contingente. Cioè la strettezza o meno del nesso causale dipende non dai caratteri intrinseci dell'aumento dell'occupazione, dal fatto che ad un tasso di disoccupazione che si avvicina al fisiologico 1-3%, segua inevitabilmente e necessariamente, a causa delle caratteristiche che definiscono e rendono riconoscibile il riferimento e l'utilizzo del concetto, un'inflazione crescente e pertanto destabilizzante, ma bensì dal contesto istituzionale che media e gestisce l'aumento dell'occupazione: sindacati, governi, associazioni imprenditoriali, banche centrali, capacità di aggregazione ecc. E quindi da quali modalità, per esempio, si riesce a rapportare l'aumento dei salari e della quota salari all'aumento della produttività.
Insomma, in cosa consiste in particolare la proposta?
Essenzialmente in questo: la pubblica amministrazione, nelle sue varie forme, può assumere tutte le persone che intendono lavorare in servizi pubblici, non in competizione con il mercato, per un salario di poco superiore alla soglia di povertà.
In questo modo, secondo Wray, oltre al contributo fondamentale che questa prospettiva offre al dibattito sul disaccoppiamento tra occupazione e crescita economica, si otterrebbe la piena occupazione, nel senso proprio che tutti quelli che desiderano lavorare per un basso salario non di povertà possono trovare un lavoro, in assenza di rischio inflazionistico.
Su cosa basa l'assenza di effetti inflazionistici? Principalmente sul fatto che l'assunzione 'dal basso', cioè al minimo salariale crea uno stimolo che un sistema economico potrebbe assorbire; e che ogni sistema economico dovrebbe essere reso capace di assorbire senza generare instabilità, diventando un criterio della progettazione del programma stesso e della politica industriale. Della serie: non dovrebbe succedere niente, proprio perché i salari sono bassi e lo stimolo alla domanda dovrebbe rafforzare la propensione a espandere l'offerta; ma anche se succedesse, il programma ci fornisce comunque uno strumento proprio per individuare dove stanno le strozzature dell'offerta e come orientare l'aumento del reddito mediante aumento degli occupati e la politica industriale, inclusi magari maggiori controlli su importazioni ed esportazioni. Wray rivendica inoltre un contributo anche stabilizzante, non solo non destabilizzante, a causa di un pavimento all'affermazione di redditi inferiori alla soglia di povertà.
A questo proposito è necessario anche accennare alla struttura economica e alle 'riforme strutturali'. Come si desume da un grafico riportato da Stephanie Kelton, negli ultimi decenni il trade-off apparirebbe ridursi fino quasi ad annullarsi, proprio a causa delle riforme strutturali che hanno mirato appunto a 'modificare' le strutture sociali dell'economia: l'elevata occupazione non genera più aumento dei salari e dei prezzi, semplicemente perché è aumentata enormemente la dispersione nella parte bassa della distribuzione, nonché in generale: appunto aumentano i poveri per cui non si genera inflazione perché la presenza di lavori poveri non aumentano il potere contrattuale dei ben pagati, e semmai lo abbassano, finendo per aumentare di pochissimo la domanda aggregata, finanche di diminuirla rispetto alla produttività.
Una delle sfide del JG è quindi quella di riuscire a ben differenziarsi da questo processo di dualizzazione del mercato del lavoro e di polarizzazione dei redditi (e infatti Wray, Tcherneva e tutti gli altri MMTers insistono molto sulla disuguaglianza anche in alto) Ma dopotutto e oltre a questo basterebbe valutare il modo di rilevare lo stato di disoccupazione! Se infatti si considerano i sottoccupati, si scopre che la curva rimane intatta, per cui ci sono pochi disoccupati ma tanti sotto-occupati, così che l'effetto di moderazione salariale rimane.
La sfida quindi rimane: come dimostrare che lo schema JB confuta davvero la curva di Phillips, e il connesso trade-off? Si dovrebbe dimostrare che diversamente dalle 'riforme strutturali', cioè dalla flessibilizzazione e riduzione salariale che ha portato alla novità dei lavoratori poveri, questo non porterebbe ad una situazione analoga. I programmi JG dovrebbero essere finalizzati a rafforzare la domanda, contrastare la povertà anche lavorativa, e aumentare il potere contrattuale dei lavoratori. Ma come fa questo poi a non generare inflazione? Qui si arriva alla variabile interveniente che mi pare fondamentale. La possibilità che questo strumento di allocazione lavorativa renda più semplice ed efficace la coordinazione delle rivendicazioni salariali fino al massimo dell'indicizzazione alla produttività più l'inflazione attesa. I salari minimi del JG dovrebbero essere indicizzati a questa cifra, così da fornire un vero pavimento di reddito dignitoso, cioè sopra la soglia di povertà (diciamo di un 10-20% sopra?) e indipendentemente dagli orari di lavoro che il settore pubblico riesce a offrire; secondo, oltre a garantire questo solido pavimento in basso, ciò dovrebbe rafforzare il potere negoziale dei lavoratori impiegati, ma questo rafforzamento, se e quando c'è, dovrebbe poi essere in qualche misura moderato nel momento in cui si raggiungesse la soglia dell'aumento della produttività e dell'inflazione attesa, apposta per evitare aspettative di aumento dei prezzi. Secondo Wray il JG impedisce le pressioni inflazionistiche in quanto funziona in parte come deterrente, come 'esercito industriale di riserva' - in parte simile come le riforme strutturali - i datori di lavoro potranno avere rimorsi in meno a licenziare. Sarebbe quindi importante che anche il mark-up rispetto al reddito di base fosse indicizzato. Facilità in generale l'indicizzazione? Forse si, in quanto fornisce elementi di prevedibilità all'andamento dell'occupazione e dei redditi e della domanda aggregata. Però il vecchio ruolo di sindacati forti e potenti rimane come negli anni '70, che soli riuscivano a garantire questa coordinazione dei redditi collettivi. Quindi indipendentemente dal JG.
Oltre a questo, abbiamo notato prima l'importanza del tasso di cambio: un cambio flessibile capace di far svalutare la moneta di più o meno lo stesso tasso percentuale del divario di inflazione annuale rispetto ai concorrenti, accumulato a causa del programma di pieno impiego, fornisce appunto uno spazio di manovra maggiore rispetto ad un tasso di cambio fisso, in cui gli aumenti di reddito si riflettono direttamente in deficit esteri.
