lunedì 2 maggio 2016

Breve nota su lavoro, cooperative e occupazione. (Piccolo esempio su Mondeggi)

Mi veniva in mente, pensando a un commento di un mio amico, e alla riflessione sulla curva di Phillips che si faceva nel post precedente, anche un'altra serie di riflessioni fatte da Randall Wray da un lato e dall'economista Bruno Jossa sul ruolo delle cooperative per le politiche di lavoro garantito e per la regolazione dell'inflazione.
Per Wray le aziende cooperative possono essere uno strumento essenziale, utilizzato per esempio in Argentina, per l'attuazione del programma di JG; mentre per Jossa l'occupazione mediante cooperative costituisce una modalità di raggiungimento del pieno impiego la quale, anch'essa, destruttura la correlazione della curva di Phillips tra pieno impiego e aumento dell'inflazione.
Al di là di questa cosa sull'inflazione, secondo cui le cooperative eliminano il conflitto di classe eliminando il conflitto distributivo interno all'azienda e allineando i redditi automaticamente alla produttività, mi interessava la relazione tra ruolo dello stato, con il programma JG e cooperative, prendendo ad esempio il caso di 'Mondeggi-fattoria senza padroni'.
Questo perché una polemica che ha preso forma recentemente riguardo all'esperienza di Mondeggi (un grande complesso agricolo di proprietà della Provincia di Firenze che a seguito di gestioni private fallimentari è stato abbandonato, e che, rischiando la svendita è stato occupato da un gruppo di attivisti e studenti di agraria che ne stanno facendo un servizio agricolo per la comunità della zona, e non solo), consiste nell'accusa di concorrenza sleale nei confronti degli altri piccoli produttori agricoli della zona che devono spendere larga parte del tempo, dei soldi e dell'energia per sottostare alle regole e normative sanitarie, di sicurezza, alimentari ecc. Non voglio entrare nella questione della legittimità e bontà delle norme.
Dico solo che, probabilmente, l'inserimento di un gruppo come quello di Mondeggi e la sua trasformazione in una cooperativa che abbia l'obiettivo quello di dare lavoro, gestire un bene comune come quello dei 200 ettari di campi e bosco che lo compongono fornendo dei servizi anche materiali per la comunità (verde pubblico, corsi di giardinaggio, agricoltura, orti sociali, cibo di qualità a prezzi modici ecc.) all'interno di un programma di JG, aiuterebbe a pretendere  il rispetto delle norme di sicurezza e sanità, se si ritengono veramente indispensabili  (cosa su cui si può comunque effettivamente un po' discutere, visto che a mio conoscenza nessuno ha mai avuto problemi col mangiare cose di Mondeggi), e magari quello di orientare i servizi offerti in direzione di beni che non facciano concorrenza ai produttori privati.
In base alle cifre che dicevo nei commenti al post precedente, un reddito minimo per il JG dovrebbe andare tra i 550 euro della soglia di povertà relativa ai 780 (per il centro Italia) di quella di povertà assoluta - io ovviamente sono per la seconda! questi soldi fornirebbero il reddito da distribuire ai lavoratori della cooperativa, che ha in concessione la gestione del bene ambientale, e dei quali magari una certa percentuale dovrebbe essere reinserita a disposizione della cooperativa per gli investimenti e miglioramenti vari. I servizi offerti sarebbero in parte a pagamento, dato che lo stato non dovrebbe intervenire con ulteriori spese per la gestione del complesso. Cioè, sarebbe tutto come ora, soltanto che le persone sarebbero stipendiate, così da avere l'incentivo economico a soddisfare le normative, nel senso che non ci rimetterebbero, e in ogni caso potrebbero dedicarsi ad attività non in concorrenza diretta con gli altri produttori privati, e di carattere più pubblico.
Chiaramente nel caso di Mondeggi ci sarebbero altre questioni. che forma dare alle collaborazioni occasionali da parte della cittadinanza varia, e come gestire il va e vieni di persone che collaborano per periodi di tempo vari; nonché la vendita di beni agricoli che andrebbero comunque prodotti al fine di utilizzare e mantenere la struttura agro-ecologica del complesso: olio e vino su tutti, ma anche miele, marmellate, legname, frutta e verdura. Oltre a questo si pone un problema grande di incentivi a lavorare effettivamente qualora non vi lavorino più solo i primi appassionati al progetto, nonché le persone che hanno fatto di Mondeggi una struttura che è anche anti-statale, cioè una proprietà collettiva dei primi arrivati di fatto. Insomma, le persone lavorerebbero e farebbero un buon impiego delle risorse del posto una volta che avessero comunque lo stipendio e nessuno le controllasse?
Nel caso specifico di Mondeggi, poi, la questione della formalizzazione e della collaborazione con l'amministrazione pubblica porrebbero insomma dei problemi.
Nono occorre ovviamente prendere questo a caso di esempio guida. questo però ci consente di evidenziare tutta una serie di questioni: la proprietà del bene (del pubblico, della cittadinanza?), degli incentivi, dei controlli, della concorrenza, e da ultimo, dato che siamo partiti dall'inflazione, il fatto che questi stipendi sarebbero sganciati dall'andamento della produttività aziendale e sarebbero legati, mediante lo stato alla produttività e inflazione nazionale.

