domenica 27 settembre 2015

Breve nota su inferenza e critica


Propongo una sintesi relativa al post precedente. A seguito di quello che mi ha fatto venire in mente una breve corrispondenza per e mail col filosofo morale Riccardo Fanciullacci dell'Universita` di Venezia, a proposito dei suoi ultimi voluminosi lavori, e in particolare di quello di cui e`prevista appunto una ristampa completamente rivista a sostituzione di quella che l'autore ha deciso di ritirare dalle vendite poco dopo la sua uscita ('L'esperienza etica', e 'Le forme dell'agire' che forse non avrà`pero`più`questo titolo)...
La proposta consiste nella seguente definizione programmatica:

La condizione di possibilita`della critica e`data strutturalmente dalla natura inferenziale del significato, in quanto questa e`ciò`che rende possibile e necessario ciò`a cui un certo fenomeno, evento o azione, si connette e a cui da`origine, o a ciò da cui e'originato. Facendo leva proprio sulla natura normativa del contenuto concettuale, ciò`ha una portata diretta per il giudizio sociale: questo e`così` quindi ne deriva x, oppure ne deriva y quindi questo e`così`e così`.

    Una struttura della critica morale e sociale così`fatta, si può`spiegare, e al tempo stesso fornisce qualche base, per prendere come esempi paradigmatici del giudizio critico sociale, le espressioni del tipo : 'e che c'entra questo?' e 'Vediamo di non buttare via il bambino con l'acqua sporca'. Che rappresentano due modi essenziali dell'implicatura normativa sociale, più`sequenziale la prima, più`logico-deduttiva la seconda, e costituiscono in questo modo la struttura della critica immanente al mondo sociale.

    La possibilita`della critica sociale e`data dalla possibilità`e dalla necessita`di organizzare e rappresentarsi razionalmente e inferenzialmente i processi sociali. E`forse probabile che la norma sociale esista per rendere possibile e funzionante una struttura inferenziale dei fenomeni sociali. Una qualche logica e prevedibilita', che per quanto vaga e soggetta a errori e apprendimenti, consente di essere spiegata e compresa, ricondotta a ragione.
    Oltre ad intendere quanto appena detto semplicemente nel senso della necessità di affrontare, semplificandola, la complessità del mondo dandoli un ordine, possiamo creare uno spazio per verificarne la tesi pensando all'esempio del 'dono' riportato dal volume di Vincent Descombes.
A pagina 312 scrive:
"Le parti (dell'oggetto complesso 'dono', del dono come un tutto unitario in quanto sistema di senso strutturale) sono le tre obbligazioni con le quali, in queste società, il fatto di donare, che è lui stesso un'obbligazione sociale, crea l'obbligazione per il donatario di ricevere, pena di far perdere la faccia al donatore, e anche quello di rendere, pena di perdere lui stesso la faccia".
    Secondo me, mettendo insieme tutti gli autori citati nel post precedente, in particolare in questo caso Descombes, Brandom, Boltanski, Giddens, possiamo notare due aspetti. Più fedelmente a Descombes, è importante sottolineare la sotto-frase, 'che è lui stesso un'obbligazione', in quanto questa frase è importante per Descombes al fine di evidenziare che, come in Giddens, abbiamo a che fare con un criterio ex-ante di pertinenza, una 'regola del dono', in base alla quale siamo chiamati a portare una serie non infinita delle azioni possibili che possano essere identificate come pertinenti. Cioè il dono deve essere fatto come un esemplificazione della regola del dono, la quale implica l'aspettativa legittima di una serie di azioni (obbligazioni) che costituiscono l'oggetto-sistema del dono. Seconda cosa, è amio avviso importante sottolineare, con Brandom, sottolineare la frase successiva: 'crea l'obbligazione del dono'. Come fa l'atto materiale del donare a creare un'obbligazione a ricevere e poi a donare nuovamente? Con Descombes possiamo dire che finché non ci sia un'accettazione e un ricambio, non siamo ancora davanti ad un dono. Ma il fatto è appunto che se il primo dono è stato fatto in base alla regola del dono, esso sarà già riconoscibile