La proposta politica del Job Guarantee ha anche altri aspetti di interesse, nonché di criticità, e spero prossimamente di avere tempo di tradurre e di mettere sul blog alcuni estratti del libro in cui se ne parla...
E' perché il significato è organizzato nella forma del 'e quindi' che il mondo ha senso e che lo possiamo criticare
mercoledì 27 aprile 2016
giovedì 21 aprile 2016
Fatti e Norme
Sempre a proposito della questione che gira attorno alla normatività sociale, mi sembra valga la pena sottolineare che uno dei miei propositi e dei miei stimoli, è capire in che modo la normatività e il dover essere in generale si esprima al livello dei fatti sociali, al livello dell'essere, di ciò che c'è. In particolare mi sembra di estremo interesse capire com'è che dall'essere venga fuori il dover essere, sia possibile far derivare il dover essere, nonostante si possa essere sostanzialmente tutti d'accordo con il fatto che alcuni sentimenti e ideali di giustizia non facciano parte delle norme effettive, pur avendo certo una storicità e una fatticità sociale: cioè, in sostanza abbiano un maggiore grado di separazione dal loro essere esistenti, concrete ed efficaci causalmente.
Uno dei modi, però, è quello di procedere nel senso inverso: dal dover essere all'essere, dagli ideali di giustizia alle norme sociali, in quanto solo vedendo le effettive modalità in cui certi ideali vengono esemplificati è possibile poi dire che apprendendo ad agire secondo come le cose sono apprendo anche il dover essere derivandolo da esse. In questo approccio, si può procedere in due modi, uno è quello di Honneth e uno è quello che potremmo intendere come quello di una psicologia morale. Nel caso di Honneth, gli ordinamenti sociali necessitano di legittimazione, e questa legittimazione è fornita dalla possibilità di leggere negli ordinamenti sociali l'approssimarsi a norme ideali di equa distribuzione di oneri e onori, storicamente variabili. E' interessante notare che questa legittimazione è necessaria per la riproduzione nel tempo di determinate pratiche sociali, in parte per assicurare la soddisfazione di norme fondamentali del riconoscimento personale, che è la cosa che sta più a cuore a Honneth, in quanto ciò consente di differenziare la sua teoria da una semplice teoria delle istituzioni, ma dall'altro, la legittimazione è condizione della stessa regolarità della vita sociale, in cui la regolarità stessa è quindi un'esigenza essenziale, esigenza che fa rientrare la teoria di Honneth in ogni caso in una teoria delle istituzioni non strettamente morali - egli fa ovviamente benissimo a distinguersi dalle teorie che fanno unicamente riferimento al mantenimento dell'ordine e della regolarità sociale (Gehlen su tutti, per intendersi), ma ovviamente questa funzione deve essere svolta, in modalità che forniscono sempre nuove occasioni di conflitto e contrasto riguardo alla coerenza con le norme di giustizia e riconoscimento. In sostanza nell'approccio di Honneth, le norme sono esistenti perché realizzano ed esemplificano alcune delle possibilità di realizzare gli ideali di giustizia, e al contempo ne forniscono la base del loro apprendimento tramite esempi; e questa è un'esigenza umana e sociale funzionale fondamentale, sia per esigenze connesse alla struttura della personalità (riconoscimento), il cui orientamento (quando non il concreto rispetto) è condizione per lo svolgimento regolare della vita sociale. Essere e dover essere sono separati, ma legati dall'esemplarità e dal grado diverso di generalità delle norme, dal gioco storico universale-particolare.
Nel caso della psicologia morale - nella cui prospettiva si affronta quello che è in realtà uno dei temi cruciali che sfuma nell'approccio inverso che va dall'essere al dover essere - si può dire che la normatività trae origine dal fortissimo ruolo che svolge il codice binario buono-cattivo, pericoloso-buono, piacevole-spiacevole. La normatività entra nel mondo sociale mediante il grandissimo potere di questo codice di connettere le cose più diverse e di sussumere sotto di sè una grandissimo numero di eventi. Ciò comporta la forte tendenza ad attribuire carattere morale alle cose in sé e a trattarle di conseguenza, facendo svolgere loro determinate funzioni nelle pratiche: se penso che le armi sono cattive le eviterò e le farò evitare agli altri, se penso che la marjuana sia brutta e cattiva tenderò a stigmatizzare chi ne fa uso e così via, producendo l'effetto di tentare di marginalizzare ed etichettare certe pratiche o certi gruppi che ne fanno uso (magari producendo i famosi meccanismi di profezia che si autoadempie, per cui gli effetti di 'vizio' attribuiti alla sostanza verranno prodotti non dalla sostanza in sé ma dall'isolamento in cui è stato collocato il gruppo stigmatizzato). Ma qui veniamo al punto essenziale che comporta la produzione del meccanismo della distinzione puro/impuro e della 'contaminazione morale'. Uno degli effetti più incredibili di questo meccanismo psicologico morale fondamentale è la tendenza a raggruppare tra loro gli eventi in senso lato 'negativi e immorali' e quelli virtuosi e positivi: secondo cui vizio chiama vizio e virtù chiama virtù, oggetti e pratiche dalle caratteristiche morali e immorali contaminano altri e si richiamano e condizionano a vicenda. E ciò è massimamente evidente nella pratica ordinaria con cui tendiamo ad attribuire causalmente, a spiegare, degli eventi negativi per mezzo altri eventi negativi: la corruzione è causata da una mancanza di senso civico; il poco senso civico dall'eccessivo egoismo e menefreghismo; lui non ha trovato lavoro perché ha studiato poco e male; il calo di produttività dell'economia italiana è dovuto alla corruzione ecc. Oppure per esempio quando si pensa che una cosa che si considera virtuosa lo sia riguardo anche a tutta un'altra serie di cose e contesti, senza bisogno di verificare caso per caso: il cibo biologico sarà anche sano, etico, saporito ecc.
