Il nesso tra disoccupazione e inflazione è uno dei principali trade-off all'interno della teoria macroeconomica e sopratutto all'interno della pratica della politica economica.
Si tratta quindi di uno dei casi emblematici in cui esplorare le strutture sociali e le possibilità di criticarle e riformarle.
Purtroppo non posso qui esplorare quanto sarebbe necessario tutti presupposti teorici e ontologici che sarebbe interessante analizzare, nonché tutte le variazioni e precisazioni che negli ultimi decenni sono stati fatti nel dibattito economico, di cui non sono in grado di affrontare, in pochi mesi e in chiave hobbystica, i dettagli e le implicazioni. Cercherò quindi di evidenziare alcuni nessi sulla base in particolare della prospettiva della Modern Money Theory e delle proposte di Randall Wray e compagni.
Il discorso principale si basa sulle iniziali scoperte dell'economista neozelandese Alban W. Phillips, durante gli anni '50, che teorizza la famosa Curva di Phillips. Nel suo articolo del '58 'The Relation between Unemployment and rate of nominal wage...', egli raccoglie una ampia serie di dati storici sull'andamento nel Regno Unito tra disoccupazione e salari nominali, e con una dettagliata discussione ne sintetizza il risultato esponendolo nella famosa relazione tra i due fenomeni economici, secondo cui maggiore occupazione era associata strettamente a salari nominali più alti e viceversa.
Agganciandosi a questo studio, i due grandi economisti keynesiani Samuelson e Solow aggiungono che con il salario nominale si spiega gran parte dell'inflazione, e di qui derivano la correlazione inversa, il trade-off, tra occupazione e inflazione e che costituirà uno dei riferimenti fondamentali per la politica economica negli anni successivi, in particolare fino alla crisi stagflattiva degli anni '70, che ne inficia in parte le implicazioni di politica economica che fino ad allora se ne traevano.
In ogni caso, è importante ricordare che nonostante tutte le variazioni e precisazioni di cui è stata fatta oggetto negli ultimi decenni, la 'legge' di Phillips, rimane, seppur appunto in forma diversa, uno dei pilastri fondamentali delle politiche economiche di ispirazione neoclassica e mainstream, (cioè 'neoliberiste'), come è dimostrato ultimamente nel dibattito che si svolge nell'area dell'Euro. Stiamo parlando ovviamente del Tasso naturale di disoccupazione e del cosiddetto NAIRU, cioè il tasso di occupazione compatibile con un tasso di inflazione stabile (Non Accelarating Inflation Rate of Unemployment).
Quindi cosa dice la curva di Phillips, sulla quale si basa il consenso attorno al trade-off tra disoccupazione e inflazione? In sostanza che vi è un trade-off quando si scorge un conflitto, un principio di incompatibilità, fra due obiettivi che sono ritenuti diffusamente entrambi meritevoli di essere raggiunti, in questo caso quello fra un elevato tasso di occupazione, cioè una piena occupazione, e quello di una inflazione relativamente bassa o comunque stabile. Fritz Scharpf parla di due fattori principali che spiegano e influenzano la legittimazione della politica economica di un governo democratico: il tasso di occupazione e il tasso di inflazione, per cui sulla necessità e la capacità di coniugare questi due obiettivi si gioca il consenso popolare. Tanto per dire della effettiva importanza di queste due dinamiche sociali.
Alta occupazione porta ad elevata inflazione essenzialmente perché una tale situazione aumenta il potere contrattuale di chi è in cerca di lavoro, nonché di coloro che sono già al lavoro rispetto alla possibilità di chiedere aumenti salariali. In particolare, quando si arriva sulla soglia del tasso di produttività, ogni aumento salariale si trasforma in una spinta al rialzo dei prezzi e dei costi, innescando (ma a che punto?) una spirale inflazionistica, o comunque una instabilità dei prezzi.
Uno dei principali compiti dei responsabili economici è quindi quello di trovare un punto, una soglia in cui si possa ottenere un tasso di disoccupazione 'accettabile' e e una tasso di inflazione 'accettabile', così da combattere all'interno di questo trade-off cercando di collocarvisi al punto più alto possibile in termini di occupazione, senza inficiare la stabilità dei prezzi ad un livello socialmente 'saliente'.
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Da quanto abbiamo spiegato prima, possiamo notare come vi possono essere due focus dell'analisi e della critica. Da un lato il focalizzarsi sul livello salariale degli occupati e dall'altro sulla disponibilità di reddito dei disoccupati, cioè sul farli o meno diventare occupati.
