giovedì 2 giugno 2016

Randall Wray - Una politica per il pieno impiego e la stabilità dei prezzi

(Ecco che finalmente mi sono deciso di tentare questa traduzione del capitolo del libro di Wray sulle proposte di programmi di Job Guarantee/Employment of Last Resort JG/ELR. Questo capitolo mi sembra la migliore introduzione generale, breve e complessiva, anche se non entra troppo in alcuni dettagli importanti come fanno invece altri articoli più specifici di altri Mmters. Per questo una possibile breve traduzione e pubblicazione in italiano sarebbe un po' complicata, ma chissà che magari qualcosa non si riesca a fare - La traduzione è poi diventata 'ufficiale' per cui è molto buona, ma ovviamente farla bene direttamente sul blog era un po' palloso, e quindi il copia e incolla che ho messo alla fine ha tutti i difetti di questa piattaforma blog...)
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CAP. 8   UNA POLITICA PER IL PIENO IMPIEGO E LA STABILITA' DEI PREZZI


In questo capitolo esamineremo una politica capace di promuovere la piena occupazione in presenza di stabilità dei prezzi. Molti economisti pensano che la piena occupazione e la stabilità dei prezzi siano fra loro incompatibili, e, di fatto, la disoccupazione viene vista come uno strumento da utilizzare per promuovere la stabilità dei prezzi. In questo capitolo esamineremo per primo l'approccio della MMT alla piena occupazione. Si sosterrà che è possibile ottenere la piena occupazione in una maniera tale da aumentare in realtà la stabilità dei prezzi. Nel prossimo capitolo esamineremo i fenomeni dell'inflazione e dell'iperinflazione. Molti dei critici della MMT affermano che se si seguissero i principi della MMT (in particolare quelli che derivano dall'approccio della finanza funzionale di Lerner) il risultato sarebbe quello di un'inflazione galoppante. Dissiperemo queste paure.


1. La Finanza funzionale e la piena occupazione

Uno stato che emette la propria valuta può sempre permettersi di assumere forza lavoro disoccupata. Il raggiungimento della piena occupazione, tuttavia,  potrebbe influenzare i tassi di inflazione e i tassi di cambio. Vi possono, inoltre, essere differenti modi di ottenere il pieno impiego, dal pompare nuova spesa pubblica (in cui il governo spende per spingere la domanda complessiva) all'assunzione diretta da parte dello stato.
In anni recenti, un certo numero di economisti è ritornato all'ipotesi di un programma statale che operi in funzione di 'Occupatore di ultima istanza' (Employer of Last Resort, ELR), e che è stato chiamato anche di 'Garanzia di lavoro' (Job Guarantee, JG). Questo programma venne proposto durante gli anni '30 come controparte delle operazioni della banca centrale come 'prestatore di ultima istanza'. Proprio come la politica monetaria della banca centrale avrebbe compreso la fornitura di prestiti di riserve a qualsiasi banca che non fosse riuscita ad ottenerli in altri modi, la politica fiscale del tesoro avrebbe incluso la fornitura di posti di lavoro ai lavoratori che non riuscivano a trovarli. In questa sezione esamineremo una versione della proposta di JG/ELR. Questa versione è coerente con l'approccio di finanza funzionale di Lerner, ma contribuisce anche ad affrontare il problema della possibile inflazione di cui egli si preoccupava.
In effetti, vedremo che un programma di JG agisce effettivamente come un potente stabilizzatore macroeconomico, raggiungendo la piena occupazione (come l'abbiamo definita), aumentando al contempo la stabilità dei prezzi. Il punto chiave è che il programma di JG fornisce un'ancora di prezzo proprio nel fatto di fornire dei posti di lavoro a chiunque sia disposto a lavorare al salario e ai benefit previsti dal programma. Dovendo essere concisi forniremo però una lista di letture che forniscono maggiori dettagli. Sarebbe facile scrivere un intero libro sul programma, ma potremo dedicarli solo un po' di pagine qui in questo capitolo. I sostenitori di un programma universalistico di lavoro finanziato dal governo federale, sostengono che non esiste nessun altro modo per assicurare che chiunque voglia lavorare riesca effettivamente a trovare un lavoro. (I programmi keynesiani di stimolo alla domanda attraverso l'aumento della spesa possono raggiungere temporaneamente la piena occupazione, ma non possono garantire un pieno impiego continuo dal momento che destabilizzano l'economia, generando pressioni inflazionistiche e bolle insostenibili.)

Il disegno del programma
Un programma garantito di JG o di Occupatore di ultima istanza è una politica in cui il governo promette di creare un posto di lavoro disponibile a qualunque persona che sia disposta e pronta a lavorare. Il governo nazionale fornisce dei fondi destinati ad un programma universalistico che offrirebbe un salario orario uniforme unito ad un pacchetto di benefit (previdenza e/o altro) (Wray 1998; Burgess e Mitchell 1998). Il programma potrebbe fornire lavoro part-time o lavoro stagionale, nonché altre condizioni di lavoro flessibile desiderate. Il pacchetto di servizi andrebbe ad essere soggetto all'approvazione de Congresso, ma potrebbe comprendere assistenza sanitaria, cura per i figli, pensione di anzianità o sicurezza sociale, oltre ai tradizionali giorni di ferie e di malattia. Lo stipendio verrebbe stabilito dal governo e fissato finché il governo non approvi un tasso di incremento, proprio come viene solitamente legiferato per il livello del minimo salariale.
Il vantaggio di un salario di base uniforme è che ciò limiterebbe la competizione con gli altri lavoratori poiché i lavoratori potrebbero essere attratti fuori dal programma offrendo loro una paga appena superiore al salario del programma. In questo modo il salario del programma diventerebbe il salario di base - un pavimento sotto il quale i salari non possono scendere. Si tratterebbe di un salario minimo effettivo, dal momento che chiunque fosse disposto e pronto a lavorare potrebbe guadagnare quello stipendio accettando un lavoro all'interno del programma. In assenza di una vera piena occupazione, il salario minimo reale è sempre zero, poiché quelli che non riescono a trovare un lavoro non possono ricevere il salario minimo di legge.

Vantaggi del programma
I benefici comprendono la riduzione della povertà, il miglioramento di molti disagi connessi alla disoccupazione cronica (problemi di salute, abusi familiari, rotture di relazioni, abuso di droghe e crimini), e l'aumento delle competenze dovuto all'esperienza sul lavoro. Forstater (1999) ha enfatizzato l'aspetto di come un programma di questo tipo può essere utilizzato al fine di aumentare la flessibilità economica e di migliorare l'ambiente. E dal momento che i dipendenti avrebbero l'opzione di spostarsi all'interno del programma, esso migliorerebbe le condizioni di lavoro nel settore privato. Perciò i datori di lavoro del settore privato dovrebbero offrire un salario, un pacchetto di benefit e delle condizioni lavorative buone almeno quanto quelle offerte dal programma. Il settore informale declinerebbe dato che i lavoratori verrebbero integrati nell'occupazione formale, guadagnando l'accesso alla protezione offerta dalle leggi sul lavoro. Vi sarebbe anche una qualche riduzione della discriminazione razziale e di genere, poiché i lavoratori trattati in modo iniquo avrebbero l'opzione del JG; sebbene il programma da solo non possa di per sé porre fine alla discriminazione. E' stato comunque da tempo riconosciuto che la piena occupazione è uno strumento importante nella lotta per l'uguaglianza (Darity 1999).
Infine, alcuni sostenitori sottolineano che un programma con un salario di base uniforme, aiuta anche a promuovere la stabilità economica e dei prezzi. Il programma JG/ELR agirà infatti come uno stabilizzatore automatico, in cui l'occupazione nel programma aumenta nei momenti di recessione e diminuisce nelle fasi di espansione economica, contrastando le fluttuazioni dell'occupazione nel settore privato. Il budget del governo federale diventerà maggiormente anti-ciclico poiché la sua spesa nel programma crescerà durante una recessione e diminuirà in fase di espansione.
Inoltre, il salario di base uniforme ridurrà sia le pressioni inflazionistiche in fase di boom che le pressioni deflazionistiche in fase di crisi. Durante i boom, i datori di lavoro privati possono reclutare dal bacino di lavoratori del programma, pagando un sovrappiù rispetto al salario del programma. Il bacino di lavoratori agisce da 'esercito di riserva' di occupati, diminuendo le pressioni al rialzo dei salari quando cresce l'occupazione privata. In recessione, i lavoratori licenziati dai datori di lavoro possono lavorare al salario del JG, il quale stabilisce un pavimento al calo dei salari e dei redditi. Esploreremo alcuni dettagli nelle sezioni successive.