5 commenti:

  1. (Commento di Niccolò Darrelli)
    Il discorso mi sembra abbia due direttrici, quello del reddito di cittadinanza e quello della competizione equa tra i produttori della zona. Volevo provare a suggerire un modo leggermente diverso di collegare le due cose. Anziché partire dal presupposto del reddito di cittadinanza, che non sembra né molto nell'orizzonte politico né molto auspicabile (in questa conferenza, https://www.youtube.com/watch?v=dK1kr4hy41M , al minuto 43 Luciano Barra Caracciolo sembra aver detto la parola definitiva nel modo più chiaro), come la vedresti una sostituzione del reddito di cittadinanza con una "politica di moneta complementare" guidata dai comuni più direttamente coinvolti, cioè Bagno a Ripoli, Impruneta, San Casciano, Greve in Chianti? Tanto più che sono tutti comuni abbastanza aperti. Cioè ha senso secondo te una sorta di mini New Deal finanziato con moneta complementare o è una cosa abbastanza estranea all'istituto di una tale moneta? Potrebbe essere usata per far lavorare sia le aziende della zona, sia potrebbe far transitare la cooperativa semi-illegale di Mondeggi in una situazione di legalità, e questo transito potrebbe essere addirittura finanziato con moneta locale, no? Con l'obbligo di essere spesa – un po' come dice Nino Galloni a proposito dei certificati che giravano in Grecia nella primavera scorsa – o nelle aziende locali o addirittura in servizi e piccole opere nella zona. Cioè non ho capito come potrebbe essere gestito un bell'ammontare di iniezione di moneta locale in un circuito, tale da non riguardare solo aziende fra loro ma anche servizi e piccole opere (ad esempio il notaio che si occuperebbe della legalizzazione completa di Mondeggi e l'Asl per la sua messa a norma – ché in effetti in per certi versi c'hanno ragione gli altri produttori a lamentarsi del trattamento ineguale). (Poi ad esempio capisco che il benzinaio non accetterebbe tale moneta, perché quei soldi sono direttamente collegati col circuito internazionale e le monete complementari per principio non possono essere convertite con l'euro – questo rende la moneta complementare utile ma anche poco invitante).
    Perché secondo te non c'è iniziativa sul fronte delle monete locali se sembrano essere così decisive per l'economia? Io suppongo più che altro per la paura di non essere abbastanza competenti nell'organizzarla e nel gestirla, e per via del fatto che quelli competenti sono veramente pochissimi in Italia. E sarebbero davvero così decisive? Che limiti hanno nel far fronte alla crisi economica? Nino Galloni sembra che da parecchio tempo cerchi di stimolare, di invogliare il mercato locale autogestito, ma non mi sembra che abbia molto séguito, forse perché molti temono che una volta creato nel giro di pochi mesi le persone non abbiano più l'energia per portarlo avanti.