in quanto primo atto di un dono che quindi in quanto tale necèssita e pretende il proseguio pertinente e opportuno. Per questo esso è capace di creare un'obbligazione, in quanto si basa su una definizione semantico-istituzionale delle azioni che esemplificano e definiscono un oggetto sociale, un complesso di azioni strutturate secondo una logica concettuale socialmente sancita. Le proprietà che fanno si che il primo atto del dono sia capace di 'obbligare', non sono ovviamente delle proprietà logiche-materiali, non sono assolutamente spiegabili in riferimento a ciò, ma in base al suo significato, il senso specifico; ma questo senso è quindi in quanto tale costituito da una logica che ha valenza politica. Ciò è facile da dimostrare con il fatto che una persona può sempre scegliere di rompere il sistema del dono, cioè la successione attesa delle azioni reciproche (comunicazioni, con Luhmann), e può farlo proprio rivendicando il fatto che da una cosa non segue il resto necessariamente. E' una definizione politica soggetta a conflitto quella in base alla quale il dono è fatto di tre azioni: dare, ricevere e contraccambiare (non a caso nel cristianesimo il concetto di dono è riservato più che altro alle azioni singole di assoluta gratuità, mentre il discorso triadico di Mauss e compari può essere applicato per metafora a 'delle strutture sociali fondamentali' della comunanza sociale, in quanto manifestazione di solidarietà e appartenenza socialmente necessarie e sancite); e di conseguenza che dalla prima azione segua l'altra. 

  Si può ovviamente discutere se per mettere in crisi una certa 'regola del dono' -((al di là delle differenze nei sistemi teorici potremmo dire che, Giddens la chiamerebbe la 'struttura sociale del dono', Luhmann 'il sistema del dono', Searle e Gilbert forse 'l'oggetto sociale del dono' - in tutti i casi, meno forse in Luhmann, da questo punto di vista più wittgensteiniano ancora degli altri: non esistono regole ex-ante ma solo ex-post, senza nessun potere vincolante di tipo logico definitorio; in tutti i casi, insomma, potremmo dire che c'è una logica intenzionale che connette da un punto di vista definitorio concettuale gli elementi di un fenomeno sociale, che quindi in qualche modo vincola e consente di realizzare un criterio associativo da poter realizzare successivamente nella realtà delle azioni-comunicazioni reali))-  sia necessario prima mettere in discussione cos'è il dono nel suo insieme, cioè la regola del dono complessiva, o se venga prima la messa in discussione della sequenza, cioè se dalla prima possa seguire la seconda dell'accettazione cordiale ma che non si debba pretendere la terza del ricambio. Potremmo dire che queste seconde critiche provocano disagio proprio perché vanno sempre insieme ad una implicita richiesta di ridefinizione del modo in cui si esemplifica la regola del dono, quindi di cos'è, e quindi in cosa debba consistere, il dono di fatto. Se egli critica il modo in cui si dona, siamo sicuri che egli non stia mettendo in dubbio il dono tutto in quanto tale? Ogni pratica fortemente istituzionalizzata e routinizata, si pone sempre su questo rischio dato dal fatto di identificare in maniera più rigida il dono in generale con i modi specifici in cui si realizza. - Un esempio lampante di questo tipo di conflitti è attualmente quello che circonda la famiglia e la sua definizione.

giovedì 17 settembre 2015

SULL'IMPORTANZA DEL CONCETTO DI INFERENZA PER LA SOCIOLOGIA



Poiché il concetto di 'inferenza' applicato alla sociologia sembra qualcosa di estraneo e fuori luogo, anche se come mostreremo in questo e nei successivi post non lo è assolutamente, per mostrare come mai ritengo importante il concetto di 'inferenza' per la teoria sociologica, penso che la cosa migliore sia partire dal ruolo che in questa disciplina giochi, e debba giocare, il concetto di 'significato dell'azione'. Per spiegare la nostra posizione parleremo prima del concetto di azione nella sociologia e poi di quello del suo significato. Dopodiché ci agganceremo il concetto di 'inferenza'.