La questione della stabilità macroeconomica
Come detto in precedenza, il programma stabilirebbe un pacchetto di compenso di base fisso (ma periodicamente aggiustato). Questo assicura che il salario JG non spinga i salari privati in una spirale competitiva. Uno stipendio di questo tipo stabilirebbe soltanto una soglia sotto la quale i salari del settore privato non possono scendere; in questo modo esso opera come i prezzi base per le derrate agricole, che non causano aumenti dei prezzi ma impediscono soltanto che scendano oltre un certo punto. Di fatto, un programma JG disegnato lungo queste linee può essere analizzato come un programma di 'acquisto scorte', che opera in modo molto simile al programma australiano per stabilizzare il prezzo della lana (un sostenitore australiano del JG, William Mitchell, ha infatti sviluppato la sua proposta dopo aver visto che avrebbe potuto funzionare in maniera simile al programma per la lana del suo governo). Il governo acquista la lana appena il suo prezzo di mercato scende sotto il livello di sostentamento, e la rivende quando il prezzo di mercato risale sopra quel livello. Il programma è insomma progettato proprio per stabilizzare i prezzi della lana, allo scopo di stabilizzare i redditi dei produttori e quindi la spesa in consumo degli allevatori di pecore.
Nel programma JG, il governo fornisce invece una soglia minima per il costo del lavoro, pagando ai partecipanti il salario previsto dal programma. Il governo "vende" questa forza lavoro alle imprese (e in generale a tutti i datori di lavoro esterni al JG) a qualsiasi prezzo superiore al salario del JG. Proprio come nel caso del prezzo minimo per la lana, un prezzo minimo per il lavoro non può generare direttamente pressioni inflazionistiche sul salario di mercato. In effetti, nella misura in cui il bacino di lavoratori di scorta è largo abbastanza, esso aiuterà a contenere le pressioni di mercato sui salari in generale al momento in cui lo stato 'cede' forza lavoro nella fase di boom. Inoltre, dal momento che il lavoro costituisce un input per tutti i tipi di produzione, nella misura in cui i salari vengono stabilizzati dal programma i costi di produzione tenderanno a diventare più stabili. Prima abbiamo notato che il reddito e il consumo dei produttori di lana viene stabilizzato dall'acquisto di scorte di lana; il JG stabilizzerà direttamente il reddito e il consumo dei lavoratori del programma, e se a causa del programma diventeranno più stabili anche gli altri redditi e salari, ciò aumenterà ulteriormente la stabilità macroeconomica.
I critici paventano il fatto che l'esistenza del programma incoraggerà i lavoratori, portando a richieste di aumenti salariali e all'inflazione. Vi sono, però, due ragioni per dubitare che quest'effetto sarebbe così ampio. Primo, un efficace stock di lavoratori di riserva tenderà a smorzare le rivendicazioni salariali perché i datori di lavori avranno sempre la possibilità di assumere accedendo a quel bacino qualora le richieste salariali dei lavoratori esterni al JG siano troppo alte. Le rivendicazioni di prezzo da parte dei produttori di lana vengono attenuate dalla presenza delle scorte di lana acquistate e fornite dal governo; i venditori di lana più caparbi non possono aumentare i prezzi della lana molto al di sopra del prezzo a cui vende il governo. La seconda ragione per dubitare che i lavoratori più ostinati adotteranno richieste di accelerazione degli aumenti salariali, è che più i loro stipendi diventano più alti rispetto al salario JG, maggiore diventa il costo per loro di perdere quei posti di lavoro ben pagati. Se il salario orario JG è di 15 dollari l'ora, potrebbe ben succedere che i lavoratori esterni al programma che guadagnano 15,50 l'ora siano incoraggiati a chiederne 15,75, ma non è così probabile che essi continueranno a domandare salari sempre più alti negli anni successivi, per il semplice motivo che rischierebbero di tornare al lavoro da 15 dollari l'ora del JG. Il costo di perdere un lavoro da 20 dollari l'ora non è lo stesso che perdere un lavoro da 15,50 dollari.

E per quanto riguarda gli effetti sul tasso di cambio?
Un altro argomento connesso concerne il tasso di cambio: se i posti di lavoro creati forniscono reddito ai più poveri, il consumo aumenterà, compresi gli acquisti di importazioni. Questo peggiorerà la bilancia commerciale, deprezzerà la valuta, e questo potrebbe portare magari ad un aumento dell'inflazione attraverso l'effetto di trasferimento del tasso di cambio (i prezzi delle importazioni aumentano nella misura in cui la valuta si deprezza, aggiungendosi all'inflazione del livello dei prezzi del paniere di consumo interno). In altri termini, la disoccupazione e la povertà sono viste come il costo per mantenere non soltanto bassa l'inflazione ma anche per mantenere il valore (esterno) della moneta. (Questo è connesso all'argomento della Curva di Phillips: abbiamo bisogno di una gran quantità di disoccupati per tenere sotto controllo i salari e l'inflazione).
Si possono dare due tipi di risposte. La prima è etica. E' giusto che una nazione tenti di mantenere la stabilità macroeconomica mantenendo una parte della sua popolazione sufficientemente povera così che non si può permettere di consumare e importare? Più in generale, la disoccupazione e la povertà sono strumenti accettabili da utilizzare per mantenere la stabilità della moneta? Ci sono altri strumenti disponibili per ottenere questi fini? Se no, è giusto che i responsabili politici accettino un qualche deprezzamento della propria moneta allo scopo di eliminare la disoccupazione e la povertà? Ci sono forti argomenti etici contro l'utilizzo della povertà e della disoccupazione come strumenti primari per raggiungere la stabilità dei prezzi e del tasso di cambio.
Possiamo ad ogni modo sfidare l'idea secondo cui il programma minaccia di fatto la stabilità valutaria e dei prezzi. Per inciso, non sosteniamo che il programma non abbia alcun effetto su specifici indici dei prezzi (come l'indice dei prezzi al consumo, vedi la discussione nel prossimo capitolo) o sul tasso di cambio. Noi diciamo piuttosto che il programma di JG/ELR fornisce un'ancora per il valore interno ed esterno della moneta, e quindi che di fatto migliora la stabilità macroeconomica.
Come argomentato più sopra, il JG non provocherà inflazione a livello nazionale, sebbene possa portare ad una iniziale episodio di aumento dei salari e dei prezzi, a seconda di dove il salario (e il pacchetto di benefit) viene fissato all'inizio.
In modo simile, se il JG aumenta il reddito nel momento in cui viene implementato, questo può portare ad un aumento delle importazioni. Anche se in risposta a ciò il tasso di cambio declina (e anche qualora vi sia un qualche trasferimento di inflazione), il salario stabile preverrà una spirale prezzi-salari. Se una nazione non è preparata a consentire un aumento del suo deficit commerciale con l'estero in presenza di aumento dell'occupazione e dei redditi per mezzo del programma JG, essa avrà comunque ancora a disposizione tutti gli strumenti politici ad eccezione dell'obbligare i poveri e i disoccupati a subire interamente il costo dell'aggiustamento. In altre parole, essa può ancora utilizzare le politiche commerciali, di sostituzione delle importazioni, tasse sui beni di lusso, controlli dei movimenti di capitale, politica dei tassi di interesse, imposte sui beni intermedi, e così via, qualora desideri di minimizzare le pressioni sull'aumento del tasso di cambio. (Non è comunque chiaro se queste politiche debbano essere perseguite da un'economia ricca e sviluppata. Ricordiamo che (in termini reali, vedi Cap. 7) le esportazioni sono un costo e le importazioni un beneficio; una volta che abbiamo rimosso il problema della disoccupazione, abbiamo eliminato il principale argomento contro le importazioni).

La questione della finanziabilità
Come abbiamo visto (nei capitoli precedenti), una nazione sovrana che opera con la propria moneta in un regime di tassi di cambio flessibili, può sempre permettersi finanziariamente un programma di JG. Fintanto che ci sono lavoratori pronti e disposti a lavorare al salario offerto dal programma, il governo si può 'permettere' di assumerli. Lo stato paga gli stipendi mediante accrediti sui conti correnti. In nessun senso la spesa dello stato in un programma di JG/ELR è vincolata dalle entrate fiscali o dalla domanda dei suoi titoli del debito pubblico.
Ma neanche la spesa nel JG crescerà senza limiti. Come abbiamo discusso prima, la dimensione del bacino di lavoratori tenderà a fluttuare in base al ciclo economico, scendendo automaticamente quando il settore privato cresce. In recessione, i lavoratori licenziati dal settore privato trovano i posti di lavoro del programma JG, aumentando la spesa dello stato e in questo modo stimolando il settore privato così che esso può tornare ad assumere facendo uscire i lavoratori dal bacino del programma. Le stime fatte in Harvey (1989) e in Wray (1989), collocano la spesa netta per il governo di un programma di ELR universale, ben al di sotto dell'1% del Pil per gli Stati Uniti. In Argentina il programma Jefes (un programma di JG limitato, vedi sotto) ha raggiunto il suo picco con una spesa lorda pari all'1% del Pil (questa cifra sovrastima indubbiamente la spesa netta perché in assenza del programma Jefes il governo avrebbe dovuto fornire maggiore spesa in altri programmi anti-povertà).

Le oscillazioni dell'occupazione
Alcuni hanno paura che le oscillazioni dell'occupazione sarebbero troppo ampie per essere gestite. In una crisi dovrebbero venire creati troppi lavori; mentre con la ripresa troppi progetti dovrebbero venire abbandonati nel momento in cui i lavoratori lasciano il programma per un lavoro nel settore privato. Alcuni tipi di progetti avrebbero bisogno di continuare anche quando il bacino scende, per esempio, diciamo, i progetti di 'pasti a domicilio' che forniscono dei pasti caldi ad anziani che non possono muoversi. Altri tipi di progetti - come il restauro di alcune infrastrutture pubbliche o la costruzione di case per i poveri come il progetto 'Habitat for Humanity' - potrebbero essere ridotti una volta entrati nella ripresa economica.
Tuttavia, l'oscillazione tipica dell'occupazione in un programma JG per gli Stati Uniti sarebbe di circa 4 milioni di lavoratori - diciamo da un minimo di 8 milioni di lavoratori nel programma durante un boom economico fino a 12 milioni durante una recessione. Si tratta necessariamente di una stima grossolana, basata sui dati dei disoccupati più quelli che sono fuori dalla forza lavoro ma che ci si può attendere che accetterebbero un'offerta di lavoro. Dobbiamo anche fare un'ipotesi riguardo alle normali oscillazioni dell'occupazione al di fuori del programma nel corso di un ciclo economico. (La perdita di posti di lavoro a seguito della crisi finanziaria globale è stata certamente molto più ampia - circa tre volte il 'normale' - ma questo è stato proprio perché non c'era in campo nessun programma di 'acquisto scorte' per arrestare la recessione.) Il punto è che le oscillazioni sono gestibili; anche durante un boom vi sarà un numero considerevole di lavoratori all'interno del bacino tale che molti progetti potrebbero proseguire, e durante una recessione i nuovi lavoratori potrebbero venir assorbiti all'interno dei progetti esistenti, mentre altri progetti possono essere ripresi o creati.

