Poiché il concetto di 'inferenza' applicato alla sociologia sembra qualcosa
di estraneo e fuori luogo, anche se come mostreremo in questo e nei successivi
post non lo è assolutamente, per mostrare come mai ritengo importante il
concetto di 'inferenza' per la teoria sociologica, penso che la cosa migliore
sia partire dal ruolo che in questa disciplina giochi, e debba giocare, il
concetto di 'significato dell'azione'. Per spiegare la nostra posizione
parleremo prima del concetto di azione nella sociologia e poi di quello del suo
significato. Dopodiché ci agganceremo il concetto di 'inferenza'.
Tutti coloro che si sono un minimo interessati alla
sociologia e alla discussione sociologica, sanno che uno dei concetti
fondamentali della sociologia è quello di 'agire sociale'. La sociologia può
esistere nella misura in cui nella realtà è rinvenibile qualcosa come un'azione
sociale, cioè qualcosa che è attribuibile all'uomo, agli esseri umani, e che si
svolge all'interno di un contesto sociale, cioè in relazione ad altre persone.
L'azione sociale, è, come dice Max Weber, l'azione individuale 'reciprocamente
orientata', e come tale deve costituire l'oggetto analitico principe della sociologia.
Qui, in realtà si aprono due ampi discorsi, due
dimensioni essenziali della discussione. La prima è che per azione, si intende
primariamente quella volontaria, intenzionale, mentre per società si intende il
contesto in cui questa azione ha luogo e si verifica. Per questo motivo qui il
discorso prende la dicotomia in base a cui l'azione manifesta il moto autonomo
e libero del soggetto, mentre il contesto è ciò che in qualche modo la vincola,
che ne determina o predetermina i possibili orientamenti o gli esiti. Qui, il
termine società, o struttura, viene a rappresentare qualcosa di contrapposto
all'agire, come un qualcosa che vi si contrappone limitandone le possibilità e
la libertà del soggetto. Diciamo che questo è a mio avviso primariamente un
esito comportato da un interpretazione ideologico-politica della metodologia e
della teoria sociologica, a seguito della progressiva affermazione degli ideali
di autonomia e di emancipazione, oltre ad altri processi storici che
tralasciamo. Ciò ha però impedito un approfondimento analitico della questione
del rapporto tra l'agire e il contesto di senso culturale in cui si svolge.
Soprattutto quando affermare che l'orientamento dell'agire è culturalmente e
socialmente mediato e costruito è, spesso ancora, concepito come una scarsa
sensibilità ai diritti degli individui di perseguire i propri obiettivi e
progetti. La società viene prima e determina gli individui, e quindi sarebbe
'moralmente' più importante. Il presupposto di queste paure è secondo me la
scadentissima concettualizzazione delle dimensioni culturali, cioè connesse al
ruolo della costruzione dei significati sociali condivisi. Poichè quello di
cultura è un concetto vago e generico, molti autori (penso sopratutto a Boudon,
autore in ogni caso imprescindibile per qualunque studioso o appassionato di
sociologia - e a molti epigoni 'liberali' dell'individualismo metodologico, in
realtà ontologico e metafisico per esempio Antiseri) si sentono poi
giustificati a saltare a piè pari tutte le importanti conquiste teoriche del
secondo novecento (Parsons, Schutz, Goffman, Garfinkel, Geertz, Habermas,
Giddens, Bourdieu, Apel, Luhmann, Boltanski ecc..) e ad intendere la cultura di
fatto con le semplici abitudini comportamentali, acquisite per mimesi e
imitazione, e con minima importanza teorica ed esplicativa. Ma già secondo la
fantastica definizione di Weber, 'l'uomo è una creatura impigliata nelle
reti di significati che egli stesso ha tessuto'. Nel suo senso migliore
questa definizione un po' en-passant, va intesa come critica al presupposto
essenziale che deriva dalla suddetta carenza: l'individualismo semantico.
Essenzialmente, ogni accento sull'importanza dei contesti nel determinare
l'orientamento dell'agire, ha rilevanza etica e politica in quanto sminuirebbe
il fatto che le intenzioni e le ragioni che muovono i soggetti all'azione sono
eminentemente private, individuali e soggettive. L'attore coltiva una credenza
e una serie di preferenze del tutto autonome e imponderabili, e in base ad esse
decide un obiettivo e lo persegue in base alla sua volontà autonoma. Il mondo
sociale è un semplice contesto materiale con cui ci si abitua a venire a patti
e in cui organizzarsi. La conclusione è che il significato dell'azione deriva
esclusivamente dalla strategia intenzionale dell'attore, ed è quindi riducibile
a quello che l'attore 'decida' o crede che sia il significato dell'azione.