E' relativamente facile vedere in opera qui le dinamiche inferenziali della cultura (e quelle differenziali, care allo strutturalismo, per cui se una cosa svolge una funzione o ha un certo significato nella società non può svolgerne o averne contemporaneamente un'altra o una opposta per lo stesso gruppo sociale). E' infatti molto importante notare le condizioni alle quali questo genere di atteggiamento sociale diventa effettivamente plausibile nel descrivere i processi sociali: da un lato queste spiegazioni in termini morali dell'attribuzione di immoralità a delle pratiche può avere un'origine, empiricamente più corretta, nel fatto che se la società e la vita si svolgono in maniera regolare e le violazioni dell'ordine e delle norme morali sono poche, allora eventi sporadici negativi che sono insoliti andranno spiegati con altri eventi insoliti in particolare con i fattori con cui solitamente si spiegheranno delle carenze di conformità all'ordine (scarsa socializzazione, fallimenti famigliari, influenze di 'corruttori' esterni ecc., o in generale, per non restare nel terreno delle devianze, tutto ciò che può rappresentare degli eventi esogeni turbativi di uno stato di quiete e prevedibilità), cioè secondo uno dei criteri di base utilizzato nella ricerca scientifica, che un evento nuovo lo dovrò spiegare con l'avvenimento di qualcos'altro di nuovo che si è verificato in prossimità e che sia concettualmente connesso (la bomba in Siria non ha provocato la caduta del mio vaso anche se è avvenuta un istante prima): una variabile costante non può in generale causare un mutamento estemporaneo improvviso.
Dall'altro, una delle condizioni di plausibilità di queste spiegazioni morali sta nella possibilità di un effettivo determinarsi di profezie che si autoadempiono, ma di un tipo ben preciso, che mette in moto, e si basa, sugli effetti di contaminazione-associazione semantico-culturale. Potremmo insomma sostenere che vi sono situazioni in cui l'attribuzione di carattere morale a certi fenomeni, comportamenti, pratiche le rende effettivamente morali o immorali in quanto le rende atte ad entrare in determinate pratiche da cui dipende poi il prodursi di altri effetti più unanimemente considerati sbagliati o negativi (questo sembra presupporre una concezione consequenzialista della moralità, che in effetti mi sembra quella più in azione nel mondo quotidiano e anche più in linea, non a caso, con una concezione inferenzialista del significato sociale - anche se in effetti presuppone o un forte realismo morale - appunto! - o una separazione del dover essere una ancor più remota sfera ideale). Il meccanismo dell'emarginazione sociale prima accennato è emblematico in questo senso. Se un elemento, in questo caso la droga, è considerato massimamente impuro da meritare il bando di tutti coloro che ne fanno uso, queste persone, da una parte è probabile che vi si avvicineranno solo a causa di gravi processi di disaffezione, disaffiliazione dalla società, nonché di bassa autostima (nella forma di:"questo è ciò che è adatto a me, l'impuro, lo sbagliato ecc"), che è anche al contempo però uno degli effetti di una forte integrazione nei significati condivisi; dall'altra potrà portare ad atteggiamenti di creazione di azioni devianti e insolite già categorizzate come immorali, sbagliate, impure, antisociali ecc: accattonaggio, furto, abuso di alcol, sporcizia, inaffidabilità - il meccanismo della caratterizzazione morale degli elementi culturali e della loro categorizzazione morale è uno dei più forti meccanismi di disgregazione sociale in quanto limita le possibilità semantiche - e quindi pratiche, nella misura in cui lo strutturalismo ha ragione - di coloro che ne vengono 'contaminati'. In sostanza, abbiamo a che fare con un meccanismo studiato dallo strutturalismo, per cui se il tal giubbotto lo utilizzano i criminali, per indossarlo o sono già diventato un criminale oppure lo diventerò a causa di quel giubbotto ('dovrò' diventarlo per essere coerente con il significato del giubbotto, per trarre le corrette inferenze): verrò avvicinato e affiliato da criminali, attribuirò connotazioni positive ai criminali che lo indossano diventando più propenso ad accettare le loro proposte e ad apprezzarne altri comportamenti tipici (caso estremo questo di un semplice giubbotto, ma neanche tanto se si pensa all'industria dei simboli della violenza, come il rap, che fa della fascinazione e dell'apologia del delinquente uno strumento di marketing e di differenziazione sociale). Ma a questo meccanismo si aggiunge e ne fa da potenziamento il meccanismo della categorizzazione morale, per cui sarò doppiamente portato e obbligato a trarre inferenze pratiche riferendomi ad altri elementi analogamente tipizzati negativamente o positivamente, socialmente differenziati. Luhmann ha studiato questa cosa parlando della morale come di un medium della comunicazione fortemente selettivo e limitante, in quanto si tratta di un codice di valutazione morale che sancisce percorsi di senso in base all'analogia morale (al 'possesso di caratteristiche morali'), e alla connessa distribuzione di stima e disistima.
In sostanza, una cosa è effettivamente negativa perché le persone pensano che sia negativa: la cognizione morale produce realtà morale, realtà produttrice di eventi stigmatizzabili. Il significato è oggettivo, in quanto indisponibile soggettivamente, e il significato morale a maggior ragione in quanto associato a meccanismi forti, primordiali e fortemente impattanti in termini di relazioni sociali e di distribuzione-selezione di percorsi semantici e inferenziali, e quindi di opportunità. La logica sembra essere connessa al fatto che se una cosa ha un significato, non può averne altri: se una cosa è negativa perché si pensa abbia effetti negativi, in una certa misura essa selezionerà gli effetti possibili ad essa connessi. In modo tale anche da farne la sola causa possibile di determinati eventi negativi.
Si può dire che la concezione secondo cui le stesse cause possono produrre effetti diversi e gli stessi effetti possono essere stati causati da fattori diversi, così come la concezione secondo cui segni diversi possono significare la stessa cosa e viceversa stessi segni possono significare cose diverse, sconvolgono completamente, rovesciano e si collocano in radicale contrasto con ciò che cerca di fare la categorizzazione semiotico-culturale del mondo, e in particolare la categorizzazione morale, che estremizza l'esigenza di attribuzioni semantiche e causali (strettamente connesse mediante la dinamica inferenziale) estremamente rigide: occorre attribuire stesse cause e stessi effetti a certi eventi, in particolare quando il tratto rilevante è quello dell'appartenenza a categorie di eventi morali. La fissità delle implicazioni significa fissare il significato in termini inferenziali. La relatività dei nessi ci consente naturalmente di fare luce sulla costruzione della fissazione, ma sapendo appunto che la fissazione ci sarà.