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Exscursus.
     Lavoro per tutti. L'elemento mancante ma essenziale della Marcia su Washington di Martin 
     Luther King
"E' stata l'ostinata insensibilità da parte del governo nei confronti della miseria che ha incendiato per prima la rabbia e la frustrazione. Con la disoccupazione che colpisce come un flagello i ghetti neri, il governo continua ad armeggiare con mezze misure di rattoppo, e rifiuta di diventare un occupatore di ultima istanza. Domanda alla comunità degli affari di risolvere i problemi come se i suoi passati fallimenti l'avessero qualificata per il successo". Reverendo Martin Luther King, nella sua ultima lettera in cui richiede sostegno per la 'Marcia su Washington per il lavoro e la libertà'.
E' importante ricordare che l'ultima volta che l'idea del Job Guarantee ha catturato l'immaginazione dell'opinione pubblica americana è stato nei primi anni '60. Il Dott. King vide che l'accesso al lavoro era una componente fondamentale dei diritti civili.
Nel 2001 Matthew Forstater ha raccolto una serie di scritti di M. L. King che fornivano argomenti a sostegno di un accesso garantito al lavoro. Vedi il suo articolo, "Public Service Job Assurance: A Most Fitting Tribute to Dr King", Special report 01/01 http://www.cfeps.org/pubs/sr/sr101/. Qui di seguito riprendo alcuni dei suoi argomenti e delle citazioni dal Dr King - infine c'è la bibliografia.
KING: C'è una vera e propria depressione economica nella comunità negra. Quando abbiamo disoccupazione di massa nella comunità negra la chiamiamo un problema sociale, quando abbiamo una disoccupazione di massa nella comunità bianca la chiamiamo una depressione. Il fatto è che nella comunità negra vi è una gigantesca depressione economica. il tasso di disoccupazione è estremamente elevato, e tra la gioventù negra arriva in alcune città a oltre il 40%. (King, 1968).
KING: L'espansione economica da sola non può fare il lavoro di migliorare la situazione occupazionale dei negri. Essa fornisce una base per il miglioramento ma molte altre cose devono essere costruite su di essa, specie se si intende risolvere la situazione dei giovani. In un'economia in crescita i giovani neri sono afflitti dalla disoccupazione tanto quanto in una crisi economica. Sono gli esclusi esplosivi dell'espansione americana. (King, 1967).
KING: Oggi, quando i negri poco o per niente qualificati tentano di salire la scala della sicurezza economica, si trovano in competizione con i lavoratori bianchi nello stesso momento in cui l'automazione sta spazzando 40mila posti di lavoro alla settimana. Sebbene questo sia forse il prodotto inevitabile dello sconvolgimento economico e sociale, si tratta di una situazione intollerabile, e i negri non permetteranno a lungo di essere messi in competizione con i lavoratori bianchi per un'offerta calante di posti di lavoro. (King 1963).
FORSTATER: Il Dr. King ripeteva in continuazione la sua proposta che "il governo ... diventasse un occupatore di ultima istanza" (King, 1971): "Abbiamo bisogno di una Carta dei diritti economici. Questa garantirebbe un lavoro a tutte le persone che vogliono lavorare e sono abili al lavoro ... Ciò significherebbe creare lavoro in determinati servizi pubblici" (King, 1968).
KING: dobbiamo sviluppare un programma federale di lavori pubblici, riqualificazione, e di lavoro per tutti - in modo tale che nessuno, bianco o nero, avrà motivo di sentirsi minacciato. Attualmente, migliaia di posti di lavoro a settimana scompaiono sull'onda dell'automazione e di altre tecniche di efficienza produttiva ... Neri e bianchi, saremo tutti quanti colpiti a meno che non si faccia qualcosa di grande e di fantastico. Il bianco disoccupato e affranto dalla povertà deve rendersi conto che è sulla stessa barca del negro. Insieme, potrebbero esercitare un'enorme pressione sul governo per dare un lavoro a tutti. Insieme, potrebbero formare una grande alleanza. Insieme, potrebbero unire tutte le persone per il bene di tutti. (King 1965).
FORSTATER: In 'Where do we go from here?' (1967), il Dr King ha elaborato la sua visione del Public Service Job Assurance. Primo, lo sviluppo di competenze e dell'istruzione sono degli obiettivi e non dei prerequisiti, del programma. Secondo, i posti di lavoro sono mirati alla produzione comunitaria e ai servizi pubblici che soffrono di scarsa offerta e che beneficiano le comunità di mezzi più modesti. Terzo,  il programma genera reddito per gli individui e le famiglie che hanno bisogni insoddisfatti. Quarto, vi sono numerosi benefici socio-psicologici per gli individui, le famiglie, le comunità e la nazione.
KING: L'espansione dei servizi alla persona può essere l'industria mancante capace di assorbire la disoccupazione che persiste negli Stati Uniti. (Essa può essere) l'industria mancante che cambierebbe la scena occupazionale in America. L'espansione dei servizi alla persona è quell'industria: è ad alta intensità di lavoro, richiede manodopera immediatamente piuttosto che grossi investimenti in beni capitali, come nelle costruzioni o in altri settori, può riempire molti spazi di bisogni lasciati insoddisfatti dalle imprese private, include lavoro che può essere formato e sviluppato sul luogo di lavoro. La crescita dei servizi dovrebbe essere rapida, dovrebbe essere sviluppato in modo tale che i lavori creati non siano dedicati primariamente a professionisti laureati e diplomati ma per le persone del quartiere, che possono svolgere importanti funzioni per le persone a loro vicino .. Le persone meno istruite possono svolgere molti dei compiti svolti adesso da persone altamente qualificate, oltre a molti altri lavori nuovi e necessari. (King, 1967, pp. 197-98).
In un altro pezzo Forstater ha riportato al presente la proposta di Martin L. King, analizzando i problemi da affrontare alla fine del secolo, cinquant'anni dopo la lotta di King per i diritti civili. Vedi Mathew Forstater 'The Full Employment Approach to Reducing Black Poverty and Unemployment in the USA' :
FORSTATER: "in Darity et al (1994) si sostiene che con la trasformazione dal capitalismo industriale a quello che loro chiamano il capitalismo manageriale o alla società manageriale, la 'sottoclasse' nera non funziona più da esercito industriale di riserva."
La 'sottoclasse' e gli 'inoccupabili' disciplinano i lavoratori non più minacciandoli di prenderli il lavoro ma piuttosto servendo da esempio del fatto che 'quello potresti essere tu'. Forstater prosegue poi con una citazione da 'The State of Black America' del 1996, nel quale la National Urban League fa un appello ad una politica che tenga 'il suo mirino laser ben focalizzato sulla creazione di lavoro per i poveri dei quartieri degradati':
"Non ci sbagliamo, la gente dei quartieri poveri vuole lavorare. Se le zone interne della città vogliono lavorare, e se le città vogliono lavorare, occorre diffondere l'azione lavorativa tutt'intorno. Non c'è né politica macroeconomica né scenario di crescita, approccio di città modello, né strategia di capitalismo nero né zona sperimentale di imprenditoria immaginabili che possano competere con la Works Progress Administration del periodo della grande depressione nell'innescare le speranze abbassando in un attimo la disoccupazione. Non c'è niente di non americano nello spendere soldi pubblici per riempire i buchi del mercato del lavoro."