Significato che deriva essenzialmente dall'intenzione che l'attore si propone e
dall'insieme di credenze associate al raggiungimento dell'obiettivo: 'voglio un
caffè': tutti i successivi comportamenti, prendere la giacca, uscire di casa,
prendere la macchina e entrare in un bar, derivano il senso dall'intenzione, a
cui sono associate tutta una serie di credenze e aspettative periferiche:
all'angolo della strada c'è un bar, la macchina partirà, il codice della strada
funziona in un certo modo ecc..; tutto ciò è da interpretare come 'egli vuole
prendere il caffè', il resto è ovvio.
Questa, però, è un'azione semplice. Ma è soprattutto un
modo semplice di descriverla. Sempre a livello individuale, presupporre
l'attribuzione individuale di significato può generare delle tensioni non
indifferenti: l'azione di 'amare' per esempio genera conflitti sul fatto che
l'intenzione è di fatto generale e astratta e può essere portata avanti in modi
molto differenti e diversificati, il cui legame concettuale con il concetto
generale e l'intenzione di amare a cui quello si ispira, può
essere problematico, e come ognuno sa, generare malintesi e contrasti. La
pratica del 'fare beneficienza' è un altro esempio in cui tra l'intenzione e le
conseguenze possono esservi anche totali contraddizioni - Il problema è anche
qui concettuale: le conseguenze della beneficienza possono risultare non
coerenti con quello a cui ex-ante attribuiremmo e ci aspetteremmo che assomigli
un effetto benefico (cioè può creare 'danni', nel senso di qualcosa di più
simile a ciò che siamo propensi a chiamare 'dannoso' in quanto foriero di
malessere e infelicità). Ma lo stesso prendere un caffè, non è così semplice
come sembra. Che significa che qualcuno vuole 'prendersi un caffè'? Dal punto
di vista del cervello individuale, cioè escludendo la socialità dei significati
implicati in quella che possiamo invece intendere come una 'pratica sociale',
il massimo che potremmo dire per descrivere l'azione individuale sarebbe quello
di 'ingerire un liquido stimolante'. La stimolazione infatti è un effetto
organico che in qualche modo 'si impone' alla mente e determina relativamente i
successivi significati, le sensazioni e gli stati d'animo associati allo stato
fisico di eccitazione.
Ma il punto importante che non possiamo evitare, è che
'solitamente', cioè normalmente in senso statistico (ma il punto è il
significato,
e il suo carattere pragmatico, contestuale e sociale, il quale non è un
nesso probabilistico, ma una dinamica di
astrazione delle proprietà
rilevanti per il contesto, con tutte le dinamiche implicite in cui si
costruisce
),
dire 'voglio prendere un caffè' ha tra i suoi elementi semantici non secondari,
il potere di evocare un contesto di senso in base a cui ci si prende una pausa
e ci si rilassa un attimo, oppure 'diamoci una svegliata e cominciamo la
giornata', quindi con un significato-funzione rituale, per esempio la mattina,
di separare fasi diverse della giornata o di concludere qualche attività - per
esempio il caffè come sanzione della fine del pasto. Una persona che abbia un '
modo
tutto suo' di prendere il caffè: per esempio farsi mezz'ora di macchina per
bersi un caffè in un sorso per poi tornare subito al lavoro, potrebbe essere
considerato magari bizzarro; ma al limite qualcuno potrebbe contestare
-legittimamente- che egli non stia 'realmente' 'prendendosi un caffè' ma stia
semplicemente 'ingurgitando in maniera ossessiva' oppure 'vuole prendere le
distanze da una situazione'; il fatto di ingerire la bevanda diventa insomma
del tutto epifenomenico rispetto a quello che costituisce il significato
dell'azione.
 |
| Pierre Bourdieu |
In sostanza, se non si indaga ulteriormente sul contesto
di senso in cui l'azione viene portata avanti, e sul perché una persona opta in
certi momenti per una certa azione, come appunto il prendersi un caffè, la sola
attribuzione di un'intenzione sempre uguale per una pratica sempre uguale, non
ci fa cogliere assolutamente la complessità della vita associata e individuale.
Il modo in cui si arriva ad associare la rilassatezza con il prendere il caffè,
può addirittura risultare impossibile e inconcepibile come nel caso si adotti
la visione organica suddetta.