Mai è stato più opportuna l'ingiunzione: 'non fare X' , ma senza capirne le ragioni di quest'opportunità. Questa cosa fa male non perché è cattiva ma perché si pensa che sia cattiva, se si pensa che sia cattiva perché produce certi effetti, essa sarà cattiva anche perché causata da certi effetti e non da altri, così che a quelli giusti sarà allargata la qualifica di negatività; il fatto è che scoprire le origine nel significato, nella 'mera' attribuzione di carattere morale, non la rende meno effettiva, meno cattiva, poiché essa è invece socialmente cattiva se tutti pensano che sia cattiva: pretendere di privare di effetti morali un elemento semplicemente manifestandone la dipendenza dall'intenzionalità collettiva, implicherebbe infatti pretendere che gli esseri umani rinuncino a scorgere caratteristiche morali negli elementi culturali, e ad utilizzare i criteri di rilevanza morali per selezionare le inferenze plausibili. Se si considera una cosa negativa, è probabile che tendenzialmente vi saranno anche delle forze, delle abitudini concettuali che forzeranno la sua tendenza a produrre effetti negativi. Probabilmente vi sarò addirittura una sorta di tentativo culturale di riservare certi effetti negativi a quella cosa negativa,
La soluzione classica è quella che cerca di volta in volta di chiamare in dubbio l'attribuzione di proprietà morali alla cosa in sé - magari facendone notare la dipendenza della moralità dai sistemi di azioni e senso in cui sono in maniera relativamente contingente inserite - richiamando all'onere della prova, dovendo sostenere che quella cosa è passibile di essere condannata perché produce di per sé effetti negativi e non il contrario: produce effetti negativi perché è cattiva. In modo da tentare di disinnescare il più possibile il meccanismo del puro/impuro. La dimostrazione dovrebbe provare che quell'elemento comporta necessariamente delle pratiche che implicano comportamenti universalmente condannabili o non auspicabili, in quanto i suoi elementi problematici e dannosi non sono confinabili, danneggiando tutti i sistemi d'azione in cui viene inserito: per esempio, qualcuno dovrebbe sostenere che la cartolarizzazione, non produce effetti negativi perché è negativa e immorale, impura di per sé ma perché inevitabilmente e sempre, almeno a condizioni accettabili, comporta incentivi forti a creare instabilità sistemiche con rischi enormi; oppure che il matrimonio omosessuale, "se pure mi piacerebbe che vi sia la possibilità che alcuni brave coppie gay si sposino in quanto so che il loro amore è sincero e costruttivo", però di per sé è inevitabile, almeno in certi contesti inferenziali di senso, che esso produrrà l'indebolimento dell'istituzione matrimoniale virtuosa procurando un danno per tutti molto più grave; e solo dimostrati questi effetti, mi tocca a posteriori sancirne a malincuore la negatività a livello sociale.
Questa strategia ad ogni modo, se pure indispensabile, non è sufficiente. E' evidente infatti che, proprio magari a causa di una grande unanimità scientifica, l'attribuzione di effetti negativi ad una cosa comporti la sua successiva stigmatizzazione e tenda a sancirne la negatività dimenticandosi della spiegazione. L'esempio della Douglas sull'igiene è emblematico: il bagno è stato messo fuori non per motivi simbolici ma per motivi igienici, col tempo però ci si dimentica della ragione concreta, spiegando la cosa con fattori esclusivamente simbolici di contaminazione, tanto che magari certe persone devono andare in quello e altre persone in altri bagni, magari in casa! Il meccanismo della simbolizzazione morale è insomma molto forte, facendo diventare sintomo ciò che agisce da causa, magari solo contingente.
Ora, se quindi abbiamo due spiegazioni interessanti di come le valutazioni contribuiscano a far esistere le pratiche sociali e definire il carattere delle cose e a determinarne magari i possibili effetti causali, permettendoci così di spiegare l'essere a partire dal dover essere in una maniera tale da permetterci anche il passaggio inverso dall'essere al dover essere, allora possiamo introdurci a quest'ultimo passaggio. La cosa importante è che ho scelto queste due teorie non certo perché queste siano le uniche. La più ovvia è infatti che il dover essere rifletti una preferenza soggettiva che mi fa agire in modo volontario e intenzionale di conseguenza. L'interesse per queste due sta invece nel fatto che esse ci consentono di leggere i fatti normativi come conseguenza del dover essere astratto, in una forma che non le descrive semplicemente come applicazione di una regola di principi morali astratti, ma in cui la cognizione morale crei quei fatti sociali delle norme particolari che formano caratteristiche morali della realtà, in maniera tale che ci consenta poi viceversa di passare dall'essere al dover'essere: comportamenti producono effetti negativi o positivi perché pensiamo che siano sbagliati o giusti, così che essi possiedono caratteristiche e riferimenti tali da giustificarne inferenze moralmente problematiche; oppure, con Honneth: certi comportamenti possono esistere in quanto pensiamo che siano giusti in quanto esemplificazioni parziali dei nostri valori di giustizia, per cui i valori ideali valgono nella misura in cui sono già effettivi e incorporati in prassi composte di fatti normativi, obblighi concreti. E in breve la forza morale dell'ideale funziona solo se e perché essa è dimostrata essere derivabile da norme effettivamente funzionanti e ispiranti l'agire concreto effettivo.
Possiamo a questo punto andare nel senso inverso, tentare, cioè, di descrivere com'è che nella società si sviluppi il dover essere dall'essere.
Essenzialmente, questo mi pare un argomento un po' più facile, sostanzialmente perché mi rifaccio ad un argomento piuttosto semplice. Una buona parte delle nostre norme e dei nostri ideali di giustizia, specie quelli connessi al concetto di rispetto, derivano dall'istituzionalizzazione di aspettative cognitive. Aspettative che in genere, una volta deluse dovrebbero portare ad un cambiamento nello schema delle aspettative del soggetto, ad un apprendimento. Ma se noi attribuiamo all'ordinamento concettuale di una cultura o di una persona la funzione di stabilizzare e categorizzare il mondo, ci si imbatte subito nella nozione di 'utilizzo corretto' del concetto, di una parola o di un significante in generale. L'utilizzo di concetti e significati stabili, condivisi ha la funzione di stabilire aspettative e identità. Per cui non si può violare le condizioni di identificazione di azioni e segni senza violare delle norme morali di rispetto e reciprocità.