Bibliografia:
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2. Il programma di JG/ELR in una nazione in via di sviluppo
Una piccola nazione in via di sviluppo deve affrontare numerose sfide. Primo, può produrre una gamma troppo piccola di merci e potrebbe importare un gran numero di tipi di beni che essa non produce (anche se questi non entrano direttamente nel paniere di beni consumati dalla maggiorparte della popolazione). Inoltre, le sue esportazioni potrebbero essere limitate ad una gamma ancora più ristretta di merci. La crescita del reddito monetario potrebbe quindi andare a premere direttamente sul tasso di cambio. Secondo, il settore formale potrebbe essere piccolo, e con quindi la maggior parte della produzione e dell'occupazione che si realizza nel settore informale ed una grande disparità tra i salari pagati nel mercato del lavoro formale e i salari in quello informale. Terzo, la capacità amministrativa del governo nazionale potrebbe essere piuttosto limitata; le infrastrutture potrebbero essere inadeguate a consentire una significativa espansione della capacità produttiva; e, infine, il suo tasso di cambio è probabile che sia agganciato ad un'altra valuta.
In simili condizioni, nel caso in cui un programma universale di JG/ELR venisse attuato a livello nazionale, con un reddito fissato al minimo salariale del settore formale, allora vi sarebbe un'ondata di lavoratori provenienti dal settore informale. I redditi monetari aumenterebbero, facendo crescere la domanda di beni di consumo - incluse, sopratutto, le importazioni 'di lusso' che erano fuori dalla portata della maggioranza della popolazione. La bilancia commerciale potrebbe peggiorare e il governo esaurirebbe in fretta le riserve di valuta internazionale necessarie a mantenere l'ancoraggio valutario. I prezzi interni salirebbero (sebbene le pressioni dirette sui prezzi dei beni prodotti all'interno della nazione sarebbero inferiori nel caso in cui questi beni fossero quelli che gli economisti chiamano 'beni inferiori', cioè quelli comprati perlopiù dalle famiglie povere), ma più significativo è che i prezzi delle importazioni aumenterebbero con la svalutazione della moneta. Una crisi del tasso di cambio potrebbe probabilmente innescare una crisi economica. C'è qualche modo per evitare queste conseguenze?
Primo, vediamo come questa nazione può ridurre l'impatto sui prezzi, sul tasso di cambio e sulla bilancia commerciale. Essa avrà bisogno di limitare l'impatto del programma sulla domanda monetaria, che si può ottenere mantenendo il salario monetario previsto dal programma vicino al salario medio che si guadagna nel settore informale. Così, invece che fissare lo stipendio al minimo salariale del settore formale, esso potrebbe essere impostato più vicino allo stipendio del settore informale. La povertà, però, potrebbe essere ridotta se il pacchetto complessivo del compenso JG comprendesse anche delle forniture di beni necessari extra-mercato. Questi potrebbero comprendere prodotti alimentari nazionali, vestiario, ripari, e altri servizi essenziali (sanità, cura dei bambini, cura degli anziani, istruzione, trasporti). Dal momento che questi beni sarebbero forniti 'in natura', i lavoratori del programma avrebbero meno possibilità di sostituire le produzioni nazionali con beni importati. Inoltre, la stessa produzione da parte dei lavoratori del programma potrebbe fornire molti, se non la maggior parte, di questi beni e servizi, minimizzando l'impatto sul bilancio del governo, oltre all'impatto sulla bilancia commerciale.
Se il programma oltre a fornire un reddito monetario pari a quello guadagnato precedentemente nel settore informale, soddisfa anche direttamente queste necessità di base, allora si verificherà un qualche impatto netto sulla domanda monetaria. Inoltre, la produzione da parte dei lavoratori JG/ELR potrebbe richiedere l'importazioni di strumenti o altri input per il processo produttivo. Un'attenta pianificazione da parte dei governi può aiutare a minimizzare gli effetti indesiderati. Per esempio, le importazioni degli strumenti e del materiale richiesto può essere legato ai guadagni provenienti dalle esportazioni o ad aiuti internazionali. Dal momento che le tecniche produttive utilizzate in un programma JG/ELR sono flessibili (le produzioni non devono necessariamente soddisfare i requisiti di profittabilità del mercato - vedi Forstater 1999), il governo può gradualmente aumentare il 'rapporto di capitale' in linea con la sua capacità di finanziare le importazioni di macchinari. A ciò si aggiunga il fatto che i programmi di JG/ELR possono anche essere disegnati proprio con l'obiettivo di migliorare la capacità del paese di aumentare la produzione per l'esportazione. L'esempio più ovvio è la fornitura di infrastrutture per ridurre i costi delle imprese e attrarre investimenti.
Un'attuazione del programma per fasi aiuterà ad attenuare gli impatti indesiderati sui mercati formali e informali, limitando al contempo l'impatto sul bilancio pubblico. Inoltre, partire dal piccolo aiuterà il governo ad ottenere le competenze necessarie a gestire un programma più vasto. L'Argentina, per esempio, ha limitato il suo programma consentendo la partecipazione a solo un membro familiare per ogni famiglia povera. Il programma può partire ancora più piccolo di questo, permettendo alle famiglie di iscrivere solo una persona, ma allocando i posti di lavoro attraverso una lotteria in modo da far crescere il programma secondo il passo progettato. Si possono selezionare i migliori progetti proposti da singole organizzazioni comunitarie (per esempio a livello di villaggio) per assumere un numero stabilito di capifamiglia della comunità (di nuovo, con una selezione dei lavoratori mediante lotteria). La decentralizzazione dell'amministrazione, della supervisione e dello sviluppo del progetto possono ridurre il carico amministrativo sul governo centrale assicurando al contempo che si vada incontro ai bisogni locali.
Come esempio ulteriore, l'India sta realizzando un programma di JG solamente per i lavoratori rurali, che hanno adesso il diritto a chiedere 100 giorni di lavoro (vedi sotto). Limitando il programma ai lavoratori rurali aiuta a ridurre la migrazione della popolazione verso le città in cerca di lavoro, e la limitazione a 100 giorni di lavoro all'anno riduce il numero di progetti creati (e riduce anche le interruzioni nel settore dell'agricoltura locale che ha tipicamente bisogno di lavoro solamente alcuni periodi dell'anno; il programma impiega i lavoratori quando non sono occupati nell'agricoltura).
Chiaramente, preferiremmo l'attuazione di un programma JG/ELR universale, che fornisce uno stipendio sufficiente a vivere. Ma per ragioni pratiche potrebbe essere necessario iniziare da qualcosa di meno e lavorare verso quell'obiettivo. Nel formulare un programma devono essere prese in considerazione le condizioni specifiche di un paese, incluse le realtà politiche.
Le agenzie di aiuto internazionale possono fornire qualche finanziamento per il programma, come hanno fatto nel caso del programma argentino. Certo, uno stato sovrano può sempre pagare gli stipendi nella moneta nazionale, così che gli aiuti internazionali non sono necessari allo scopo di pagare i salari. Tuttavia, se le importazioni aumentano a causa della riduzione della povertà, gli aiuti internazionali possono fornire la necessaria valuta internazionale. Inoltre, il programma può avere bisogno di strumenti ed equipaggiamenti che devono essere importati. Per queste ragioni gli aiuti internazionali sotto forma di moneta estera possono essere in alcuni casi benvenuti. Andrebbero tuttavia evitati i prestiti internazionali a meno che il programma non aumenti direttamente le esportazioni necessarie a servire il debito internazionale.
Alcuni dei prodotti del programma possono essere venduti nel mercato interno e magari anche nel mercato estero per generare delle entrate. Per esempio, i lavoratori del piano Jefes in Argentina producevano vestiti e mobilio che veniva venduto nei mercati formali. Inoltre, una parte dei beni prodotti dal programma possono sostituire gli acquisti del governo; per esempio, i lavoratori Jefes producevano le uniformi per l'esercito. In generale, però, la produzione JG/ELR non dovrebbe competere con il settore privato.
Il governo dovrebbe evitare di accumulare debiti in valuta straniera difficile il cui servizio è difficile. Se richiesto o desiderato, il governo può utilizzare i metodi tradizionali di protezione della bilancia commerciale e dell'aggancio valutario: dazi, controlli delle importazioni e controllo dei capitali. Con l'effetto del programma JG/ELR sulla crescita dei salari monetari e sul consumo monetario, il suo impatto sulla bilancia commerciale e sul tasso di cambio è uguale all'impatto della crescita economica nazionale più in generale. Gli argomenti a favore e contro 'l'interventismo' nel campo del commercio internazionale e dei flussi di capitali sono ben noti e non necessitano di ulteriori discussioni qui. Mentre c'è un forte pregiudizio verso questi interventi, negli ultimi anni il consenso si è spostato in una certa misura verso l'idea che la protezione sia accettabile caso per caso.

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Excursus
L'occupazione come diritto umano
Il diritto al lavoro è riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo dell'ONU. L'Articolo 23 afferma che:
(1) Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
(2) Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per uguale lavoro.
(3) Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente, che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un'esistenza conforme alla dignità umana, ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.
(4) Ogni individuo ha il diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei suoi interessi.
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3. Gestibilità del programma

Alcuni critici sostengono che il programma potrebbe diventare talmente ampio da diventare ingestibile. Il governo centrale avrebbe difficoltà a tenere traccia di tutti i partecipanti e ad assicurare che siano tutti effettivamente indaffarati a lavorare in progetti utili. Peggio, la corruzione potrebbe diventare un problema, con i gestori del programma che trafugherebbero i fondi. Guardiamo brevemente ad alcuni metodi che possono essere usati per migliorare la governabilità del programma.
Primo, non è necessario che sia il governo nazionale a formulare e gestire il programma. Esso può venire ampiamente decentralizzato - a governi locali, associazioni no-profit locali di servizio alla comunità, parchi e agenzie ricreative, distretti scolastici, cooperative di lavoratori. Le comunità locali possono proporre dei progetti, e le amministrazioni locali o il governo le gestiscono. Il coinvolgimento del governo nazionale potrebbe limitarsi alla fornitura dei fondi e, forse, all'approvazione dei progetti. Questo è il modo in cui è stato gestito il programma in Argentina, e il modo in cui è in parte gestito il nuovo programma in India.
Allo scopo di ridurre la probabilità che i fondi vengano appropriati illecitamente, il governo nazionale potrebbe pagare i salari direttamente ai partecipanti del programma. Questo può venire facilitato utilizzando qualcosa come un numero di previdenza sociale, e pagando direttamente direttamente sui conti correnti proprio come i programmi di previdenza pagano le pensioni. Se i manager dei progetti non mettono mai le mani sui fondi governativi sarà difficile che se ne approprino. Ci saranno ovviamente dei casi di frode, come il pagamento al numero di previdenza sociale di qualcuno che non sta lavorando, o che magari è morto. La trasparenza è un modo per combattere la corruzione – la registrazione pubblica di tutti i partecipanti e di tutti i pagamenti, per esempio mediante internet, con delle ricompense per chi denuncia delle scorrettezze. (La privacy è una questione importante. Notiamo tuttavia che anche negli Stati Uniti gli stipendi dei dipendenti del settore pubblico sono comunemente resi disponibili. Nel momento in cui i lavoratori JG/ELR ricevessero lo stipendio dal settore pubblico vi sarebbe quindi già un precedente riguardo la trasparenza dei programmi pubblici).
Per coprire i costi dei responsabili e del materiale, il governo nazionale potrebbe provvedere con una parte di finanziamento al progetto non destinato ai salari dei lavoratori. Nei programmi di creazione diretta di lavoro questa ha di solito raggiunto un ammontare attorno al 25% del conto salari. Maggiore è questo finanziamento maggiori sono gli incentivi avversi per il responsabile del progetto, che potrebbe creare progetti solo per prendersi questi fondi. Per questa ragione i fondi non per i salari dovrebbero essere mantenuti limitati, e il governo nazionale dovrebbe richiedere dai progetti i fondi integrativi per coprire parte delle spese non salariali.
Sebbene possa essere allettante includere in un programma di questo tipo anche i datori di lavoro che ricercano il profitto, in questo caso gli incentivi avversi sarebbero ancora maggiori. Un imprenditore privato potrebbe sostituire i propri addetti con lavoratori del programma JG/ELR al fine di ridurre le spese per i salari. Le cooperative di lavoratori potrebbero invece funzionare meglio. Un gruppo di lavoratori può proporre un progetto finalizzato alla  produzione di beni da vendere sul mercato. Il programma JG/ELR può pagare una parte dei loro salari per un periodo limitato di tempo (per esempio un anno), dopo il quale la cooperativa dovrebbe diventare autosufficiente. Nel caso non riesca a reggersi e a camminare sulle proprie gambe, i lavoratori dovrebbero ritrasferirsi nel regolare progetto JG/ELR. (Il programma Jefes in Argentina ha fatto l’esperimento con le cooperative di lavoratori).
Ci sono ovviamente molte altre questioni che andrebbero esplorate riguardo alla gestione, così come vi sono molti esempi nel mondo reale di programmi di creazione diretta di lavoro finanziati dallo stato. I programmi devono essere adattati alle specifiche condizioni di ogni paese, e ci saranno molte sperimentazioni per prove ed errori. Alcuni progetti non avranno successo in termini di realizzazione di lavori utili che producono beni e servizi socialmente utili. Ma quello che dobbiamo tenere sempre a mente è che l’alternativa, la disoccupazione, è uno spreco sociale molto maggiore.
Nota poi che anche tante aziende private falliscono – gettando i dipendenti fra le linee dei disoccupati. Pochi tuttavia vedrebbero questa come una accusa fatale da muovere alle imprese for-profit. Dobbiamo quindi essere preparati ad un tasso di successo inferiore al cento per cento, tanto per i programmi di JG/ELR quanto per le imprese private.