Per quanto riguarda gli eventi collettivi, per esempio
un'organizzazione, la costruzione di un ponte o altro, è evidente che il
concetto di 'costruzione di un ponte' è di tipo generale, per cui oltre all'ovvio
problema di avere un referente comune di una parola, si presenta l'ulteriore
problema di organizzarsi in quella specifica organizzazione e di
costruire quello specifico ponte, insieme a quelle specifiche
persone. Tutti processi che necessitano della costruzione, della
presupposizione e della continua sorveglianza, in merito al modo corretto
di organizzare la specifica costruzione, al modo in cui in quella situazione si
intende costruire un ponte: come si esemplifica il concetto di ponte, di 'ponte
fatto bene' oppure male e di tutto ciò che serve alla coordinazione lavorativa.
Nell'ottica dell'azione collettiva, anche il potersi prendere un caffè non è
meno complicato. La possibilità di avere una credenza fondata sulla presenza di
un bar lì, presuppone la possibilità della riproduzione di un certo contesto
economico, per esempio anche il fatto che il barista non abbia un concetto
tutto suo di lavoro, per cui può sempre chiudere il negozio e non andare a
lavorare.
 |
| Robert Brandom |
In breve, l'individualismo ontologico del significato,
presuppone che se un soggetto compie un azione, il solo modo per capirne il
senso è quello di fare riferimento alla singola ragione o motivazione
individuale. Ma ciò trascura l'origine sociale del significato personale
(determinati modi più comuni con cui per esempio ci si vorrà rilassare, o
divertire, o amare) e il carattere ancora più necessariamente sociale di quelle
azioni che sono appunto sociali. E' ovvio che una medesima azione possa essere
compiuta per ragioni diverse, e pensando cose differenti, ma da un lato
l'azione deve poter essere riconosciuta come 'la stessa' nonostante le
differenze empiriche e i diversi stati mentali, dall'altro questo non significa
che essa venga ritenuta adatta a rappresentare qualunque stato d'animo e a
compiere qualsiasi intenzione. Leggere le informazioni di un lampione in
strada, solo in un contesto molto particolare e contingente può diventare una
manifestazione d'affetto sentimentale; come potrebbe diventare un esempio
sistematico di comportamento sentimentale? - In sostanza, chi decide il
significato dell'azione? Può deciderlo l'attore in tutto e per tutto?
Per questi motivi, l'approccio che privilegio, poiché ci
apre prospettive molto più interessanti e stimolanti, nonché molto più
realistiche, è quello che definisce l'azione come un costrutto sociale, quello
che Sparti definisce 'contestualista'. La singola azione è un evento, unico e
irripetibile, il cui significato viene a determinarsi da tutta la presenza di
elementi semiotici insieme a cui si verifica. L'azione è un segno che nella
costituzione della realtà sociale ha intrinsecamente un significato. Se non ce
l'avesse e non potesse averlo non agiremmo neanche, forse non potremmo proprio
agire; se è sociale e coinvolge più persone, a maggior ragione non potremmo mai
diventare dei membri competenti della società, partecipare in maniera legittima
e comprensibile, per quanto anche conflittuale, al normale svolgimento delle
interazioni.
Ma da che cosa dipende il significato di un'azione, specie
se sociale? Io intendo fare riferimento alle concezioni 'differenzialiste' dei
segni, poiché da qui si possono ottenere dei concetti con cui fare del
significato un concetto utile per la sociologia, qualcosa che possa rendere
ragione dei caratteri selettivi delle azioni e delle identificazioni degli
eventi sociali o socialmente rilevanti. Solo il riferimento alla socialità del
significato e al suo carattere selettivo-differenziale consente a mio avviso di
poter parlare di 'strutture sociali', cioè come criteri condivisi e
condivisibili di identificazione e associazione di azioni. Questa concezione è
qualcosa che ha a che fare con ciò che fa si che per una certa persona ,
dire 'voglio divertirmi' possa o non possa voler significare certe cose
piuttosto che altre. Nel senso che non ci sono 'infinite' ragioni
-legittime e comprensibili- per fare una certa cosa, un certo agire sociale, nè
è possibile attribuire 'infiniti' significati a quel certo agire. Non è
legittimo divertirsi in infiniti modi possibili. In tanti modi diversi, ma non
in infiniti. Altrimenti come potremmo utilizzare il termine 'divertirsi', se
esso potesse riferirsi a tutto e il contrario di tutto, nonché sviluppare ed
esprimere propensioni e stati d'animo infinitamente diversificati. Sappiamo
che è possibile utilizzare anche espressioni come: 'guarda quello come si
diverte male', 'ti diverti proprio male eh'. Tuttavia ciò non toglie che tali
comportamenti possano essere stigmatizzati e cercati di limitare durante
l'infanzia e lo sviluppo, proprio con lo scopo di limitare le forme possibili
di divertimento.