    Tutti coloro che si sono un minimo interessati alla sociologia e alla discussione sociologica, sanno che uno dei concetti fondamentali della sociologia è quello di 'agire sociale'. La sociologia può esistere nella misura in cui nella realtà è rinvenibile qualcosa come un'azione sociale, cioè qualcosa che è attribuibile all'uomo, agli esseri umani, e che si svolge all'interno di un contesto sociale, cioè in relazione ad altre persone. L'azione sociale, è, come dice Max Weber, l'azione individuale 'reciprocamente orientata', e come tale deve costituire l'oggetto analitico principe della sociologia.
    Qui, in realtà si aprono due ampi discorsi, due dimensioni essenziali della discussione. La prima è che per azione, si intende primariamente quella volontaria, intenzionale, mentre per società si intende il contesto in cui questa azione ha luogo e si verifica. Per questo motivo qui il discorso prende la dicotomia in base a cui l'azione manifesta il moto autonomo e libero del soggetto, mentre il contesto è ciò che in qualche modo la vincola, che ne determina o predetermina i possibili orientamenti o gli esiti. Qui, il termine società, o struttura, viene a rappresentare qualcosa di contrapposto all'agire, come un qualcosa che vi si contrappone limitandone le possibilità e la libertà del soggetto. Diciamo che questo è a mio avviso primariamente un esito comportato da un interpretazione ideologico-politica della metodologia e della teoria sociologica, a seguito della progressiva affermazione degli ideali di autonomia e di emancipazione, oltre ad altri processi storici che tralasciamo. Ciò ha però impedito un approfondimento analitico della questione del rapporto tra l'agire e il contesto di senso culturale in cui si svolge. Soprattutto quando affermare che l'orientamento dell'agire è culturalmente e socialmente mediato e costruito è, spesso ancora, concepito come una scarsa sensibilità ai diritti degli individui di perseguire i propri obiettivi e progetti. La società viene prima e determina gli individui, e quindi sarebbe 'moralmente' più importante. Il presupposto di queste paure è secondo me la scadentissima concettualizzazione delle dimensioni culturali, cioè connesse al ruolo della costruzione dei significati sociali condivisi. Poichè quello di cultura è un concetto vago e generico, molti autori (penso sopratutto a Boudon, autore in ogni caso imprescindibile per qualunque studioso o appassionato di sociologia - e a molti epigoni 'liberali' dell'individualismo metodologico, in realtà ontologico e metafisico per esempio Antiseri) si sentono poi giustificati a saltare a piè pari tutte le importanti conquiste teoriche del secondo novecento (Parsons, Schutz, Goffman, Garfinkel, Geertz, Habermas, Giddens, Bourdieu, Apel, Luhmann, Boltanski ecc..) e ad intendere la cultura di fatto con le semplici abitudini comportamentali, acquisite per mimesi e imitazione, e con minima importanza teorica ed esplicativa. Ma già secondo la fantastica definizione di Weber, 'l'uomo è una creatura impigliata nelle reti di significati che egli stesso ha tessuto'. Nel suo senso migliore questa definizione un po' en-passant, va intesa come critica al presupposto essenziale che deriva dalla suddetta carenza: l'individualismo semantico. Essenzialmente, ogni accento sull'importanza dei contesti nel determinare l'orientamento dell'agire, ha rilevanza etica e politica in quanto sminuirebbe il fatto che le intenzioni e le ragioni che muovono i soggetti all'azione sono eminentemente private, individuali e soggettive. L'attore coltiva una credenza e una serie di preferenze del tutto autonome e imponderabili, e in base ad esse decide un obiettivo e lo persegue in base alla sua volontà autonoma. Il mondo sociale è un semplice contesto materiale con cui ci si abitua a venire a patti e in cui organizzarsi. La conclusione è che il significato dell'azione deriva esclusivamente dalla strategia intenzionale dell'attore, ed è quindi riducibile a quello che l'attore 'decida' o crede che sia il significato dell'azione. Significato che deriva essenzialmente dall'intenzione che l'attore si propone e dall'insieme di credenze associate al raggiungimento dell'obiettivo: 'voglio un caffè': tutti i successivi comportamenti, prendere la giacca, uscire di casa, prendere la macchina e entrare in un bar, derivano il senso dall'intenzione, a cui sono associate tutta una serie di credenze e aspettative periferiche: all'angolo della strada c'è un bar, la macchina partirà, il codice della strada funziona in un certo modo ecc..; tutto ciò è da interpretare come 'egli vuole prendere il caffè', il resto è ovvio.