Per cui, nella visione mainstream di mercati perfetti e completi, in cui i fattori produttivi, come il lavoro, che sono già occupati, si trovano già allocati più o meno al prezzo più alto possibile per quell'azienda di quel settore, perché altrimenti i lavoratori se ne sarebbero andati da un altro datore dello stesso lavoro, ogni spinta al rialzo dei redditi porterebbe o ad inflazione o a disoccupazione.
Si tende quindi a dare priorità al fatto che dal momento che i lavoratori occupati non possano richiedere di più, allora la questione si gioca sulla possibilità di rendere possibile assumere ad un salario di mercato, le persone disoccupate, facendo in modo che esse siano occupabili e disposte ad accettare un salario sufficientemente basso da non essere inflazionistico. La possibilità di non essere inflazionistico dipende quindi dal fatto di non porre un limite minimo al salario così da fare in modo che l'elevata occupazione non crei una pressione al rialzo rispetto all'ipotetico allineamento al tasso di produttività aggregato.
In questo contesto non c'è un vero e proprio spazio né per gli aumenti salariali né per un aumento dell'occupazione che non sia basato su prezzi di mercato basati sui rendimenti decrescenti, nell'ipotesi che quindi i lavori disponibili sono quelli a bassa produttività e bassissimi salari. Gli unici che possono non essere inflazionistici. Per questo motivo si può vedere come ogni ipotesi di reddito minimo, di sostegno all'occupazione che non provenga dal mercato, così come ogni rivendicazione di aumento salariale, siano esclusi dallo sguardo neoclassico se non in casi estremamente particolari.
Abbiamo insomma due fattori principali a cui si guarda: 1- che tutti i lavoratori già impiegati costituiscano già il limite della domanda soddisfabile dalle aziende coerentemente alla loro produttività, così che non sia possibile assumere altre persone se non adeguandosi al ribasso nella posizione corrispondente di produttività e salari (decisa dall'impresa principalmente, ma anche verificabile a posteriori nelle tendenze tra salari e produttività nazionali); 2 - che i lavoratori già occupati abbiano catturato già tutta la quota di salari messa a disposizione delle aziende a tal fine, così che ogni aumento salariale e ogni nuovo occupato vada ad erodere la quota dei profitti.
Di conseguenza acquista senso l'affermazione di Wray secondo cui nel paradigma politico-economico mainstream, si combatta l'inflazione a suon di disoccupazione, e quest'ultima diventa il principale strumento di lotta all'inflazione e al deficit estero. Ne abbiamo un esempio massimo nelle politiche economiche europee, in cui la lotta ai suddetti due fenomeni deve andare di pari passo a causa della condivisione della moneta, per cui differenziali anche lievi di inflazione si traducono in pochi anni in situazioni pericolose. Come spiegare altrimenti la tesi presentata dalla Commissione Europea secondo cui in Italia il tasso di disoccupazione naturale, cioè non inflazionistico, sia superiore al 10%?
E qui veniamo al secondo punto. Da un lato si suppone che il mercato sia tendenzialmente sul punto di allocare le risorse pagandole il più possibile in proporzione alla loro produttività, nonché che esse siano il più possibile impiegate. Le risorse o le paghi meno o restano inutilizzate. Di conseguenza ogni aumento di occupazione o di costo, di riduce in superamento della crescita della produttività e quindi in inflazione. Quindi il primo punto è la fede nel mercato e sui suoi aggiustamenti, con l'idea che ciò garantisca l'allineamento dei salari alla produttività.
Il secondo punto però è che come preferenza politica, la disoccupazione sia comunque più o meno sempre sacrificabile rispetto a qualche aumento dell'inflazione.
Come dice Wray, è vero che un programma di pieno impiego potrebbe essere un po' inflattivo, ma bisognerebbe considerare il pieno impiego non solamente un obiettivo tra gli altri e magari subordinato, ma come l'obiettivo primario da rendere raggiungibile in forme che non facciano diventare la dinamica dei prezzi eccessivamente alta e fuori controllo, nella consapevolezza che frustrare il diritto al lavoro dovrebbe essere considerato l'ultimissima opzione tra gli strumenti per stabilizzare il potere d'acquisto; prima della quale occorrerebbe fare riferimento a tutta una serie di possibili strumenti conosciuti. Come dice anche nel suo ultimo e fondamentale libro, "non ci sono prove evidenti che l'inflazione contrasti con la crescita fino ad un livello del 40% annuo"! Senza necessariamente arrivare a quel punto, è evidente che è a livello dell'analisi del discorso dominante che si instaura il conflitto. Emblematico a questo proposito l'ultimo libriccino di Vladimiro Giacché 'Costituzione italiana e Trattati europei', in cui il suddetto conflitto politico emerge con una chiarezza senza pari. Come dobbiamo intendere i due obiettivi? Nella linea che vede la lotta all'inflazione come prioritario e finanche unico obiettivo della politica monetaria il trade-off assume un valore talmente forte da rendere i due obiettivi del tutto incompatibili neanche nell'ottica del compromesso. Uscire dal mercato significa iso ipso rischiare l'inflazione; e ogni punto di inflazione sopra al 2% significa forzare il mercato e mettere a rischio la stabilità sociale ed economica.