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Excursus   
Keynes sulla disoccupazione

John Maynard Keynes si può dire sia stato il più grande economista del Novecento, ed è generalmente considerato il padre della macroeconomia moderna. La politica economica adottata dopo la Seconda Guerra Mondiale venne modellata sulla base di quello che i responsabili delle politiche economiche pensavano fosse il suo messaggio principale: lo stato deve aumentare la domanda aggregata per promuovere la crescita e l’occupazione. “L’Era di Keynes” vide maggiori tassi di crescita e minori tassi di disoccupazione per diversi decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Come abbiamo discusso nel Capitolo 6, però, l’impegno verso la piena occupazione venne meno in molti paesi quando gli economisti e i politici cominciarono a pensare che la piena occupazione non fosse compatibile con la stabilità dei prezzi. Il mantenimento di un vasto bacino di disoccupati si è pensato che fosse necessario per tenere i salari sotto controllo (questa è l’idea alla base della famosa Curva di Phillips). Keynes, però, aveva già rigettato quest’idea come “follemente improbabile”. Mentre Keynes non aveva portato avanti l’idea di un programma di JG/ELR, egli sostenne la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo. E sembra anche che egli fosse a favore della spesa diretta al posto delle generiche politiche espansive. Non entrerò però nei dettagli di questa discussione. Presenterò piuttosto le due mie citazioni preferite di Keynes: la prima sulla disoccupazione e la seconda sul “fare le cose”, cioè sull’affrontare i problemi:
«La convinzione dei conservatori che vi sia una qualche legge di natura che impedisce ad alcuni uomini di essere occupati, che assumere le persone sia ‘imprudente’, e che sia finanziariamente più ‘sano’ mantenere un decimo della popolazione nell’ozio per un tempo indefinito, è follemente improbabile – quel genere di cose a cui nessun uomo potrebbe credere a meno non abbia la mente annebbiata da anni e anni di insensatezze [...] Il nostro principale compito, quindi, sarà quello di confermare l’istinto del lettore che quello che gli sembra sensato è sensato, e che quello che gli sembra senza senso è effettivamente senza senso. Dovremmo tentare di mostrargli che la sua conclusione che se vengono offerte nuove forme di occupazione più uomini saranno occupati, è effettivamente ovvia come sembra, e non contiene alcun trabocchetto; che mettere le persone al lavoro in compiti utili produce quello che sembra produrre, cioè aumentare la ricchezza della nazione; e che l’idea secondo cui dovremmo, per ragioni complicate, rovinarci finanziariamente se utilizziamo questi mezzi per aumentare il nostro benessere, è effettivamente quello che sembra, uno spauracchio.» (John Maynard Keynes 1972, pp. 90-92).
«Non appena avremo una nuova atmosfera di volontà di fare le cose, invece di una negazione soffocante, i cervelli di tutti potranno darsi da fare, e ci saranno masse di persone in cerca di attenzione, il carattere preciso delle quali è impossibile da prevedere prima» (Keynes 1972 (1929), p. 99). (Per un’eccellente discussione del programma lavorativo del New Deal, vedi il pezzo di John Henry: http://neweconomicperspectives.org/2012/01/federally-funded-jobs-program-lessons.html).

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4. I Programmi di JG/ELR e le esperienze nel mondo reale

Vi sono stati molti programmi di creazione di lavoro attuati in tutto il mondo, alcuni dei quali erano focalizzati in maniera più ristretta mentre altri avevano una base più ampia. Il New Deal americano comprendeva numerosi programmi moderatamente inclusivi, come il Civilian Conservative Corps e il Works Progress Administration. La Svezia ha sviluppato un vasto programma di occupazione che praticamente garantiva l’accesso al lavoro (Ginsburg 1983). Dalla Seconda Guerra Mondiale fino agli anni ’70, diversi paesi, compresa l’Australia, si sono mantenute quasi al livello di piena occupazione (con una disoccupazione misurata sotto il 2%) attraverso una combinazione di elevata domanda aggregata sommata ad una creazione diretta di lavoro debolmente coordinata. (Spesso vi sono stati anche degli informali “Occupatori di ultima istanza”, come le ferrovie nazionali e l‘esercito, che assumevano quasi chiunque). Come hanno scritto Mitchell e Muysken (2008), un impegno nazionale verso la piena occupazione spronava il governo ad attuare politiche che creavano lavoro, anche quando non abbracciavano esplicitamente un programma universale di JG/ELR.
Durante la Grande Depressione degli anni ’30 gli Stati Uniti, come molte altre nazioni, adottarono molti programmi lavorativi. Questi non facevano parte di programmi universali di Job Guarantee , ma i programmi del New Deal erano ampi e hanno avuto effetti duraturi, sotto forma di edifici pubblici, dighe, strade, parchi nazionali e ferrovie che ancora servono l’America. Per esempio, i lavoratori della WPA (Works Progress Administration):

si sono caricati sulle spalle i compiti che cominciavano a trasformare il volto fisico dell’America. Costruirono le strade e le scuole, i ponti e le dighe. Il Cow Palace di San Francisco, l’aeroporto La Guardia di New York City, e il National (adesso Reagan) Airport di Washington DC, la Timberline Lodge in Oregon, l’Outer Drive Bridge sulla Lake Shore Drive di Chicago, la River Walk a San Antonio ecc. [...] I lavoratori cucivano i vestiti, imbottivano i materassi e riparavano i giocattoli, servivano pasti caldi alle scuole primarie, assistevano i malati, portavano col cavallo i libri delle biblioteche nei paesini remoti, salvavano le vittime delle alluvioni, dipingevano enormi murales sui muri degli ospedali, delle scuole, dei tribunali e dei municipi; rappresentavano commedie e suonavano musica per il pubblico prima degli spettacoli, e scrivevano delle guide ai quarantotto stati che ancora oggi rimangono un modello di cosa quei libri dovrebbero essere. E quando le nuvole della guerra cominciarono a incombere sopra gli Stati Uniti, furono i lavoratori della WPA che modernizzarono l’esercito e le basi aeree, e che si prepararono in massa a sopperire alle esigenze militari delle nazione. (Taylor 2008)

I programmi lavorativi del New Deal diedero lavoro a 13 milioni di persone. Il programma WPA fu quello più ampio, impiegandone 8,5 milioni, durando 8 anni e spendendo circa 10,5 miliardi di dollari (Taylor 2008, p. 3). Esso trovò un paese distrutto e sotto molti aspetti importanti lo aiutò non soltanto a riprendere vita ma a condurlo nel Ventesimo secolo. La WPA costruì 650'000 miglia di strade, 78'000 ponti, 125'000 edifici civili e militari, 700 miglia di piste di aeroporto; servì 900 milioni di pasti di caldi ai bambini, gestì 1'500 asili d’infanzia, intrattenne con i concerti 150 milioni di ascoltatori, e creò 475'000 opere d’arte. Trasformò e modernizzò l’America (Taylor 2008, pp. 523-24).
Dimitri Papadimitriou ha riassunto una serie di esperienze del mondo reale con i programmi di creazione diretta di lavoro da parte dello stato, molti di essi in paesi in via di sviluppo:

I programmi di creazione diretta di posti di lavoro nei servizi pubblici da parte del governo hanno una storia di risultati positivi nel lungo termine. Nel corso del Novecento, gli Stati Uniti, la Svezia, l’India, il Sud Africa, l’Argentina, l’Etiopia, la Corea del Sud, il Perù, il Bangladesh, il Ghana,  la Cambogia e il Cile, tra gli altri, hanno periodicamente adottato politiche che li hanno resi “occupatori di ultima istanza” – un’espressione coniata dall’economista Hyman Minsky negli anni ’60 – nei momenti in cui la domanda del settore privata era insufficiente. La Corea del Sud, per esempio, durante la crisi del 1997-98 ha implementato un Master Plan per affrontare la disoccupazione che ha contato per il 10% della spesa pubblica. Ha impiegato lavoratori per progetti pubblici, inclusi la coltivazione di boschi, la costruzione di piccole infrastrutture pubbliche, la riparazione di impianti pubblici, lavori di ripristino ambientale, aumento dell’organico dei centri comunitari e di assistenza, e progetti legati alle tecnologie informatiche e delle comunicazioni mirati ai giovani e ai digitalizzati.