    Questa, però, è un'azione semplice. Ma è soprattutto un modo semplice di descriverla. Sempre a livello individuale, presupporre l'attribuzione individuale di significato può generare delle tensioni non indifferenti: l'azione di 'amare' per esempio genera conflitti sul fatto che l'intenzione è di fatto generale e astratta e può essere portata avanti in modi molto differenti e diversificati, il cui legame concettuale con il concetto generale e l'intenzione di amare a cui quello si ispira,  può essere problematico, e come ognuno sa, generare malintesi e contrasti. La pratica del 'fare beneficienza' è un altro esempio in cui tra l'intenzione e le conseguenze possono esservi anche totali contraddizioni - Il problema è anche qui concettuale: le conseguenze della beneficienza possono risultare non coerenti con quello a cui ex-ante attribuiremmo e ci aspetteremmo che assomigli un effetto benefico (cioè può creare 'danni', nel senso di qualcosa di più simile a ciò che siamo propensi a chiamare 'dannoso' in quanto foriero di malessere e infelicità). Ma lo stesso prendere un caffè, non è così semplice come sembra. Che significa che qualcuno vuole 'prendersi un caffè'? Dal punto di vista del cervello individuale, cioè escludendo la socialità dei significati implicati in quella che possiamo invece intendere come una 'pratica sociale', il massimo che potremmo dire per descrivere l'azione individuale sarebbe quello di 'ingerire un liquido stimolante'. La stimolazione infatti è un effetto organico che in qualche modo 'si impone' alla mente e determina relativamente i successivi significati, le sensazioni e gli stati d'animo associati allo stato fisico di eccitazione.
   Ma il punto importante che non possiamo evitare, è che 'solitamente', cioè normalmente in senso statistico (ma il punto è il significato, e il suo carattere pragmatico, contestuale e sociale, il quale non è un nesso probabilistico, ma una dinamica di astrazione delle proprietà rilevanti per il contesto, con tutte le dinamiche implicite in cui si costruisce[1]), dire 'voglio prendere un caffè' ha tra i suoi elementi semantici non secondari, il potere di evocare un contesto di senso in base a cui ci si prende una pausa e ci si rilassa un attimo, oppure 'diamoci una svegliata e cominciamo la giornata', quindi con un significato-funzione rituale, per esempio la mattina, di separare fasi diverse della giornata o di concludere qualche attività - per esempio il caffè come sanzione della fine del pasto. Una persona che abbia un 'modo tutto suo' di prendere il caffè: per esempio farsi mezz'ora di macchina per bersi un caffè in un sorso per poi tornare subito al lavoro, potrebbe essere considerato magari bizzarro; ma al limite qualcuno potrebbe contestare -legittimamente- che egli non stia 'realmente' 'prendendosi un caffè' ma stia semplicemente 'ingurgitando in maniera ossessiva' oppure 'vuole prendere le distanze da una situazione'; il fatto di ingerire la bevanda diventa insomma del tutto epifenomenico rispetto a quello che costituisce il significato dell'azione.

Pierre Bourdieu
    In sostanza, se non si indaga ulteriormente sul contesto di senso in cui l'azione viene portata avanti, e sul perché una persona opta in certi momenti per una certa azione, come appunto il prendersi un caffè, la sola attribuzione di un'intenzione sempre uguale per una pratica sempre uguale, non ci fa cogliere assolutamente la complessità della vita associata e individuale. Il modo in cui si arriva ad associare la rilassatezza con il prendere il caffè, può addirittura risultare impossibile e inconcepibile come nel caso si adotti la visione organica suddetta.