- Qui si innesca la tesi della MMT riguardo ai Programmi di lavoro garantito e alle politiche di pieno impiego, lo stato occupatore di ultima istanza. Questa tesi ci consente infatti di dire che, come al solito, il nesso tra occupazione e inflazione non è necessario ma è contingente. Cioè la strettezza o meno del nesso causale dipende non dai caratteri intrinseci dell'aumento dell'occupazione, dal fatto che ad un tasso di disoccupazione che si avvicina al fisiologico 1-3%, segua inevitabilmente e necessariamente, a causa delle caratteristiche che definiscono e rendono riconoscibile il riferimento e l'utilizzo del concetto, un'inflazione crescente e pertanto destabilizzante, ma bensì dal contesto istituzionale che media e gestisce l'aumento dell'occupazione: sindacati, governi, associazioni imprenditoriali, banche centrali, capacità di aggregazione ecc. E quindi da quali modalità, per esempio, si riesce a rapportare l'aumento dei salari e della quota salari all'aumento della produttività.
Insomma, in cosa consiste in particolare la proposta?
Essenzialmente in questo: la pubblica amministrazione, nelle sue varie forme, può assumere tutte le persone che intendono lavorare in servizi pubblici, non in competizione con il mercato, per un salario di poco superiore alla soglia di povertà.
In questo modo, secondo Wray, oltre al contributo fondamentale che questa prospettiva offre al dibattito sul disaccoppiamento tra occupazione e crescita economica, si otterrebbe la piena occupazione, nel senso proprio che tutti quelli che desiderano lavorare per un basso salario non di povertà possono trovare un lavoro, in assenza di rischio inflazionistico.
Su cosa basa l'assenza di effetti inflazionistici? Principalmente sul fatto che l'assunzione 'dal basso', cioè al minimo salariale crea uno stimolo che un sistema economico potrebbe assorbire; e che ogni sistema economico dovrebbe essere reso capace di assorbire senza generare instabilità, diventando un criterio della progettazione del programma stesso e della politica industriale. Della serie: non dovrebbe succedere niente, proprio perché i salari sono bassi e lo stimolo alla domanda dovrebbe rafforzare la propensione a espandere l'offerta; ma anche se succedesse, il programma ci fornisce comunque uno strumento proprio per individuare dove stanno le strozzature dell'offerta e come orientare l'aumento del reddito mediante aumento degli occupati e la politica industriale, inclusi magari maggiori controlli su importazioni ed esportazioni. Wray rivendica inoltre un contributo anche stabilizzante, non solo non destabilizzante, a causa di un pavimento all'affermazione di redditi inferiori alla soglia di povertà.
A questo proposito è necessario anche accennare alla struttura economica e alle 'riforme strutturali'. Come si desume da un grafico riportato da Stephanie Kelton, negli ultimi decenni il trade-off apparirebbe ridursi fino quasi ad annullarsi, proprio a causa delle riforme strutturali che hanno mirato appunto a 'modificare' le strutture sociali dell'economia: l'elevata occupazione non genera più aumento dei salari e dei prezzi, semplicemente perché è aumentata enormemente la dispersione nella parte bassa della distribuzione, nonché in generale: appunto aumentano i poveri per cui non si genera inflazione perché la presenza di lavori poveri non aumentano il potere contrattuale dei ben pagati, e semmai lo abbassano, finendo per aumentare di pochissimo la domanda aggregata, finanche di diminuirla rispetto alla produttività.
Una delle sfide del JG è quindi quella di riuscire a ben differenziarsi da questo processo di dualizzazione del mercato del lavoro e di polarizzazione dei redditi (e infatti Wray, Tcherneva e tutti gli altri MMTers insistono molto sulla disuguaglianza anche in alto) Ma dopotutto e oltre a questo basterebbe valutare il modo di rilevare lo stato di disoccupazione! Se infatti si considerano i sottoccupati, si scopre che la curva rimane intatta, per cui ci sono pochi disoccupati ma tanti sotto-occupati, così che l'effetto di moderazione salariale rimane.