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    1. Ciao Niccolò,
      Allora. Diciamo intanto che sto traducendo il capitolo del libro di Wray in cui parla meglio della proposta dei piani di lavoro. E da lì si capiscono un po' di cose.
      La prima cosa da dire è che l'idea di Wray non ha niente a che vedere con il reddito di cittadinanza, su cui lui anzi ironizza pesantemente, e secondo me non sempre a ragione (ho visto recentemente un bellissimo video intervento di Alberto Majocchi sul futuro del lavoro in cui accenna in modo stimolante a questa faccenda), e oltre a questo ci sono i bei libri recenti, che ancora devo leggere in modo approfondito di Elena Granaglia e di Richard Atkinson che spiegano bene le posizioni.
      Ad ogni modo, la questione della moneta complementare va inquadrata secondo me in questo contesto: sarebbe preferibile che un piano di lavoro (come forma specifica di politica espansiva, ma su questo torneremo) fosse finanziato con moneta nazionale, e quindi garantita dalla fiscalità nazionale, oppure emessa, sempre su base fiscale, dalle amministrazioni locali; oppure nel modo di Nantes proposto da Amato e Fantacci, non in forma di certificati fiscali, ma solo di rapporti di compravendita tra aziende, a cui lo stato partecipa ma solo a posteriori, senza emettere una sua moneta ma utilizzando le passività della banca pubblica che lui gestisce ma non garantisce?
      Queste sono le tre varianti principali. Secondo Wray la politica espansiva non avrebbe bisogno di monete complementari, ma il decentramento dei progetti occupazionali sarebbe tranquillamente compatibile con una moneta emessa dalla banca centrale e garantita dal ministero del tesoro, (oppure emessa dal Tesoro e garantita dalle tasse come nel caso delle proposte di Theret, Ziborghi e Cattaneo e altri). In questo caso, l'esempio di Mondeggi non sarebbe un reddito di cittadinanza ma un reddito in cambio di lavoro. Per questo il caso di mondeggi sarebbe ideologicamente e politicamente problematico: loro sono già lì, e hanno un approccio molto diverso! questa cosa andava magari fatta prima, in cui l'amministrazione comunale dice: bene, per dare lavoro fondiamo la cooperativa di mondeggi in cui si fanno sevizi ambientali e alla cittadinanza; lo stipendio è tot, chi vuole venire?
      L'aggiunta di una moneta nuova pone dei problemi di opportunità di utilizzo di questa moneta. Ma le varianti e i modi di fare un circuito sufficientemente ampio e solido, sono diversi e variano a seconda della modalità con cui emetti e garantisci la moneta, e non possiamo approfondirle qui. Magari in altri commenti....