Perché sia possibile agire in modo condiviso e
riconoscibile, è necessario che le strutture sociali in qualche modo
selezionino le modalità di esemplificazione di certe intenzioni e pratiche,
così che solo è possibile poi attribuire solo una certa gamma di possibili
significati a quel certo agire.
La concezione che ho chiamato 'differenzialista',
senza preoccuparmi delle provenienze dottrinali di questo attributo (Jackobson,
De Seassure, Levì Strauss? Boh..!), starebbe nel fatto che vorrei sostenere
l'idea - che magari forse non è necessaria per la mia tesi - che è perché i
nessi segno-significato non sono infiniti e non devono esserlo che la vita
sociale è possibile. E' possibile pensare, dire e fare 'la stessa cosa', cioè
una cosa che è riconoscibile come analoga e quindi che è possibile
imputare ad analoghe cause e intenzioni e associare a certi prevedibili
effetti e conseguenze analoghe tra loro, solo limitando e selezionando i
modi e significati possibili, e differenziando le rispettive forme. Non posso
chiamare 'sedia' una macchina, perché l'ho già chiamata macchina e macchina
implica una serie determinata e finita di cose. Non necessariamente 'finita' a
priori, ma sussistono tutta una serie di condizioni pragmatiche per aggiungere
caratteristiche salienti e pertinenti che ne mantengono la caratterizzazione di
macchina.
Il problema della inferenza sociale, è quindi
strettamente connesso a tali forme di 'normatività concettuale': non tutto può
implicare tutto e non tutto può fare seguito a tutto.
Altri esempi secondo me pertinenti sono i seguenti:
- quando io voglio impedire agli estranei di entrare nel mio giardino
ci devono essere una serie di elementi. Prima di tutto devo aver imparato a
considerare irrispettoso e intrusivo tale azione, e quindi manifestare la mia
privacy e la mia sfera privata in un certo modo. I contadini dell'800 in molte
parti d'Italia avevano una concezione molto differente di ciò che appartiene
alla sfera pubblica e alla sfera privata, ammesso che avessero una distinzione
assimilabile a quella nostra. Quindi già questo è una manifestazione culturale
molto caratterizzante e delimitante. Ma ovviamente questo è solo l'inizio.
Saltando tante altre credenze connesse, devo quantomeno poi affrontare la
questione in modo legittimo in senso morale: non posso spaccare le gambe con
una mazza a tutti quelli che provano a entrare: il che implica fare una
selezione dei modi legittimi per la quale è comunque difficile separare bene
aspetti normativi da quelli descrittivi: devo considerare inaccettabile
o per vari motivi non opportuno un comportamento del genere, tale
comportamento è di fatto deplorevole o sconveniente. Quindi opto
per mettere un cartello. Ok. E' ovvio però che non posso nè scriverci
sopra 'jkhfh jhdijfdh', né 'qui patatine fritte' perchè tali espressioni hanno
altri significati e implicano altre cose oppure non significano nulla (o
meglio, possono significare un comportamento bizzarro o "chissà
cosa"), ma devo scriverci quello che altri possono capire e anch'io
ho imparato ad utilizzare come modalità di portare avanti quella intenzione, e
cioè 'vietato entrare'. Devo poi metterlo nel posto considerato
opportuno e non fraintendibile dagli altri, devo fare in modo di
manifestare in maniera condivisa e comprensibile la delimitazione della
proprietà etc..