La sfida quindi rimane: come dimostrare che lo schema JB confuta davvero la curva di Phillips, e il connesso trade-off? Si dovrebbe dimostrare che diversamente dalle 'riforme strutturali', cioè dalla flessibilizzazione e riduzione salariale che ha portato alla novità dei lavoratori poveri, questo non porterebbe ad una situazione analoga. I programmi JG dovrebbero essere finalizzati a rafforzare la domanda, contrastare la povertà anche lavorativa, e aumentare il potere contrattuale dei lavoratori. Ma come fa questo poi a non generare inflazione? Qui si arriva alla variabile interveniente che mi pare fondamentale. La possibilità che questo strumento di allocazione lavorativa renda più semplice ed efficace la coordinazione delle rivendicazioni salariali fino al massimo dell'indicizzazione alla produttività più l'inflazione attesa. I salari minimi del JG dovrebbero essere indicizzati a questa cifra, così da fornire un vero pavimento di reddito dignitoso, cioè sopra la soglia di povertà (diciamo di un 10-20% sopra?) e indipendentemente dagli orari di lavoro che il settore pubblico riesce a offrire; secondo, oltre a garantire questo solido pavimento in basso, ciò dovrebbe rafforzare il potere negoziale dei lavoratori impiegati, ma questo rafforzamento, se e quando c'è, dovrebbe poi essere in qualche misura moderato nel momento in cui si raggiungesse la soglia dell'aumento della produttività e dell'inflazione attesa, apposta per evitare aspettative di aumento dei prezzi. Secondo Wray il JG impedisce le pressioni inflazionistiche in quanto funziona in parte come deterrente, come 'esercito industriale di riserva' - in parte simile come le riforme strutturali - i datori di lavoro potranno avere rimorsi in meno a licenziare. Sarebbe quindi importante che anche il mark-up rispetto al reddito di base fosse indicizzato. Facilità in generale l'indicizzazione? Forse si, in quanto fornisce elementi di prevedibilità all'andamento dell'occupazione e dei redditi e della domanda aggregata. Però il vecchio ruolo di sindacati forti e potenti rimane come negli anni '70, che soli riuscivano a garantire questa coordinazione dei redditi collettivi. Quindi indipendentemente dal JG.
Oltre a questo, abbiamo notato prima l'importanza del tasso di cambio: un cambio flessibile capace di far svalutare la moneta di più o meno lo stesso tasso percentuale del divario di inflazione annuale rispetto ai concorrenti, accumulato a causa del programma di pieno impiego, fornisce appunto uno spazio di manovra maggiore rispetto ad un tasso di cambio fisso, in cui gli aumenti di reddito si riflettono direttamente in deficit esteri.
La proposta politica del Job Guarantee ha anche altri aspetti di interesse, nonché di criticità, e spero prossimamente di avere tempo di tradurre e di mettere sul blog alcuni estratti del libro in cui se ne parla...
Un piccolo calcolo di precisazione:
RispondiEliminain Italia ci sono 3,2 milioni di disoccupati, e sto parlando di quelli ufficiali che non contano le persone significativamente sottoccupate.
Il calcolo Istat della soglia di povertà assoluta per il centro Italia di una persona singola, è di 783 euro!! - e non ti chiede se hai una casa di proprietà oppure no!
Per cui, ipotizzando che di quei 3 milioni, 2 milioni siano quelli che volontariamente decidano di partecipare al programma JG, e che 780 euro sia lo stipendio netto offerto dal programma, questo costerebbe 9396 euro annuali per ognuno, cioè 18, 900 miliardi di euro, quasi 19 miliardi di euro.
Ciò equivarrebbe a poco più dell'1% del Pil!!!!
Bisogna dire che la soglia di povertà assoluta varia molto tra le zone di Italia, e va da i 530 euro di un piccolo comune del sud, agli 805 euro in un grande comune del nord.
RispondiElimina- E' curioso poi notare che la soglia di povertà relativa in Italia è più bassa di quella assoluta (cosa che non sapevo proprio) ed è di 583 euro per una persona singola.
In Italia sarebbe ovviamente più importante spingere molto l'intervento nel meridione.
C'è inoltre la questione fondamentale di come queste cifre si rapportano al salario orario:
A mio avviso, sempre per motivi di stimolare un rialzo dei salari, il salario minimo, in quanto agganciato alla soglia di povertà, non dovrebbe superare le 30 o 36 ore di lavoro alla settimana. Per cui contando 35 ore, e 140 al mese, verrebbero 5,57 euro all'ora.
Salario che dovrebbe essere indicizzato alla produttività e all'inflazione attesa. -- come abbiamo visto nel commento precedente, l'1% del Pil solo in un contesto disfunzionale può essere insostenibile finanziariamente