Ciò è evidente se si pensa al fatto che fenomeni di stigmatizzazione e di biasimo vengono ritenute reazioni corrette anche nel caso di fenomeni di incompetenza culturale, proprio perché vi sono connesse attribuzioni di incompetenza ad essere un membro affidabile della società, un membro che saprà rispettare gli altri e le loro esigenze. Le persone che non diventano 'membri competenti della società' meritano un biasimo, e magari, quando la cosa è sistematica e irrimediabile, una qualche forma di esclusione e di assistenza specifica.
Ma per venire a una delle conclusioni importanti, possiamo dire questo: il percorso che va dal fattuale al normativo si fonda a mio parere sul fatto che il significato, nel senso di un concetto che astrae gli elementi intersoggettivamente rilevanti di un fenomeno al fine di poter costituire una pratica condivisa, serve a categorizzare e a identificare-riconoscere, così da istituire una regolarità nel rapporto col mondo. Per cui, proprio per questo, a sua volta, laddove il significato si riferisce a fenomeni che sono specificatamente sotto il controllo dell'uomo ('pensieri, parole, opere e omissioni'), occorre fare in modo che il mondo - in particolare ovviamente quello umano, cioè quella porzione di mondo da cui è possibile pretenderlo) debba aderire ai criteri di rilevanza che ne permettono l'identificazione e la condivisione, il riconoscimento necessario a selezionarne le inferenze pertinenti. Qui sta il carattere fondamentale del passaggio dal fattuale al normativo: nella pretesa di poter avere un mondo prevedibile e riconoscibile; e si colloca nella tensione interna al concetto tra i singoli eventi reali particolari e la sua possibilità di trattarlo, riconoscerlo e condividerlo in relazione al fatto che il mondo umano è un mondo sociale.
In breve: l'imperativo della categorizzazione comporta l'imperativo, anche morale, della categorizzabilità.
Ma la cosa interessante non è la riduzione delle norme al rispetto della regolarità, così che non esiste altra fonte di legittimazione che non sia il semplice rispetto di ciò che c'è. E' che in questa pretesa di regolarità, trovano innesto (non necessariamente origine e fondamento) anche le specifiche configurazioni del rispetto per i simboli delle virtù specifiche della società. Per questo è importante il collegamento con le teorie sopra dette della psicologia morale e della 'ricostruzione normativa' Honnethiana. Il rispetto di un simbolo esemplificativo di nessi importanti, magari empiricamente effettivi.
Quando uno viola una regola apparentemente non particolarmente connotata moralmente, manca (viene accusato della mancanza) essenzialmente della competenza di saper rispettare le gerarchie di valori condivisi, e le condizioni della vita associata comunemente intese: come ci si comporta, come si realizza una 'vera' interazione, una vera partita di calcio, come si parla correttamente ecc. Per questo motivo la teoria immanentistica del dover essere e delle virtù, sembra avere una priorità che si incarna nelle pratiche linguistiche e della costruzioni di significati e pratiche condivise. E da qui è derivabile l'importanza delle teorie di psicologia morale che risultano poi in dottrine come quelle di Mary Douglas, e della giustificazione morale in termini di reinterpretazione migliore di ciò che c'è.
La teoria dell'imperativo della categorizzabilità, insomma, non porta necessariamente alla sottoscrizione di una apologia del presente, ma riconosce le modalità di formazione del dover essere nell'immanenza: nell'apprendimento delle condizioni della correttezza del seguire una regola di identificabilità, si formano così le dimensioni cognitive e sociali della pretesa di giustizia più astratte e critiche, per il tramite delle tendenze a moralizzare le categorie e i nessi empirici.
Uno dei modi, però, è quello di procedere nel senso inverso: dal dover essere all'essere, dagli ideali di giustizia alle norme sociali, in quanto solo vedendo le effettive modalità in cui certi ideali vengono esemplificati è possibile poi dire che apprendendo ad agire secondo come le cose sono apprendo anche il dover essere derivandolo da esse. In questo approccio, si può procedere in due modi, uno è quello di Honneth e uno è quello che potremmo intendere come quello di una psicologia morale. Nel caso di Honneth, gli ordinamenti sociali necessitano di legittimazione, e questa legittimazione è fornita dalla possibilità di leggere negli ordinamenti sociali l'approssimarsi a norme ideali di equa distribuzione di oneri e onori, storicamente variabili. E' interessante notare che questa legittimazione è necessaria per la riproduzione nel tempo di determinate pratiche sociali, in parte per assicurare la soddisfazione di norme fondamentali del riconoscimento personale, che è la cosa che sta più a cuore a Honneth, in quanto ciò consente di differenziare la sua teoria da una semplice teoria delle istituzioni, ma dall'altro, la legittimazione è condizione della stessa regolarità della vita sociale, in cui la regolarità stessa è quindi un'esigenza essenziale, esigenza che fa rientrare la teoria di Honneth in ogni caso in una teoria delle istituzioni non strettamente morali - egli fa ovviamente benissimo a distinguersi dalle teorie che fanno unicamente riferimento al mantenimento dell'ordine e della regolarità sociale (Gehlen su tutti, per intendersi), ma ovviamente questa funzione deve essere svolta, in modalità che forniscono sempre nuove occasioni di conflitto e contrasto riguardo alla coerenza con le norme di giustizia e riconoscimento. In sostanza nell'approccio di Honneth, le norme sono esistenti perché realizzano ed esemplificano alcune delle possibilità di realizzare gli ideali di giustizia, e al contempo ne forniscono la base del loro apprendimento tramite esempi; e questa è un'esigenza umana e sociale funzionale fondamentale, sia per esigenze connesse alla struttura della personalità (riconoscimento), il cui orientamento (quando non il concreto rispetto) è condizione per lo svolgimento regolare della vita sociale. Essere e dover essere sono separati, ma legati dall'esemplarità e dal grado diverso di generalità delle norme, dal gioco storico universale-particolare.