Per degli esempi più recenti riprendiamo gli esempi dell’Argentina e dell’India.
A seguito della sua crisi economica arrivata con il collasso del suo aggancio valutario, l’Argentina creò il Plan Jefes y Jefas il quale garantiva un lavoro ai capifamiglia poveri (Tcherneva e Wray 2005). Il programma creò con successo 2 milioni di nuovi posti di lavoro, i quali hanno fornito non soltanto occupazione e reddito alle famiglie povere ma anche servizi necessari e beni gratuiti ai quartieri più poveri. Più di recente l’India ha approvato il National Rural Employment Guarantee Act (2005) che impegna il governo a fornire un’occupazione all’interno di un progetto di lavori pubblici ad ogni adulto residente in una zona rurale. Il lavoro deve essere disponibile entro 15 giorni dall’iscrizione, e deve provvedere con un’occupazione per un minimo di 100 giorni all’anno (Hirway 2006). Questo programma rappresenta un riconoscimento relativamente esplicito del fatto che il governo può e dovrebbe agire come occupatore di ultima istanza. Il programma indiano è in verità visto come parte di un più ampio impegno nei confronti di un diritto umano: il diritto ad un lavoro retribuito.
Queste esperienze ci consentono di passare dal regno della teoria alla realtà della pratica. Molte delle paure dei critici dei programmi di creazione diretta di lavoro si sono dimostrate essere fallaci. La creazione di lavoro, anche su larga scala e in presenza di difficili circostanze, può essere un successo. I partecipanti darebbero il benvenuto a occasioni di lavoro, vedendo la partecipazione come uno strumento per rafforzarsi. Come mostra l’esperienze del Jefes, il programma può essere implementato in maniera democratica, accrescendo la partecipazione nel processo politico e con relativamente pochi casi di corruzione e sprechi burocratici. E’ possibile portare avanti progetti utili. Anche con un programma ampio che ha impiegato il 5% della popolazione, le comunità sono state in grado di trovare dei lavori utili per i partecipanti. Il Jefes ha ridotto i disordini sociali e ha fornito domanda per la produzione del settore privato.
Ma un programma come il Jefes potrebbe funzionare altrove? Come minimo potremmo imparare dai successi e dai fallimenti del programma. Come mi ha detto uno degli organizzatori del programma argentino «le persone che hanno effettivamente le risposte sono quelle che hanno bisogno, quelle che soffrono la fame. Se tu orienti le tue politiche a queste persone non puoi sbagliare. Questo governo ha fatto un buon lavoro. È andato ad affrontare la radice del problema [...] Non ha guardato in cima, si è rivolto direttamente al fondo della scala sociale» (vedi Tcherneva e Wray 2005).
In un certo senso, il programma JG/ELR è realmente orientato “al fondo” dal momento che esso “assume a partire dalla base”, offrendo un lavoro a coloro che sono lasciati indietro. Il suo pacchetto di salario e benefit è quello più basso, aggiustando lo standard minimo che possono offrire le imprese private. Non cerca di rubare i lavoratori al settore privato ma prende piuttosto chi non riesce a trovare un lavoro. Inoltre, attraverso la decentralizzazione del programma esso consente alle comunità locali di creare i progetti e organizzare il programma. La comunità locale ha probabilmente un’idea migliore dei bisogni della comunità, sia in termini di lavori che in termini di progetti. Si tratta perciò di un’alternativa “dal basso” al posto del più convenzionale approccio alla disoccupazione “dell’effetto ricaduta” (Trickle-down).



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Excursus
La risposta alla disoccupazione non è più vacanze ma più posti di lavoro

L’economista progressista Dean Baker ha un suggerimento interessante per il problema della disoccupazione. Dare più ferie pagate. (Vedi http://www.huffingtonpost.com/dean-baker/the-paid-vacation-route-t_b_6252232.html).
L’idea è che se tutti gli occupati lavorano meno, i datori di lavoro avranno bisogno di assumere i disoccupati per produrre quello che i già occupati non produrrebbero mentre stanno ad abbronzarsi sulle spiagge della Florida. Io sono pienamente a favore di settimane lavorative più corte. E’ ridicolo che negli Stati Uniti la spinta al lavoro sia in qualche modo rimasta bloccata alle 40 ore settimanali di un secolo fa. I lavoratori dipendenti americani lavorano più ore di pressoché ogni altra forza lavoro sul pianeta.


Ma come ha detto una volta Joan Robinson, peggio di lavorare per un salario da schiavo c’è solo essere disoccupati. Giornate di lavoro più corte e un maggior numero di giorni di ferie costituiscono un obiettivo progressista per umanizzare i luoghi di lavoro. Più tempo per godersi la propria famiglia, le attività ricreative, le arti. Più tempo per l’automiglioramento e la partecipazione alle attività della comunità. Ma fra le varie ragioni a sostegno di una settimana lavorativa più breve, l’ultimo della lista è quello della pretesa che ciò creerà più posti di lavoro per i disoccupati. La “condivisione del lavoro” come cura per la disoccupazione ha lo stesso senso della “condivisione di un panino” come cura per la fame.
Come ha osservato Pavlina Tcherneva, per tutti i problemi sociali i progressisti difendono una soluzione diretta, tranne che per la disoccupazione. Come risolvi il problema della mancanza di accesso alle cure sanitarie? I progressisti sostengono il pagatore singolo. Per la fame? I buoni pasto. I senza tetto? Edilizia pubblica. La povertà degli anziani? Assistenza sociale.
Ma per la disoccupazione? Più ferie: paghiamo gli occupati per non lavorare. Diamo una retribuzione per la disoccupazione: paghiamo i disoccupati per non lavorare. O, più ridicolo, un Basic Income Guarantee, un reddito di base garantito: paghiamo tutti per non lavorare. Cosa manca? I posti di lavoro. I disoccupati vogliono un lavoro, ma niente lavoro per i disoccupati.
Perché no? L’argomento più comune contro la creazione di lavori per tutti è che negli Stati Uniti ciò non sarebbe politicamente fattibile. Perché? Costerebbe troppo. Le stime collocano il costo di un Job Guarantee con un salario decente fra l’1% e il 3% del Pil. Non otterrai mai una cifra del genere dal Congresso, si dice. Certo, noi spendiamo già il 10% del Pil in programmi sociali, la maggior parte dei quali per fronteggiare la povertà causata in larga parte dalla disoccupazione, dall’occupazione part-time involontaria, e da salari sotto al livello di povertà pagati dai grandi datori di lavoro nazionali come Wal-Mart.
Chiamatemi pazzo, ma penso che gli americani si schiererebbero più probabilmente con l’ipotesi di pagare la gente per lavorare, piuttosto che a favore di uno schema per pagare più vacanze alle persone. Specialmente se i posti di lavoro al salario minimo eliminassero la necessità di molta spesa sociale, eliminando inoltre l’esigenza di ampi sussidi e di sgravi fiscali che già vengono pagati alle imprese per indurle ad assumere una o due persone in più. In una battuta, un lavoro garantito al salario di base non solo eliminerebbe la necessità di molte spese anti-povertà, ma assicurerebbe anche che i posti di lavoro nel settore privato dessero dei salari dignitosi. Esso elimina la miriade di politiche pubbliche che impoveriscono le nostre amministrazioni locali concedendo sgravi fiscali e sussidi nel tentativo di comprare la disponibilità delle aziende a riallocare le loro industrie e i loro capannoni.
Certamente l’idea di dare un lavoro garantito non è facile da vendere. Ma è molto più coerente con i valori americani. George Lakoff ha una posizione interessante sui valori, basata sulla scienza (http://www.truth-out.org/progressivepicks/item/27576-george-lakoff-progressives-cannot-succeed-without-expressing-respect-values). Come dice Lakoff:

«Gli scienziati cognitivi studiano i modi in cui le persone realmente pensano, come funziona il cervello, come vengono fuori le idee dai neuroni, come funzionano i pensieri metaforici e i quadri di riferimento, il nesso tra il pensiero e il linguaggio, e così via. Gli altri campi accademici, però, non utilizzano questi risultati, in particolare la scienza politica, l’analisi delle politiche pubbliche, il diritto, l’economia, in breve, le principali aree di studio studiate dai progressisti che si occupano di politica. Di conseguenza essi insegnano una visione errata della ragione e della “razionalità”. Essi mancano il fatto che i nostri cervelli sono strutturati, fin dalle prime fasi della vita, da centinaia di metafore concettuali e cornici interpretative; che noi possiamo comprendere solo quello che i nostri cervelli ci consentono; e che conservatori e progressisti hanno acquisito differenti circuiti cerebrali, con la conseguenza che i loro modi normali di ragionare sono differenti. Quelli che i progressisti chiamano “argomenti razionali” non sono i modi normali della vera ragione. Ciò che conta come un “argomento razionale” non è lo stesso per i progressisti e per i conservatori».

L’idea di dare più ferie pagate come soluzione al nostro problema di disoccupazione può essere vista come razionale da alcuni, ma essa viola i “modi comuni della ragione”: come possono più ferie pagate contribuire alla nostra comunità? Perché il governo dovrebbe pagarti delle vacanze extra? Perché i disoccupati non vanno loro fuori a cercarsi un lavoro invece di costringere me a dividere il mio? Come faccio a sapere che il mio datore di lavoro non mi darà da fare in 25 ore quello che facevo in 40? Che succede se il governo si rimangia la promessa di ridarmi lo stipendio che ho perso? E che succede se al mio principale tu piaci più di me, così che io vengo fatto fuori e te ti prendi il mio lavoro a tempo pieno?
Qui sta il dilemma. Perché non sviluppare la cornice morale per sostenere un lavoro per tutti, ad un salario dignitoso? Non c’è miglior programma contro la povertà che offrire posti di lavoro a chi vuole lavorare. Offrire un lavoro è una mano che aiuta non una mano che fa la carità. Il lavoro rafforza la comunità. Consente una prosperità condivisa. Tutti traiamo beneficio quando tutti lavorano. Questo è coerente con i valori americani.
Abbiamo avuto mezzo secolo di esperienze di sussidi ed elemosine invece che di aiuti. Ma i sussidi non hanno ridotto la povertà. Casomai la povertà è peggiorata, la disuguaglianza è peggiorata, la disoccupazione è peggiorata. L’elemosina non è coerente con i valori americani. Essa porta con sé anche i lacci: significa test, controlli anti-droga, sanzioni per i figli. E i sussidi vengono sempre mantenuti magri, in linea con i valori americani.
Abbiamo bisogno di politiche coerenti con i valori americani di lavoro, iniziativa, autosufficienza e produttività. Abbiamo bisogno di politiche che promuovano la costruzione della comunità. Abbiamo bisogno di politiche che stiano all’interno del potere sovrano della nostra nazione, che non richiedano che altre nazioni operino contro il loro interesse. Abbiamo bisogno di politiche che possano essere supportate allo stesso modo dai progressisti e dai conservatori. Abbiamo bisogno di trovare un terreno comune.
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5.  JG e disuguaglianza