    Per quanto riguarda gli eventi collettivi, per esempio un'organizzazione, la costruzione di un ponte o altro, è evidente che il concetto di 'costruzione di un ponte' è di tipo generale, per cui oltre all'ovvio problema di avere un referente comune di una parola, si presenta l'ulteriore problema di organizzarsi in quella specifica organizzazione e di costruire quello specifico ponte, insieme a quelle specifiche persone. Tutti processi che necessitano della costruzione, della presupposizione e della continua sorveglianza, in merito al modo corretto di organizzare la specifica costruzione, al modo in cui in quella situazione si intende costruire un ponte: come si esemplifica il concetto di ponte, di 'ponte fatto bene' oppure male e di tutto ciò che serve alla coordinazione lavorativa. Nell'ottica dell'azione collettiva, anche il potersi prendere un caffè non è meno complicato. La possibilità di avere una credenza fondata sulla presenza di un bar lì, presuppone la possibilità della riproduzione di un certo contesto economico, per esempio anche il fatto che il barista non abbia un concetto tutto suo di lavoro, per cui può sempre chiudere il negozio e non andare a lavorare.
Robert Brandom
    In breve, l'individualismo ontologico del significato, presuppone che se un soggetto compie un azione, il solo modo per capirne il senso è quello di fare riferimento alla singola ragione o motivazione individuale. Ma ciò trascura l'origine sociale del significato personale (determinati modi più comuni con cui per esempio ci si vorrà rilassare, o divertire, o amare) e il carattere ancora più necessariamente sociale di quelle azioni che sono appunto sociali. E' ovvio che una medesima azione possa essere compiuta per ragioni diverse, e pensando cose differenti, ma da un lato l'azione deve poter essere riconosciuta come 'la stessa' nonostante le differenze empiriche e i diversi stati mentali, dall'altro questo non significa che essa venga ritenuta adatta a rappresentare qualunque stato d'animo e a compiere qualsiasi intenzione. Leggere le informazioni di un lampione in strada, solo in un contesto molto particolare e contingente può diventare una manifestazione d'affetto sentimentale; come potrebbe diventare un esempio sistematico di comportamento sentimentale? - In sostanza, chi decide il significato dell'azione? Può deciderlo l'attore in tutto e per tutto?
    Per questi motivi, l'approccio che privilegio, poiché ci apre prospettive molto più interessanti e stimolanti, nonché molto più realistiche, è quello che definisce l'azione come un costrutto sociale, quello che Sparti definisce 'contestualista'. La singola azione è un evento, unico e irripetibile, il cui significato viene a determinarsi da tutta la presenza di elementi semiotici insieme a cui si verifica. L'azione è un segno che nella costituzione della realtà sociale ha intrinsecamente un significato. Se non ce l'avesse e non potesse averlo non agiremmo neanche, forse non potremmo proprio agire; se è sociale e coinvolge più persone, a maggior ragione non potremmo mai diventare dei membri competenti della società, partecipare in maniera legittima e comprensibile, per quanto anche conflittuale, al normale svolgimento delle interazioni.
    Ma da che cosa dipende il significato di un'azione, specie se sociale? Io intendo fare riferimento alle concezioni 'differenzialiste' dei segni, poiché da qui si possono ottenere dei concetti con cui fare del significato un concetto utile per la sociologia, qualcosa che possa rendere ragione dei caratteri selettivi delle azioni e delle identificazioni degli eventi sociali o socialmente rilevanti. Solo il riferimento alla socialità del significato e al suo carattere selettivo-differenziale consente a mio avviso di poter parlare di 'strutture sociali', cioè come criteri condivisi e condivisibili di identificazione e associazione di azioni. Questa concezione è qualcosa che ha a che fare con ciò che fa si che per una certa persona , dire 'voglio divertirmi' possa o non possa voler significare certe cose piuttosto che altre. Nel senso che non ci sono 'infinite' ragioni -legittime e comprensibili- per fare una certa cosa, un certo agire sociale, nè è possibile attribuire 'infiniti' significati a quel certo agire. Non è legittimo divertirsi in infiniti modi possibili. In tanti modi diversi, ma non in infiniti. Altrimenti come potremmo utilizzare il termine 'divertirsi', se esso potesse riferirsi a tutto e il contrario di tutto, nonché sviluppare ed esprimere propensioni e stati d'animo infinitamente diversificati. Sappiamo che è possibile utilizzare anche espressioni come: 'guarda quello come si diverte male', 'ti diverti proprio male eh'. Tuttavia ciò non toglie che tali comportamenti possano essere stigmatizzati e cercati di limitare durante l'infanzia e lo sviluppo, proprio con lo scopo di limitare le forme possibili di divertimento.
