lunedì 29 agosto 2016

Moneta statale e unità di conto

    Questo post nasce dallo stimolo venutomi da un'affermazione su facebook di un mio contatto.
In modo particolarmente esplicito e chiaro, egli affermava che dire che "non ci sono i soldi" equivale a dire che non ci sono i chili, i metri ecc, cioè i numeri.
    Questa tesi è sostanzialmente ripresa dai sostenitori della MMT. Ma nella sua provocatorietà si rende evidente anche il suo estremismo, e quindi, di fatto, anche la sua parziale erroneità, quantomeno retorico-argomentativa. A questo proposito si rende più chiaro anche quanto dice Tony Lawson nel suo articolo sulla natura della moneta, in cui critica il neo-cartalismo per il fatto di confondere talvolta l'oggetto materiale della moneta con il valore sottostante della relazione sociale di debito-credito che esso rappresenta e trasmette. (L'articolo lo sto traducendo e dovrebbe essere disponibile fra circa una settimana o poco più, per cui rimando a quello per una discussione più dettagliata).
    La tesi che a questo punto possiamo certamente chiamare 'nominalista', è che la moneta corrisponde all'unità di conto per i seguenti motivi:
- l'unità di conto è stabilita dallo stato.
- lo stato governa la moneta di conto in base ai principi connessi ala sua autorità e potenza, più o  meno legittima. Ha quindi la forza per imporre le tasse pagate in 'oggetti monetati' o di garantire la giustizia delle transazioni di mercato tra privati e tra privati e pubblico.
- Per questi due motivi, lo stato non può finire i soldi in quanto, anche se non li stampasse materialmente, può far diventare moneta qualunque cosa esso nomini nell'unità di conto, dandoli così un valore (una capacità di estinzione, un valore di pagamento) e accettandolo in pagamento. 
   Naturalmente, oltre a questo lo stato, così come altri, può anche stampare monete fisiche, ma il valore facciale e la fiducia in esso è dovuto dalla capacità dello stato di imporre passività, tanto più se legittime moralmente e politicamente, e di rendere accettabili la propria moneta e quella che accetta in pagamento delle obbligazioni nei suoi confronti.
   Ma la conseguenza più interessante e curiosa di questa tesi, è che quando lo stato, un'ente di rilevanza collettiva (che vale per tutta una comunità intera contemporaneamente), riesce a determinare il valore di pagamento di un oggetto all'interno di una comunità, effettivamente qualunque cosa può diventare moneta, cioè pagare i debiti, in particolare verso lo stato e così di conseguenza verso tutti. Ciò significa che la moneta non può finire in quanto è un'unità di misura come i chili, i metri, i numeri e così via, perché anche qualora per qualche strano motivo non potesse più stampare i soldi materiali, potrebbe decidere che le persone possono ripagare i suoi debiti verso lo stato con qualunque altra cosa e oggetto, in quanto lo stato ne determina il valore di pagamento: può dire che per un anno le tasse vengono pagate in chicchi di riso e che ogni chicco può valere mille euro, così che con dieci chicchi di riso paghi diecimila euro di tasse..! Così come, con un esempio meno comico e caotico, può decidere che in certi momenti definiti 10.000 di debiti con Equitalia possono essere pagati con 5000 euro comuni.

Tutto questo discorso però non valuta troppo una questione, quella che Wray affronta quando dice che il valore della moneta deriva dalla fatica necessaria per ottenerne una certa quantità. L'accento sull'unità di conto non dovrebbe servirci a porre l'accento sui mezzi materiali di scambio, sul fatto di poter determinare il loro valore facciale di pagamento. Perché la determinazione del valore di pagamento dei mezzi di scambio significa in realtà determinare il valore delle attività produttive già svolte in cambio di un attivo finanziario - le capacità di determinati lavori di acquisire i mezzi di pagamento. E' quello che dice anche Lawson, (e che mi pare forse dicano anche i "quantici" della scuola di Dijoun), ciò che ha valore è la relazione di debito-credito in cui uno è immerso e in cui ognuno svolge momentaneamente i ruoli di lavoratore e consumatore.
    Le relazioni di creditore come lavoratore e consumatore non possono essere troppo più forti di quelle in quanto produttori e fornitori di beni, sia all'interno (inflazione) che all'esterno (tassi di cambio e competitività).
Quindi, com'è ovvio, nonostante la forza retorica della provocazione, la questione dei limiti alla spesa pubblica rimane. Portando però acqua anche al mulino Amatiano e Fantacciano della separazione tra unità di conto e mezzo di scambio e del fatto che il mezzo materiale di scambio non deve avere valore intrinseco ed essere ricchezza, in quanto è il suo valore facciale e di pagamento che occorre modificare in relazione agli andamenti dell'economia.

 

martedì 23 agosto 2016

Ideologia e normatività concettuale

Una delle cose più interessanti e importanti da fare a livello di teoria sociologica, sarebbe quella di legare insieme un concetto semplice ma efficace di ideologia, come quello che avevo indicato in uno dei primi post, e il concetto di normatività sociale come avevo iniziato a proporre qualche post fa. Il concetto di normatività sociale per come lo intendevo mirava a mettere insieme la costante tendenza e dialettica a fare della normatività legale una normatività logico-concettuale e, viceversa, della normatività concettuale, che risponde comunque anch'essa ad una dinamica più o meno locale in quanto basata su diverse dimensioni dell'intensione di un concetto, una normatività morale.
     In questo senso, ma era difatti uno dei miei interessi di base per questa teorizzazione, un concetto di normatività sociale che si dibatte fra le dimensioni della normatività concettuale e quella morale-legale, è a mio avviso fondamentale per indagare il tema dell'ideologia, in quanto si misura direttamente con il tema delle possibilità sociali.
E' banale ma al tempo stesso, secondo me, radicale e utile, riconoscere che la normatività concettuale connessa alle pratiche sociali è connessa alla accettabilità morale di certi mutamenti sociali attesi o ipotizzati. La limitazione dei possibili sociali, cioè le inferenze che è logicamente possibile trarre da certe situazioni e certi assetti sociali, cioè le conseguenze connesse e traibili da certe azioni e interazioni sociali, è ovviamente legata a quello che si ritiene umanamente e socialmente sopportabile o accettabile.
A seconda della posizione sociale occupata, all'interno dei campi di status o della divisione del lavoro, e delle connessioni sociali, diversi gruppi di persone possono considerare possibile/impossibile, cioè accettabile/sopportabile o non accettabile/non sopportabile, cose ben diverse. Ovviamente in particolare riguardo a ciò che tocca i propri interessi intesi nel modo più ampio possibile.
Ciò va a costituire il tessuto morale di cui è fatta la normatività concettuale, e quindi il tessuto conflittuale sempre inerente all'attribuzione di funzioni di status e la costruzione di significati condivisi.