Nel caso della psicologia morale - nella cui prospettiva si affronta quello che è in realtà uno dei temi cruciali che sfuma nell'approccio inverso che va dall'essere al dover essere - si può dire che la normatività trae origine dal fortissimo ruolo che svolge il codice binario buono-cattivo, pericoloso-buono, piacevole-spiacevole. La normatività entra nel mondo sociale mediante il grandissimo potere di questo codice di connettere le cose più diverse e di sussumere sotto di sè una grandissimo numero di eventi. Ciò comporta la forte tendenza ad attribuire carattere morale alle cose in sé e a trattarle di conseguenza, facendo svolgere loro determinate funzioni nelle pratiche: se penso che le armi sono cattive le eviterò e le farò evitare agli altri, se penso che la marjuana sia brutta e cattiva tenderò a stigmatizzare chi ne fa uso e così via, producendo l'effetto di tentare di marginalizzare ed etichettare certe pratiche o certi gruppi che ne fanno uso (magari producendo i famosi meccanismi di profezia che si autoadempie, per cui gli effetti di 'vizio' attribuiti alla sostanza verranno prodotti non dalla sostanza in sé ma dall'isolamento in cui è stato collocato il gruppo stigmatizzato). Ma qui veniamo al punto essenziale che comporta la produzione del meccanismo della distinzione puro/impuro e della 'contaminazione morale'. Uno degli effetti più incredibili di questo meccanismo psicologico morale fondamentale è la tendenza a raggruppare tra loro gli eventi in senso lato 'negativi e immorali' e quelli virtuosi e positivi: secondo cui vizio chiama vizio e virtù chiama virtù, oggetti e pratiche dalle caratteristiche morali e immorali contaminano altri e si richiamano e condizionano a vicenda. E ciò è massimamente evidente nella pratica ordinaria con cui tendiamo ad attribuire causalmente, a spiegare, degli eventi negativi per mezzo altri eventi negativi: la corruzione è causata da una mancanza di senso civico; il poco senso civico dall'eccessivo egoismo e menefreghismo; lui non ha trovato lavoro perché ha studiato poco e male; il calo di produttività dell'economia italiana è dovuto alla corruzione ecc. Oppure per esempio quando si pensa che una cosa che si considera virtuosa lo sia riguardo anche a tutta un'altra serie di cose e contesti, senza bisogno di verificare caso per caso: il cibo biologico sarà anche sano, etico, saporito ecc.
E' relativamente facile vedere in opera qui le dinamiche inferenziali della cultura (e quelle differenziali, care allo strutturalismo, per cui se una cosa svolge una funzione o ha un certo significato nella società non può svolgerne o averne contemporaneamente un'altra o una opposta per lo stesso gruppo sociale). E' infatti molto importante notare le condizioni alle quali questo genere di atteggiamento sociale diventa effettivamente plausibile nel descrivere i processi sociali: da un lato queste spiegazioni in termini morali dell'attribuzione di immoralità a delle pratiche può avere un'origine, empiricamente più corretta, nel fatto che se la società e la vita si svolgono in maniera regolare e le violazioni dell'ordine e delle norme morali sono poche, allora eventi sporadici negativi che sono insoliti andranno spiegati con altri eventi insoliti in particolare con i fattori con cui solitamente si spiegheranno delle carenze di conformità all'ordine (scarsa socializzazione, fallimenti famigliari, influenze di 'corruttori' esterni ecc., o in generale, per non restare nel terreno delle devianze, tutto ciò che può rappresentare degli eventi esogeni turbativi di uno stato di quiete e prevedibilità), cioè secondo uno dei criteri di base utilizzato nella ricerca scientifica, che un evento nuovo lo dovrò spiegare con l'avvenimento di qualcos'altro di nuovo che si è verificato in prossimità e che sia concettualmente connesso (la bomba in Siria non ha provocato la caduta del mio vaso anche se è avvenuta un istante prima): una variabile costante non può in generale causare un mutamento estemporaneo improvviso.
Dall'altro, una delle condizioni di plausibilità di queste spiegazioni morali sta nella possibilità di un effettivo determinarsi di profezie che si autoadempiono, ma di un tipo ben preciso, che mette in moto, e si basa, sugli effetti di contaminazione-associazione semantico-culturale. Potremmo insomma sostenere che vi sono situazioni in cui l'attribuzione di carattere morale a certi fenomeni, comportamenti, pratiche le rende effettivamente morali o immorali in quanto le rende atte ad entrare in determinate pratiche da cui dipende poi il prodursi di altri effetti più unanimemente considerati sbagliati o negativi (questo sembra presupporre una concezione consequenzialista della moralità, che in effetti mi sembra quella più in azione nel mondo quotidiano e anche più in linea, non a caso, con una concezione inferenzialista del significato sociale - anche se in effetti presuppone o un forte realismo morale - appunto! - o una separazione del dover essere una ancor più remota sfera ideale). Il meccanismo dell'emarginazione sociale prima accennato è emblematico in questo senso. Se un elemento, in questo caso la droga, è considerato massimamente impuro da meritare il bando di tutti coloro che ne fanno uso, queste persone, da una parte è probabile che vi si avvicineranno solo a causa di gravi processi di disaffezione, disaffiliazione dalla società, nonché di bassa autostima (nella forma di:"questo è ciò che è adatto a me, l'impuro, lo sbagliato ecc"), che è anche al contempo però uno degli effetti di una forte integrazione nei significati condivisi; dall'altra potrà portare ad atteggiamenti di creazione di azioni devianti e insolite già categorizzate come immorali, sbagliate, impure, antisociali ecc: accattonaggio, furto, abuso di alcol, sporcizia, inaffidabilità - il meccanismo della caratterizzazione morale degli elementi culturali e della loro categorizzazione morale è uno dei più forti meccanismi di disgregazione sociale in quanto limita le possibilità semantiche - e quindi pratiche, nella misura in cui lo strutturalismo ha ragione - di coloro che ne vengono 'contaminati'. In sostanza, abbiamo a che fare con un meccanismo studiato dallo strutturalismo, per cui se il tal giubbotto lo utilizzano i criminali, per indossarlo o sono già diventato un criminale oppure lo diventerò a causa di quel giubbotto ('dovrò' diventarlo per essere coerente con il significato del giubbotto, per trarre le corrette inferenze): verrò avvicinato e affiliato da criminali, attribuirò connotazioni positive ai criminali che lo indossano diventando più propenso ad accettare le loro proposte e ad apprezzarne altri comportamenti tipici (caso estremo questo di un semplice giubbotto, ma neanche tanto se si pensa all'industria dei simboli della violenza, come il rap, che fa della fascinazione e dell'apologia del delinquente uno strumento di marketing e di differenziazione sociale). Ma a questo meccanismo si aggiunge e ne fa da potenziamento il meccanismo della categorizzazione morale, per cui sarò doppiamente portato e obbligato a trarre inferenze pratiche riferendomi ad altri elementi analogamente tipizzati negativamente o positivamente, socialmente differenziati. Luhmann ha studiato questa cosa parlando della morale come di un medium della comunicazione fortemente selettivo e limitante, in quanto si tratta di un codice di valutazione morale che sancisce percorsi di senso in base all'analogia morale (al 'possesso di caratteristiche morali'), e alla connessa distribuzione di stima e disistima.