Nel 2014 gli economisti e i politici hanno scoperto la disuguaglianza, in buona parte grazie al famoso libro di Thomas Piketty, ‘Il Capitale nel XXI Secolo’. Questo libro faceva venire fuori che l’aumento della marea non ha alzato tutte quante le barche. La crescita economica degli ultimi decenni ha in realtà aumentato la disuguaglianza.
In effetti bisogna concludere che i politici e gli economisti sono parecchio ottimisti. Se torni indietro all’epoca di Kennedy, era saggezza comune l’idea che se riuscivi a spingere la crescita economica, tutti vincevano. Si tratta in realtà di un’idea decisamente naive e controfattuale. Nei periodi buoni il bottino se lo prendono i potenti. Nei periodi cattivi, si fanno salvare dallo stato. Perché uno vorrebbe diventare ricco e potente se non potesse proteggere, e magari migliorare, il suo benessere indipendentemente da come va l’economia?
Perché da tutte le parti le elite fanno così tanto rumore per la crescita economica? All’apparenza qualsiasi politica propugnata viene giustificata con l’argomento che essa spingerà la crescita. Tagliate le tasse ai ricchi, farà aumentare la crescita! Eliminare le regole farà aumentare la crescita! Il libero commercio aumenta la crescita! Tagliamo il welfare per spingere la crescita! Riportiamo in pareggio il bilancio pubblico per promuovere la crescita! Salviamo Wall Street per ritornare a crescere! Dall’altra parte, tutte le politiche che loro odiano si dice che ostacolano la crescita: aumento del minimo salariale, protezione ambientale, pranzi scolastici per i poveri, ferie e malattie per i lavoratori.
Quando queste politiche aumentano la crescita, i ricchi si prendono più di quella che sarebbe la loro giusta quota. Quando le politiche non spingono la crescita, si aumenteranno la quota che va ai ricchi. Testa vincono loro, croce vincono sempre loro.
Chi si meraviglia di questo? Beh, praticamente tutti gli economisti e i responsabili politici del pianeta. Perché? Perché si rifiutano di tenere in considerazione il PO-TE-RE. Mentre in genere si ritiene che il nostro sistema economica sia guidato dal mercato, esso è di fatto guidato dal potere. Chiunque vi avesse prestato attenzione aveva notato che il potere dell’1% è cresciuto inesorabilmente nel corso del periodo dal Secondo Dopoguerra ad oggi. E la loro abilità nello spostare sempre di più i guadagni della crescita economica dalla loro parte è cresciuta in proporzione.
Come ha dimostrato Pavlina Tcherneva, il saldo è ovvio:


Ad ogni ripresa da una crisi, i ricchi catturano una quota più ampia della crescita successiva. L’autrice ci ha mostrato che non conta come si individua la fetta dei ricchi al top della distribuzione del reddito – il top 10%, il top 1%, o i primi decimi di percentuali del primo 1% - la loro quota del bottino proveniente dalla crescita è aumentata ad ogni ripresa economica.
E quando le cose vanno male, lo Zio Sam corre a salvarli. Durante l’ultima calamità, abbiamo dedicato decine di miliardi di dollari in pagamento per salvare i nostri decimali del percentile più ricco di Wall Street, e solo le briciole sono andate a Main Street. In un altro lavoro Tcherneva ha documentato come lo “stimolo fiscale” non è stato orientato a coloro che avevano sofferto di più; e Andy Felkerson e Nicola Mathews ci hanno mostrato che la Fed ha originato oltre 29'000 miliardi di dollari sotto forma di prestiti a basso interesse per salvare Wall Street (vedi qui per gli articoli relativi a questo progetto: http://www.levyi-nstitute.org/ford-levy/governance/).
Nessuna meraviglia quindi che una volta che l’economia è ripartita il nostro 1% si sia preso più dell’intero guadagno. Sono ricchi e potenti, e lo Zio Sam ha indirizzato quasi tutti i suoi sforzi a loro.
Come diceva Hyman Minsky nei lontani anni ’60, se vuoi ridurre la povertà devi includere la creazione di lavoro come una componente centrale della tua guerra alla povertà. Egli aveva (correttamente) predetto che la guerra alla povertà di Kennedy-Johnson avrebbe fallito perché non conteneva questo programma. Sosteneva, inoltre, che una volta che si fosse dato un lavoro a tutti quelli che volevano lavorare, sarebbe stato necessario spostare gradualmente la distribuzione del reddito verso il basso. Lo si sarebbe dovuto fare tenendo bassa la crescita dei redditi in alto e aumentando gradualmente i salari in basso.
Ovviamente non abbiamo fatto nessuna delle due cose. I salari minimi aggiustati all’inflazione sono crollati nel corso dell’ultimo mezzo secolo. La mancanza di posti di lavoro è aumentata. Come è stato documentato da molti, mentre la produttività del lavoro ha continuato la sua traiettoria di crescita, il salario mediano aggiustato all’inflazione è stagnato a partire dagli anni ’70. Chi si è preso la differenza? Il ricco e potente.
Alcuni vogliono proseguire le fallimentari politiche del passato. Vogliono utilizzare la doppia strategia, già sperimentata e fallita, di crescita economica più welfare, rivestita secondo la moda moderna: il reddito di base garantito. Come diceva Minsky, abbiamo certamente bisogno del welfare. La nostra generosità è una misura della nostra umanità. Più welfare, però, non risolverà mai i nostri problemi di povertà e disoccupazione. (Per un’esposizione della critica di Minsky del fallimento dell’approccio della Guerra alla Povertà e la sua proposta per un’alternativa, vedi qui: http://www.levyinstitute.org/pubs/ppb78.pdf).
«In che modo - si chiedeva Minsky - si può migliorare la distribuzione del reddito?» E rispondeva: «prima di tutto con la piena occupazione». Con ciò Minsky intendeva che era necessario raggiungere e sostenere «una salda piena occupazione», che egli definiva «[come la situazione] che esiste quando in una vasta sezione di occupazioni, settori industriali e aree geografiche, i datori di lavoro, ai salari e agli stipendi correnti, preferirebbero assumere più lavoratori di quelli che di fatto hanno già [...] Il raggiungimento e il sostegno di una salda piena occupazione potrebbe fare quasi tutto il lavoro di eliminazione della povertà»
Come ha dimostrato il lavoro di Tcherneva, questa era anche la posizione di J. M. Keynes, che preferiva quelle politiche che assumevano direttamente i lavoratori rispetto a quelle di “pompare la spesa” preferite dai “keynesiani” degli anni ’60. Come ha spiegato Minsky, queste politiche favorivano i “già benestanti”. Il lavoro di Pavlina ci ha mostrato in modo convincente che questo è esattamente quello che è successo.


6. Conclusioni sulla politica di piena occupazione

Lerner aveva proposto di utilizzare la politica monetaria e fiscale per raggiungere la piena occupazione. Egli sosteneva che la disoccupazione fosse una prova del fatto che la spesa dello stato fosse troppo bassa, e che quindi la “finanza funzionale” dettasse al governo che era sua responsabilità quella di aumentare la spesa per eliminare la disoccupazione. Nota anche che non vi è niente di intrinsecamente contraddittorio nel credere che le forze del mercato si equilibrino e nel promuovere al contempo un approccio di finanza funzionale al bilancio pubblico. Tutti gli economisti riconoscono che vi sono dei ruoli che il governo deve giocare, compresi il provvedere alla polizia e all’esercito. Anche se questo fosse tutto ciò di cui si occupasse il governo, potremmo ancora sostenere che lo stato dovrebbe pagare per i servizi militari e di polizia attraverso degli accrediti sui conti correnti bancari, e tassare attraverso degli addebiti, con un bilancio che va verso il deficit quando le entrate fiscali diminuiscono e verso il surplus quando le entrate fiscali aumentano. Questo non sovvertirebbe le forze del mercato ma accrescerebbe la stabilità esattamente nella maniera difesa anche da Friedman (vedi il Box nel capitolo precedente).
In questo capitolo abbiamo dedicato notevole spazio ad esaminare una politica per ottenere il pieno impiego. Sicuramente la finanza funzionale è più che una giustificazione per focalizzare la politica sul raggiungimento della piena occupazione. La conclusione fondamentale della finanza funzionale è che lo stato può permettersi qualsiasi cosa sia in vendita nella sua stessa moneta. E questo comprende anche la forza lavoro. La ragione per cui siamo così preoccupati per la disoccupazione è che si tratta di uno dei più seri fallimenti dei sistemi economici di tutto il mondo. Non è solo il fatto della sofferenza dei disoccupati, ma anche che la loro disoccupazione impone grandi costi per la società, sia in termini di mancata produzione che in termini dei costi sociali che comporta affrontare le conseguenze della disoccupazione.
Una delle ragioni per cui i governi non perseguono la piena occupazione è che pensano di non potersi permettere di assumere tutti i disoccupati. Ci sono ovviamente anche altre ragioni, ma se capiamo i principi della finanza funzionale possiamo almeno eliminare questa giustificazione. Altre obiezioni al perseguimento della piena occupazione comprendono i potenziali effetti in termini di inflazione e di tasso di cambio. Ma possiamo sostenere che questi effetti possono venire minimizzati mediante un disegno appropriato del programma di piena occupazione (vedi il prossimo capitolo).
In termini di opzioni politiche nazionali, un regime valutario di tassi di cambio flessibili rende possibile perseguire politiche di piena occupazione, per esempio attraverso un programma di creazione diretta di posti di lavoro. Anche nel caso di un paese in via di sviluppo, però, una moneta sovrana consente al governo di acquistare qualsiasi cosa sia in vendita nella valuta nazionale, compresa tutta la forza lavoro disoccupata. Il programma può essere progettato in modo tale da prevenire le pressioni inflazionistiche, ma dobbiamo ammettere che una spesa eccessiva da parte del governo può essere inflazionistica. Ma questa è una questione un po’ diversa rispetto al poterselo permettere o no; uno stato sovrano si può permettere di assumere tutti i disoccupati, ma deve disegnare un tale programma in modo da ridurre la pressione inflazionistica.
L’altra questione concerne il tasso di cambio, per cui un possibile risultato della piena occupazione è che possono aumentare le importazioni, creando pressioni sul tasso di cambio. Di nuovo, la nostra conclusione è che, di solito, per risolvere il problema del “Trilemma” è necessaria una qualche combinazione di tassi di cambio fluttuanti e controllo sui movimenti di capitale: se il governo vuole avere uno spazio politico per i programmi nazionali ha bisogno di far fluttuare il cambio e/o di controllare i movimenti di capitali. In aggiunta a questo, come abbiamo discusso, il governo può disegnare il programma lavorativo in modo tale da minimizzare le importazioni e di incoraggiare le esportazioni. Sebbene il passaggio ad un regime di cambi flessibili sia spesso una politica desiderabile, nel frattempo è possibile attuare un programma di creazione di lavoro anche con un tasso di cambio fisso.
Prima di chiudere questo argomento e di passare all’instabilità dei prezzi, ci poniamo una domanda: la MMT può essere adottata anche da chi preferisce uno stato piccolo?


