Dal momento che negli ultimi tempi mi sono impantanato, di nuovo, nel ragionare ad una teoria delle istituzioni e del significato sociale, sento il bisogno di cercare di chiarirmi una delle questioni per classiche, cioè che negli anni mi hanno spinto a ragionare su questi temi: quella appunto della natura delle leggi sociologiche e del ruolo che le istituzioni giocano nella possibilità di stabilire o meno delle "leggi" sociali.
Devo fare due premesse: (1) che tenterò di utilizzare una teoria delle istituzioni come pratiche sociali che sto cercando di sviluppare negli ultimi anni; (2) che come "legge" sociologica intendo riferirmi a quelle che pretendono di possedere al loro interno un chiaro meccanismo causale o simil-causale.
Per fare questo utilizzerò alcuni suggerimenti che vengono da un lato dal libro di Raymond Aron Lezioni sulla storia, sul concetto di causa sociale, e che riguardano il fatto che ovviamente l'effetto causale è sempre mediato da un significato, da un momento di elaborazione mentale di un soggetto (una cosa interessante che ho trovato anche ieri in un libro di Rom Harrè); nonché, sopratutto, da un'osservazione fatta da una storica dell'economia in un libro sulla storia economica europea, e che chiama in causa proprio quel rapporto tra storia e sociologia che ha rappresentato uno degli stimoli a questi miei ragionamenti.
La spinta più importante che mi è venuta recentemente dal ragionare su questo tema mi è stata data dalla discussione tra economisti e storici sulla ricostruzione della storia e in particolare di alcuni eventi. Dovrei recuperare il volume di storia economica europea per riportare precisamente la frase che mi ha colpito, ma il punto era in sostanza questo: l'autrice descriveva senza preoccupazioni un caso di svalutazione come un fattore di crisi economica. Ecco, dal momento che una svalutazione, dipende ovviamente da quanto e come, viene invece vista dagli economisti come un fatto tendenzialmente positivo per la nazione che svaluta, rimane da capire il ruolo delle leggi sociali e dei significati nella realtà storica di volta in volta specifica e singolare.
Una legge economica di questo tipo consiste nell'affermare semplicemente che, a seguito di una svalutazione, la convenienza relativa delle merci di quel paese aumenta - di conseguenza aumentano le esportazioni, quindi l'ingresso di moneta nell'economia, quindi i redditi, le spese ecc. Le esportazioni nette sono una fonte di domanda autonoma che aumentano il potere d'acquisto presente in un sistema economico. Per questo motivo, un'economista tenderà, piuttosto, a dire "c'è stata una svalutazione e ciononostante/tuttavia le cose sono andate male -- per questo e quest'altro motivo più o meno contingenti che inficiano una dinamica maggiormente prevedibile". In realtà gli economisti, con il concetto di "elasticità" consentono un maggior grado di astrazione e generalità delle loro teorie-leggi, in quanto lasciano spazio ad un ampio spettro di possibili esiti in base alla variabilità delle condizioni specifiche in cui gli eventi si realizzano. In particolare penso si possano inserire qui le condizioni istituzionali.
Le istituzioni sono quelle pratiche sociali costituite da norme e significati relativamente espliciti e soggettivamente indisponibili - sono quindi dei modelli tipici e diffusi di comportamenti reciproci. La forma dei rapporti sociali entro cui si realizza un evento, determina gli effetti maggiormente prevedibili di questi eventi.
Un esempio tipico, legato alle questioni della svalutazione, è dato dalle condizioni di Marshall-Lerner: un rapporto tra le elasticità di importazioni e di esportazioni rispetto alla variazione del cambio. Un paese che le cui importazioni sono anelastiche, affinché una svalutazione non si traduca in una fuoriuscita netta di moneta, dovrà avere esportazioni molto elastiche rispetto al prezzo, così che la moneta che entra dalle esportazioni compensa l'aumento di moneta che esce in conseguenza dell'aumento del prezzo delle importazioni. Oltre, però, a questa condizione che in realtà è di un tipo che preferirei definire "strutturale" invece che istituzionale, in quanto è maggiormente impersonale e inconsapevole; possono esservi altre regole sociali che possono determinare esiti differenti ed espressamente finalizzate a ciò. Possono per esempio esserci meccanismi di accumulazione di scorte da rilasciare al momento di una svalutazione così da limitare le importazioni; oppure di creazione di lavoro e di aumento del deficit pubblico che compensano immediatamente gli effetti negativi sui redditi che la svalutazione può generare.
Ciò ha quindi a che fare con le interazioni tra organizzazioni ed enti che si fanno entrare in azione nella gestione dei cambi, e quindi la conformazione stessa del "mercato" dei cambi. Potrebbe ad esempio esserci un ente che si occupa del lavoro, ad esempio una Cassa depositi e prestiti dedicata però anche al programma JG che diventa un soggetto importante e istituzionalizzato nella gestione delle variazioni valutarie; di conseguenza vi sarà una pratica sociale del cambio che viene ad avere dimensioni normative e sociali specifiche, e quindi anche semantiche che poi si riflettono sulle regolarità e sulle aspettative legate ad un certo evento.
-- Insomma , non è necessario e inevitabile per legge di natura che una svalutazione provochi un danno né che provochi un beneficio, ma si tratta sempre di costruire teorie di medio raggio la cui verità dipende dal contesto istituzionale in cui si realizzano, dalle pratiche sociali che mediano i processi sociali.
(Similmente, si potrebbe dire che deficit commerciali non generano sempre e comunque svalutazione, in quanto vi sono o possono esservi situazioni che impongono o rendono vantaggioso il continuo riacquisto di titoli del paese in deficit - ad esempio gli Stati Uniti oggi -- di conseguenza, è il significato pratico di certe azioni che viene a modificarsi).
Nessun commento:
Posta un commento