In sostanza, una cosa è effettivamente negativa perché le persone pensano che sia negativa: la cognizione morale produce realtà morale, realtà produttrice di eventi stigmatizzabili. Il significato è oggettivo, in quanto indisponibile soggettivamente, e il significato morale a maggior ragione in quanto associato a meccanismi forti, primordiali e fortemente impattanti in termini di relazioni sociali e di distribuzione-selezione di percorsi semantici e inferenziali, e quindi di opportunità. La logica sembra essere connessa al fatto che se una cosa ha un significato, non può averne altri: se una cosa è negativa perché si pensa abbia effetti negativi, in una certa misura essa selezionerà gli effetti possibili ad essa connessi. In modo tale anche da farne la sola causa possibile di determinati eventi negativi.
Si può dire che la concezione secondo cui le stesse cause possono produrre effetti diversi e gli stessi effetti possono essere stati causati da fattori diversi, così come la concezione secondo cui segni diversi possono significare la stessa cosa e viceversa stessi segni possono significare cose diverse, sconvolgono completamente, rovesciano e si collocano in radicale contrasto con ciò che cerca di fare la categorizzazione semiotico-culturale del mondo, e in particolare la categorizzazione morale, che estremizza l'esigenza di attribuzioni semantiche e causali (strettamente connesse mediante la dinamica inferenziale) estremamente rigide: occorre attribuire stesse cause e stessi effetti a certi eventi, in particolare quando il tratto rilevante è quello dell'appartenenza a categorie di eventi morali. La fissità delle implicazioni significa fissare il significato in termini inferenziali. La relatività dei nessi ci consente naturalmente di fare luce sulla costruzione della fissazione, ma sapendo appunto che la fissazione ci sarà.
Mai è stato più opportuna l'ingiunzione: 'non fare X' , ma senza capirne le ragioni di quest'opportunità. Questa cosa fa male non perché è cattiva ma perché si pensa che sia cattiva, se si pensa che sia cattiva perché produce certi effetti, essa sarà cattiva anche perché causata da certi effetti e non da altri, così che a quelli giusti sarà allargata la qualifica di negatività; il fatto è che scoprire le origine nel significato, nella 'mera' attribuzione di carattere morale, non la rende meno effettiva, meno cattiva, poiché essa è invece socialmente cattiva se tutti pensano che sia cattiva: pretendere di privare di effetti morali un elemento semplicemente manifestandone la dipendenza dall'intenzionalità collettiva, implicherebbe infatti pretendere che gli esseri umani rinuncino a scorgere caratteristiche morali negli elementi culturali, e ad utilizzare i criteri di rilevanza morali per selezionare le inferenze plausibili. Se si considera una cosa negativa, è probabile che tendenzialmente vi saranno anche delle forze, delle abitudini concettuali che forzeranno la sua tendenza a produrre effetti negativi. Probabilmente vi sarò addirittura una sorta di tentativo culturale di riservare certi effetti negativi a quella cosa negativa,
La soluzione classica è quella che cerca di volta in volta di chiamare in dubbio l'attribuzione di proprietà morali alla cosa in sé - magari facendone notare la dipendenza della moralità dai sistemi di azioni e senso in cui sono in maniera relativamente contingente inserite - richiamando all'onere della prova, dovendo sostenere che quella cosa è passibile di essere condannata perché produce di per sé effetti negativi e non il contrario: produce effetti negativi perché è cattiva. In modo da tentare di disinnescare il più possibile il meccanismo del puro/impuro. La dimostrazione dovrebbe provare che quell'elemento comporta necessariamente delle pratiche che implicano comportamenti universalmente condannabili o non auspicabili, in quanto i suoi elementi problematici e dannosi non sono confinabili, danneggiando tutti i sistemi d'azione in cui viene inserito: per esempio, qualcuno dovrebbe sostenere che la cartolarizzazione, non produce effetti negativi perché è negativa e immorale, impura di per sé ma perché inevitabilmente e sempre, almeno a condizioni accettabili, comporta incentivi forti a creare instabilità sistemiche con rischi enormi; oppure che il matrimonio omosessuale, "se pure mi piacerebbe che vi sia la possibilità che alcuni brave coppie gay si sposino in quanto so che il loro amore è sincero e costruttivo", però di per sé è inevitabile, almeno in certi contesti inferenziali di senso, che esso produrrà l'indebolimento dell'istituzione matrimoniale virtuosa procurando un danno per tutti molto più grave; e solo dimostrati questi effetti, mi tocca a posteriori sancirne a malincuore la negatività a livello sociale.
Questa strategia ad ogni modo, se pure indispensabile, non è sufficiente. E' evidente infatti che, proprio magari a causa di una grande unanimità scientifica, l'attribuzione di effetti negativi ad una cosa comporti la sua successiva stigmatizzazione e tenda a sancirne la negatività dimenticandosi della spiegazione. L'esempio della Douglas sull'igiene è emblematico: il bagno è stato messo fuori non per motivi simbolici ma per motivi igienici, col tempo però ci si dimentica della ragione concreta, spiegando la cosa con fattori esclusivamente simbolici di contaminazione, tanto che magari certe persone devono andare in quello e altre persone in altri bagni, magari in casa! Il meccanismo della simbolizzazione morale è insomma molto forte, facendo diventare sintomo ciò che agisce da causa, magari solo contingente.