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    2. Oppure, se i mondeggini volessero e se ci fosse veramente un progetto di piani di lavoro garantito, loro potrebbero organizzarsi in una cooperativa, di lavoro o di servizi, e dire: noi facciamo un progetto di gestire per dieci o vent'anni questo posto del comune assumendo 50 persone, e questo progetto lo proponiamo al Programma di lavoro. Se viene accettato, (possiamo ipotizzare anche un budget a livello di ogni comune) lo stato paga 50 stipendi, in cambio del controllo sulla realizzazione effettiva di una certa serie di cose: tutela ambientale, ripristino agricolo, corsi e servizi alla comunità, socializzazione agricolo-ambientale ai bambini ecc... e in cambio di un rispetto di una serie di norme, facilitate dal fatto che c'è uno stipendio che minimizzerebbe il rischio di perdere soldi. Poi c'è infatti la questione del fare o meno concorrenza agli altri produttori agricoli, si dovrebbe stabilire che anche loro vendono le verdure e le altre cose al "prezzo di mercato", senza usufruire del fatto che hanno già uno stipendio e che quindi potrebbero vendere a gratis. Per questo magari lo stipendio potrebbe essere più basso, così che una parte va guadagnata sul mercato...
      Mi dirai, "ma che è questa storia del budget limitato? Con una moneta locale il comune potrebbe non porsi troppo questo problema". Ipotizziamo che sia il comune di Bagno a Ripoli che paga questi stipendi. Mettiamo che li paghi emettendo una moneta locale nuova, non denominata in euro, ma che lui accetta in pagamento delle tasse e altre obbligazioni (multe, carte di identità ecc.) Il fatto è che poi questa moneta verrebbe accettata solo entro il comune, cioè dagli esercenti che devono tasse a quel comune. Si può tranquillamente dire che molti dei bisogni delle persone di Mondeggi possono essere soddisfatti entro il comune: vestiti, cibo, oggetti per la casa, attrezzi da lavoro. Si potrebbe anche pensare di dare metà stipendio in moneta locale e metà in euro,magari quella parte che supera un ipotetico budget...
      Un rischio è se queste monete aggiuntive venissero emesse su larga scala da tanti comuni in tutta Italia.Siamo sicuri che siano nel tempo capaci di sostenere la produzione? Poi una volta soddisfatti alcuni bisogni ci sarebbero delle pressioni per cambiarle in altre monete locali, ci sarebbe un mercato dei cambi interno all'italia.. Dovrebbe essere ben gestito con delle camere di compensazione tra comuni o regioni. Sarebbe veramente un casino farlo bene.
      Ma secondo me una certa misura potrebbe essere sicuramente fatta. Ci vorrebbe la certezza di un certo pubblico che la accetta, un lavoro di coinvolgimento della popolazione in questo progetto.. Ma solo temporaneo o permanente... non lo so, mi sembra un po'una complicazione a volte un po' inutile - o meglio, magari utile in questo delirio monetario...

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    3. da Niccolo` Darrelli
      Sì, in generale hai risposto ai miei dubbi - ma sarei soddisfatto solo se vedessi un progetto di implementazione fra i comuni :-D magari si fa!

      Sì, poi forse per come si concepisce il progetto di Mondeggi non penso che accetterebbero granché di essere inglobati in un circuito legale e monetario, in particolare se questo venisse preso del tutto in mano al comune in termini economici: rischia - così rientriamo anche di più nel tema del blog - di essere bollato come un tentativo da parte dello "Stato" di impossessarsi di un progetto "autogestito", rischiando di togliergli quei caratteri "movimentisti" dai quali è difficilmente scindibile agli occhi dei creatori e dei partecipanti.
      Io mi ispiravo all'idea di Zibordi e Cattaneo, però mi era venuto in mente che nel caso di comuni piccoli 1-sembrava più verosimile una interazione con i cittadini rispetto al ministero del tesoro, 2- il comune non avrebbe il potere, mi sembra, di emettere certificati fiscali, 3, una moneta complementare invece sì, dunque 4, il comune potrebbe prendere in mano una politica espansiva fatta di moneta complementare in interazione con i cittadini (i passi un po' impliciti dell'argomentazione erano questi).
      Riguardo al punto (1) a livelli paragonabili a quelli del Tesoro mi sembra che ci sia abbastanza indifferenza riguardo alle inziative locali, per questo, se c'è urgenza, o si va a reclamare violentemente sotto montecitorio, o ci si organizza dal basso in indipendenza.
      Riguardo al punto (2) nel libro pubblicato da micromega sui ccf si fa l'esempio della Sicilia, ma si dice lì che la Sicilia è una zona avvantaggiata dal punto di vista giuridico-istituzionale perché in quanto regione con statuto speciale è fornita di un potere maggiore in termini di fiscalità, ma questo mi sembra non sarebbe analogo per i comuni.
      Però davvero non so: forse i comuni, gestendo di fatto una parte della fiscalità possono coprire quella con CCF comunali (intercomunali però in questo caso no, anche a questo proposito emergerebbero alcuni dei problemi cui accenni te).
      Vedi, è emersa quella ambiguità che mi dava perplessità: dei CCF comunali potrebbero avere una circolazione e una scambiabilità con l'euro superiore, cioè non sarebbero una vera moneta complementare, ma un'iniezione di moneta fiscale connessa con lo stato e quindi con l'euro, col quale interagisce, invece la moneta complementare possiede un circuito impermeabile, del tutto autonomo, che ha i suoi vantaggi ma anche i suoi limiti in termini di uscita dall'euro a causa della sua non estendibilità. Boh, ma forse sono un po' confuso.
      Penso a quello che di concreto dei cittadini potrebbero fare per far fronte all'urgenza della situazione con espedienti pratici realmente efficaci e istituzionalizzabili.

