sabato 3 dicembre 2016

Commento tratto da una discussione su Facebook.
Un mio amico scrive: I no global non potevano vincere perché usavano un linguaggio e avevano idee troppo rivoluzionarie, quindi troppo false, per usare le sue categorie.
E' interessante però che lui, proprio in quanto dichiarato 'riformista forte' ("liberale") rifugge dal problema della relatività della percezione di "eccesso di massimalismo". Ogni importante riforma, infatti, se non è una riforma del tipo di quelle liberiste (per capirsi) che si basano su luoghi del senso comune e su riprese del passato, oltre che a conferme del modello di sviluppo già esistente, per quanto in modo contraddittorio, ogni riforma vera, dicevamo, appare inevitabilmente rivoluzionaria e di rottura con le abitudini e le concezioni acquisite - con 'esemplarità' piuttosto particolari per quanto orientate fortemente al benessere della maggioranza, alla democrazia e all'uguaglianza sostanziale di opportunità e alla solidarietà.
Quello dell'apparire massimalisti è sempre un rischio che una forza riformista deve assumersi.
A questo rischio si aggiunge però anche la relativa esigenza di "smuovere i cuori e gli ideali".
Aumentando in questo modo il contrasto tra una istanza di critica immanente e una di critica esterna. Il problema è che la critica deve essere necessariamente interna per non essere impositiva e radicale, nonché, come dice giustamente paolo, meramente identitaria e autoreferenziale. Ma dall'altro, molte esemplarità (quindi interne) devono da un lato ispirare alterità, non solo miglioramento, specie in alcuni gruppi sociali. Dall'altro, nel momento della prassi, in quanto mutamento di esso rischia di apparire comunque esterna e di rottura, per quanto in precedenza interna.

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