- Un altro esempio secondo me analogo e valido, e più tradizionalmente
sociologico è quello delle associazioni possibili che ha studiato Bourdieu nel
volume La distinzione: tutta la ricerca di Bourdieu in questo volume è atta a
dimostrare come tendenzialmente, a chi piace una cosa non piacerà
un'altra in base a ben definiti criteri e differenziazioni in classi degli
oggetti, in quanto oggetti reciprocamente compatibili dal punto di vista
simbolico, cioè semanticamente pertinenti. Il riferimento alla
'semantica' è inopportuno in quanto irrigidisce tali regole che invece sono
'pratiche', pragmatiche' e 'sociali', quindi meglio dire 'culturalmente
pertinenti', ma il fatto della più generica 'pertinenza simbolica' rimane
essenziale a definire delle strutture di coerenza e di legittimità delle
implicazioni. Bourdieu enfatizza forse troppo l'influenza degli habitus di
classe, in cui la struttura delle opportunità economiche si manifesta nella
rappresentazione del valore in modi differenziati, e 'facendo di necessità
virtù'. Nonchè talvolta una vera e propria divisione di culture tra ricchi e
poveri, per cui non solo si manifestano gli stessi valori in maniera differente,
ma queste diversità esemplificano poi anche valori effettivamente differenti e
resi reciprocamente inaccessibili dalla separazione di ceto, stili e luoghi di
vita. Ma il punto è che se certi atteggiamenti o attività sono 'dei ricchi',
allora non possono essere al tempo stesso 'da poveri'. Gli esempi sono famosi:
il titolo di studio si associa a preferenze statisticamente significative per
un certo cantante preferito; certi consumi culturali con certi consumi
alimentari; il lavoro del padre con la preferenza per certi sport, e così
via... Per esempio chi gioca a bocce manifesterà poi delle preferenze per i
cibi caldi e pesanti.
Un fatto sociale insomma ha tutta una serie di
presupposti da soddisfare per poter essere cosruito. Ma principalmente mi
sembra di poterle rinvenire in una strutturazione-delimitazione delle
pertinenze e delle possibilità. Il motivo per cui è più probabile che a un
operaio piacciano le lasagne più che ad un aristocratico, è in sostanza lo
stesso motivo per cui nel codice civile non ci sono un mucchio di scarabocchi,
e per cui se vedo una partita di calcio so che si tratta di una partita di
calcio e non di una manifestazione politica (poi magari le due cose si possono
sovrapporre, ma ciò richiede le opportune spiegazioni e contestualizzazioni).
Ma per quanto ciò possa apparire estremo e irrealistico, a mio parere è anche
lo stesso motivo per cui si pretende che per esempio 'è necessario ridurre le
pensioni attuali per sostenere la stabilità finanziaria dello stato', e altri
sostengono il contrario. Gli altri semplicemente fanno riferimento a differenti
contenuti semantici riguardo al contenuto delle definizioni. E attribuiscono
differente grado di cogenza e importanza a taluni fatti sociali pouttosto che
ad altri. Attribuiscono cioè differenti proprietà agli oggetti di cui si
tratta, da cui ovviamente derivano certe conseguenze piuttosto che altre; le
inferenze cioè vengono criticate, sulla base dei differenti caratteri ed
effetti attribuiti alle proprietà rilevanti di un fenomeno.
Il punto fondamentale è che, potremmo anche dire, al limite, che dal punto
di vista analitico l'esistenza dei fatti sociali (che potremmo chiamare con
Descombes 'le istituzioni del senso') sono precondizioni di una possibile
azione; nel senso che affinché un'azione sociale sia possibile in quanto
tale, cioè in quanto quella azione e non un altro movimento qualsiasi su uno
sfondo indifferenziato è necessario qualcosa che limiti sia le azioni possibili
che i significati possibili.
Per quanto tutti questi riferimenti si basano su pretese di validità
differenti, su differenti oggetti sociali e naturali, in tutti i casi devono
passare per la strutturazione di significati condivisi sulla cui base è
possibile costruire una vita associata condivisa.
Per ora può bastare questo...........
Bibliografia:
Bourdieu: Per una teoria della pratica, Cortina Raffaello, ed.
or. 1972.
La distinzione, Il mulino, ed. or. 1979.
Il senso pratico, Armando editore, ed. or. 1980.
L. Boltanski: Della critica. Una sociologia dell'emancipazione,
Rosenberg Sellier, ed. or. 2012.
R. Brandom, Articolare le ragioni, Il saggiatore, ed. or. 2002.
Descombes, Le istituzioni del senso, Marietti, ed. or. 1996.
Giddens, Le regole del metodo sociologico,Il mulino, ed. or. 1974.
Central problems
in social theory, ed. or. 1979.
La costituzione
della società, Edizioni Comunità, ed. or. 1984 .
Habermas: Teoria dell'agire comunicativo, Il mulino, ed. or. 1981.
Luhmann: Illuminismo sociologico, Il saggiatore, ed. or. 1976.
Sociologia
del diritto, Laterza, ed. or. 1980.
Sparti: Se un leone potesse parlare, Sansoni editore, 1992