      Cioè semplicemente vorrei capire meglio come funzionano le monete complementari: se qualcuno deve partire con un debito, questo non potrebbe essere il comune o una sorta di banca centrale dipendente in questo caso non da un solo comune ma da tre o quattro, che stampa certificati di credito fiscale, ma che funzionano come una moneta complementare. Si noti che una zona come la parte sud di firenze, o volendo comprendere anche firenze e fiesole e scandicci, è largamente autonoma tranne che per materie prime o grandi e rare attrezzature - sarebbe veramente interessante un progetto di questo tipo. Ci sono tante cosette che non ho capito sulle monete complementari tipo Nantes. Poi ti ripropongo una domanda che avevo posto all'inizio: un caso come quello di Nantes ha davvero "protetto Nantes dalla crisi"?
      vabbè, tante questioni e principalmente legate alla contingenza della progettazione specifica.. se hai qualche altro consiglio di lettura!:-))

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  2. Il punto principale dell'idea di Amato e Fantacci, che consiste nella loro proposta per Nantes che però non ha trovato seguito, vicenda che gli ha convinti a lasciare il coinvolgimento nel progetto,è che per loro la moneta complementare non si pone proprio come strumento di politica espansiva, ma come un modo per emettere la moneta in modo tale che tutte le aziende che effettivamente hanno la capacità di rimanere sul mercato possano trovare tutta la moneta per gli scambi che gli serve alla loro attività sostenibile. Questo ha l'effetto di aumentare il circuito economico per vari motivi, principalmente il potenziamento della rete dei partecipanti locali e l'abbassamento dei costi di finanziamento (interessi e commissioni), oltre all'effetto marketing, ma tantissimo dipende dalla selezione delle aziende all'ingresso. In questo circuito nessun partecipante, fosse anche l'amministrazione locale, può avere una persistente posizione di debito, per cui l'indebitamento del Comune non può avere la funzione di emissione di moneta. Si tratta quindi di un circuito di scambi che non subisce ciclicità e che per questo migliora e stabilizza gli scambi, facendo aumentare l'impiego delle risorse produttive. In teoria in realtà potrebbe farlo: il Comune potrebbe approfittare della sua posizione, magari grazie all'aumento delle entrate fiscali grazie all'aumento degli scambi e alla liberazione di soldi per garantire il proprio indebitamento coprendolo con riserve di moneta esterna-ufficiale. Dipende anche da come è organizzata la proprietà e la garanzia: la passività della banca pubblica che gestisce il circuito è una passività della banca o del Comune? Diciamo che si tratterebbe di una ricostruzione in miniatura del sistema Fiat che Amato e Fantacci criticano in quanto potenzialmente troppo esogeno rispetto alle reali dinamiche degli scambi. Ma forse inserendo il lavoro pubblico nella misura giusta, dando, come dicevano loro tipo il 30% di reddito in moneta complementare, e se questo funzionasse davvero in termini di sostegno economico abbastanza localizzato, anche questo ruolo espansivo secondo me sarebbe parecchio fattibile. Però forse questi comuni che hai detto sono troppo pochi.. si deve pensare a tutte le forniture dei negozi e delle aziende... Ma infatti una delle condizioni fondamentali del circuito è che le aziende mettono solo una parte dei loro scambi nel circuito complementare.
    Uno degli esempi migliori è Sardex comunque, che ha effettivamente aiutato l'economia, anche se è ancora troppo piccolo, ma c'era l'idea di includere una o più amministrazoni locali, non so come è finita. Ma su Sardex non è stato fatto praticamente niente di studi seri. Oltre ovviamente a Wir e altri più piccoli

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