Ora, se quindi abbiamo due spiegazioni interessanti di come le valutazioni contribuiscano a far esistere le pratiche sociali e definire il carattere delle cose e a determinarne magari i possibili effetti causali, permettendoci così di spiegare l'essere a partire dal dover essere in una maniera tale da permetterci anche il passaggio inverso dall'essere al dover essere, allora possiamo introdurci a quest'ultimo passaggio. La cosa importante è che ho scelto queste due teorie non certo perché queste siano le uniche. La più ovvia è infatti che il dover essere rifletti una preferenza soggettiva che mi fa agire in modo volontario e intenzionale di conseguenza. L'interesse per queste due sta invece nel fatto che esse ci consentono di leggere i fatti normativi come conseguenza del dover essere astratto, in una forma che non le descrive semplicemente come applicazione di una regola di principi morali astratti, ma in cui la cognizione morale crei quei fatti sociali delle norme particolari che formano caratteristiche morali della realtà, in maniera tale che ci consenta poi viceversa di passare dall'essere al dover'essere: comportamenti producono effetti negativi o positivi perché pensiamo che siano sbagliati o giusti, così che essi possiedono caratteristiche e riferimenti tali da giustificarne inferenze moralmente problematiche; oppure, con Honneth: certi comportamenti possono esistere in quanto pensiamo che siano giusti in quanto esemplificazioni parziali dei nostri valori di giustizia, per cui i valori ideali valgono nella misura in cui sono già effettivi e incorporati in prassi composte di fatti normativi, obblighi concreti. E in breve la forza morale dell'ideale funziona solo se e perché essa è dimostrata essere derivabile da norme effettivamente funzionanti e ispiranti l'agire concreto effettivo.
Possiamo a questo punto andare nel senso inverso, tentare, cioè, di descrivere com'è che nella società si sviluppi il dover essere dall'essere.
Essenzialmente, questo mi pare un argomento un po' più facile, sostanzialmente perché mi rifaccio ad un argomento piuttosto semplice. Una buona parte delle nostre norme e dei nostri ideali di giustizia, specie quelli connessi al concetto di rispetto, derivano dall'istituzionalizzazione di aspettative cognitive. Aspettative che in genere, una volta deluse dovrebbero portare ad un cambiamento nello schema delle aspettative del soggetto, ad un apprendimento. Ma se noi attribuiamo all'ordinamento concettuale di una cultura o di una persona la funzione di stabilizzare e categorizzare il mondo, ci si imbatte subito nella nozione di 'utilizzo corretto' del concetto, di una parola o di un significante in generale. L'utilizzo di concetti e significati stabili, condivisi ha la funzione di stabilire aspettative e identità. Per cui non si può violare le condizioni di identificazione di azioni e segni senza violare delle norme morali di rispetto e reciprocità.
Ciò è evidente se si pensa al fatto che fenomeni di stigmatizzazione e di biasimo vengono ritenute reazioni corrette anche nel caso di fenomeni di incompetenza culturale, proprio perché vi sono connesse attribuzioni di incompetenza ad essere un membro affidabile della società, un membro che saprà rispettare gli altri e le loro esigenze. Le persone che non diventano 'membri competenti della società' meritano un biasimo, e magari, quando la cosa è sistematica e irrimediabile, una qualche forma di esclusione e di assistenza specifica.
Ma per venire a una delle conclusioni importanti, possiamo dire questo: il percorso che va dal fattuale al normativo si fonda a mio parere sul fatto che il significato, nel senso di un concetto che astrae gli elementi intersoggettivamente rilevanti di un fenomeno al fine di poter costituire una pratica condivisa, serve a categorizzare e a identificare-riconoscere, così da istituire una regolarità nel rapporto col mondo. Per cui, proprio per questo, a sua volta, laddove il significato si riferisce a fenomeni che sono specificatamente sotto il controllo dell'uomo ('pensieri, parole, opere e omissioni'), occorre fare in modo che il mondo - in particolare ovviamente quello umano, cioè quella porzione di mondo da cui è possibile pretenderlo) debba aderire ai criteri di rilevanza che ne permettono l'identificazione e la condivisione, il riconoscimento necessario a selezionarne le inferenze pertinenti. Qui sta il carattere fondamentale del passaggio dal fattuale al normativo: nella pretesa di poter avere un mondo prevedibile e riconoscibile; e si colloca nella tensione interna al concetto tra i singoli eventi reali particolari e la sua possibilità di trattarlo, riconoscerlo e condividerlo in relazione al fatto che il mondo umano è un mondo sociale.
In breve: l'imperativo della categorizzazione comporta l'imperativo, anche morale, della categorizzabilità.
Ma la cosa interessante non è la riduzione delle norme al rispetto della regolarità, così che non esiste altra fonte di legittimazione che non sia il semplice rispetto di ciò che c'è. E' che in questa pretesa di regolarità, trovano innesto (non necessariamente origine e fondamento) anche le specifiche configurazioni del rispetto per i simboli delle virtù specifiche della società. Per questo è importante il collegamento con le teorie sopra dette della psicologia morale e della 'ricostruzione normativa' Honnethiana. Il rispetto di un simbolo esemplificativo di nessi importanti, magari empiricamente effettivi.
Quando uno viola una regola apparentemente non particolarmente connotata moralmente, manca (viene accusato della mancanza) essenzialmente della competenza di saper rispettare le gerarchie di valori condivisi, e le condizioni della vita associata comunemente intese: come ci si comporta, come si realizza una 'vera' interazione, una vera partita di calcio, come si parla correttamente ecc. Per questo motivo la teoria immanentistica del dover essere e delle virtù, sembra avere una priorità che si incarna nelle pratiche linguistiche e della costruzioni di significati e pratiche condivise. E da qui è derivabile l'importanza delle teorie di psicologia morale che risultano poi in dottrine come quelle di Mary Douglas, e della giustificazione morale in termini di reinterpretazione migliore di ciò che c'è.
La teoria dell'imperativo della categorizzabilità, insomma, non porta necessariamente alla sottoscrizione di una apologia del presente, ma riconosce le modalità di formazione del dover essere nell'immanenza: nell'apprendimento delle condizioni della correttezza del seguire una regola di identificabilità, si formano così le dimensioni cognitive e sociali della pretesa di giustizia più astratte e critiche, per il tramite delle tendenze a moralizzare le categorie e i nessi empirici.
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