7. MMT per austriaci: può un libertario sostenere il programma JG/ELR?

La MMT non è solamente per chi difende uno stato forte. Tra i critici più veementi della Modern Money Theory (MMT) ci sono i libertari e gli ‘Austriaci’, i quali sono conviniti che i propugnatori della MMT siano uniti nel loro sforzo di espandere lo stato fino a consumare l’intera economia. Questa sezione tenterà di mettere da parte queste paure.
Primo, ad un certo livello la MMT è una descrizione del modo in cui funziona una moneta sovrana. Che lo si ami o lo si odi, il nostro stato sovrano spende facendo accrediti sui conti bancari. Pochi dei critici della MMT capiscono questa cosa, ma hanno paura che se diciamo ai politici e ai cittadini in generale come funzionano le cose i processi democratici porteranno inevitabilmente le persone a chiedere al governo sempre di più, prosciugando il bilancio dello stato. Questo mi ricorda l’argomento di Paul Samuelson secondo cui noi abbiamo bisogno di “un’antica religione”, e che in assenza dei suoi tabù finiremo nella terra dello Zimbabwe con l’iperinflazione che distrugge la nostra moneta.
Tuttavia, anche i seguaci della MMT hanno paura dell’inflazione. E in effetti, la “stabilità dei prezzi” è sempre stata una delle missioni chiave del Centro per la piena occupazione e la stabilità dei prezzi dell’Università del Missouri e Kansas City (http://www.cfeps.org/). Chiaramente, molti Austriaci e libertari credono che l’unica metodo a prova di bomba per evitare l’inflazione sia di ritornare all’oro. Più sopra abbiamo smontato alcuni dei miti circa il funzionamento dei sistemi a “moneta merce” – questi sistemi non hanno mai funzionato nel modo in cui si immaginano molti sostenitori del Gold standard. Ad ogni modo, anche nel caso in cui un Gold standard fosse desiderabile, esso non è politicamente fattibile (secondo me molto meno fattibile rispetto al JG!). In ogni caso, neanche i “MMTers” vogliono elicotteri neri che girano in volo e che lanciano borse piene di contanti; e anche noi ci opponiamo a generici stimoli della domanda mediante pompaggi di soldi (i libertari e gli Austriaci, nonché Milton Friedman, hanno ragione quando dicono che oltre un certo punto – e prima di raggiungere la piena occupazione - questo genererebbe inflazione).
E’ vero che c’è un secondo livello della MMT: noi adoperiamo la nostra analisi su come funziona la moneta per portare analisi razionali all’attività politica del governo. Dal momento che un default involontario è, letteralmente, impossibile per un governo sovrano, passiamo rapidamente oltre queste paure relative ai deficit pubblici e ai rapporti debito/Pil e a tutte le altre insensatezze che attualmente bloccano i politici di Washington e altrove. Possiamo “permetterci” la piena occupazione? Si. Possiamo “permetterci” l’assistenza sociale? Si. Possiamo “permetterci” di mettere il latte nei vassoi di tutti i pranzi scolastici? Si. Il problema non è, e non può essere relativo alla capacità di pagare. Il problema riguarda le risorse reali.
La disoccupazione è semplice: per definizione i disoccupati sono disponibili ad essere assunti, sicché lo stato può metterli al lavoro. L’assistenza sociale è un po’ più complicata: possiamo spostare sufficienti risorse a favore degli anziani (oltre a chi dipende da loro e alle persone con disabilità) in modo che possano godersi una vita confortevole? Per le nazioni ricche e sviluppate, in base a tutte le ragionevoli proiezioni demografiche e di abilità a produrre, la risposta è si. Certo, le proiezioni potrebbero risultare sbagliate, ma se lo sono non si tratterà di un problema di poterselo permettere o meno, sarà un problema di risorse reali. Infine: e per quanto riguarda il latte in tutti i pranzi scolastici? Probabilmente si, ma in caso contrario, sarebbe un problema di risorse reali, e se convertiamo tutte le praterie americane e canadesi alla produzione di latte potremmo risolvere anche questo.
La politica probabilmente più importante tra quelle proposte dagli esponenti della MMT è quella del Lavoro Garantito e dell’Occupazione di Ultima Istanza (JG/ELR). I nostri compagni di viaggio Austriaco-libertari sembrano odiare questo programma. Probabilmente lo hanno frainteso come un programma di “Big Brothers/Big Government”. Le critiche sono, simultaneamente, che questo programma “obbliga” tutti a lavorare e che esso paga tutti “per non lavorare”. In realtà, si tratta di un programma interamente su base volontaria, solo per coloro che vogliono lavorare. Quelli che non sono disposti a lavorare non possono partecipare. I libertari e gli Austriaci dovrebbero adorarlo. Non è un Grande Fratello, e non è nemmeno un Grande Stato. I lavori non devono affatto essere forniti necessariamente dallo stato. Nessuno è obbligato ad accettare uno di questi lavori. Il programma è coerente con tutte le norme che stanno più a cuore agli Austriaci e ai libertari amanti della libertà.
In sintesi:
1 – La MMT è compatibile con qualsiasi dimensione abbia il governo. Se lo si desidera, può essere anche un piccolo stato libertario. Ma esso emette una moneta sovrana fluttuante e sostiene la moneta imponendo delle tasse pagabili in quella moneta. (Beh certo, qui è quando arriva il grande fratello: le tasse sono obbligatorie).
2 – Anche il programma JG/ELR è compatibile con qualsiasi dimensione abbia lo stato. Se tu vuoi un grande settore privato e un piccolo settore statale, basta che tieni la spesa e le tasse basse. Questo libera risorse che possono essere impiegate dal settore privato. Ma continuerai ad avere bisogno di un programma di JG/ELR per occupare tutte le risorse lavorative che il settore privato non può pienamente impiegare. Se gli Austriaci hanno ragione riguardo all’efficienza dei mercati privati, allora anche il JG/ELR continuerà a restare piccolo.
3 – Il programma JG/ELR può venire decentralizzato quanto si vuole. Nel caso in cui il governo federale paghi i salari per le imprese for-profit si avrebbero enormi problemi di incentivi. Per questo sarebbe meglio avere un governo federale che paga gli stipendi del programma, ma avere i lavori che di fatto vengono creati e gestiti da: società no-profit, amministrazioni locali, forse i singoli stati, e forse solo come ultima istanza il governo federale. L’Argentina ha condotto l’esperimento con le cooperative  e sembrano aver avuto grande successo. E perché non lasciare che i nostri gruppi di Austriaco-libertari organizzino i propri progetti di JG/ELR, assumendo lavoratori per le attività no-profit a loro più care?
4 – Il problema con un’economia monetaria (la puoi chiamare anche capitalismo) è che fin dal principio attraverso l’imposizione fiscale si genera disoccupazione (di quelli che cercano i soldi per pagare le tasse). Se avanziamo fino alle nostre economie moderne, quasi completamente monetizzate (abbiamo bisogno dei soldi anche solo per mangiare, guardare la TV, baloccarsi con i telefonini ecc.), vediamo che tutti sono in cerca di soldi (e non solo per pagare le tasse). E’ pura follia quindi cercare obbligare il settore privato a risolvere il problema della disoccupazione causato dalle tasse dello stato. Il settore privato da solo non provvederà mai una piena occupazione su base continua (non l’ha mai fatto). Il JG/ELR è una necessità logica e storica anche per sostenere il settore privato. E’ un complemento, non un sostituto, all’occupazione privata.
Come si può chiamare socialismo l’idea che tutti dovrebbero lavorare (al meglio delle loro capacità) e contribuire alla società, invece che oziare pagati dal welfare?
Dirigiamoci adesso al prossimo capitolo, in cui esamineremo in un certo dettaglio l’inflazione e l’iperinflazione. Molta della paura che gli Austriaci nutrono nei confronti della “fiat money” e della politica fiscale deriva dalla loro interpretazione delle sue presunte conseguenze inflazionistiche.

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Box
Domande frequenti
D: La MMT si basa sull’assunto che lo stato sia benevolente, e che ha in mente l’interesse della popolazione?
R: Decisamente “NO”. La MMT funziona indipendentemente da quanto depravato o democratico sia il governo. Questa è completamente un’altra questione. La MMT va bene anche per gli Austriaci, che vogliono un governo piccolo e debole.
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