    Perché sia possibile agire in modo condiviso e riconoscibile, è necessario che le strutture sociali in qualche modo selezionino le modalità di esemplificazione di certe intenzioni e pratiche, così che solo è possibile poi attribuire solo una certa gamma di possibili significati a quel certo agire.
    La concezione che  ho chiamato 'differenzialista', senza preoccuparmi delle provenienze dottrinali di questo attributo (Jackobson, De Seassure, Levì Strauss? Boh..!), starebbe nel fatto che vorrei sostenere l'idea - che magari forse non è necessaria per la mia tesi - che è perché i nessi segno-significato non sono infiniti e non devono esserlo che la vita sociale è possibile. E' possibile pensare, dire e fare 'la stessa cosa', cioè una cosa che è riconoscibile come analoga e quindi che è possibile imputare ad analoghe cause e intenzioni e associare a certi prevedibili effetti e conseguenze analoghe tra loro, solo limitando e selezionando i modi e significati possibili, e differenziando le rispettive forme. Non posso chiamare 'sedia' una macchina, perché l'ho già chiamata macchina e macchina implica una serie determinata e finita di cose. Non necessariamente 'finita' a priori, ma sussistono tutta una serie di condizioni pragmatiche per aggiungere caratteristiche salienti e pertinenti che ne mantengono la caratterizzazione di macchina.
    Il problema della inferenza sociale, è quindi strettamente connesso a tali forme di 'normatività concettuale': non tutto può implicare tutto e non tutto può fare seguito a tutto.
Altri esempi secondo me pertinenti sono i seguenti:
-  quando io voglio impedire agli estranei di entrare nel mio giardino ci devono essere una serie di elementi. Prima di tutto devo aver imparato a considerare irrispettoso e intrusivo tale azione, e quindi manifestare la mia privacy e la mia sfera privata in un certo modo. I contadini dell'800 in molte parti d'Italia avevano una concezione molto differente di ciò che appartiene alla sfera pubblica e alla sfera privata, ammesso che avessero una distinzione assimilabile a quella nostra. Quindi già questo è una manifestazione culturale molto caratterizzante e delimitante. Ma ovviamente questo è solo l'inizio. Saltando tante altre credenze connesse, devo quantomeno poi affrontare la questione in modo legittimo in senso morale: non posso spaccare le gambe con una mazza a tutti quelli che provano a entrare: il che implica fare una selezione dei modi legittimi per la quale è comunque difficile separare bene aspetti normativi da quelli descrittivi: devo considerare inaccettabile o per vari motivi non opportuno un comportamento del genere, tale comportamento  è di fatto deplorevole o sconveniente. Quindi opto per mettere un cartello. Ok. E' ovvio però che non posso nè scriverci sopra 'jkhfh jhdijfdh', né 'qui patatine fritte' perchè tali espressioni hanno altri significati e implicano altre cose oppure non significano nulla (o meglio, possono significare un comportamento bizzarro o "chissà cosa"), ma devo scriverci quello che altri possono capire e anch'io ho imparato ad utilizzare come modalità di portare avanti quella intenzione, e cioè 'vietato entrare'. Devo poi metterlo nel posto considerato opportuno e non fraintendibile dagli altri, devo fare in modo di manifestare in maniera condivisa e comprensibile la delimitazione della proprietà etc..
- Un altro esempio secondo me analogo e valido, e più tradizionalmente sociologico è quello delle associazioni possibili che ha studiato Bourdieu nel volume La distinzione: tutta la ricerca di Bourdieu in questo volume è atta a dimostrare come tendenzialmente, a chi piace una cosa non piacerà un'altra in base a ben definiti criteri e differenziazioni in classi degli oggetti, in quanto oggetti reciprocamente compatibili dal punto di vista simbolico, cioè semanticamente pertinenti. Il riferimento alla 'semantica' è inopportuno in quanto irrigidisce tali regole che invece sono 'pratiche', pragmatiche' e 'sociali', quindi meglio dire 'culturalmente pertinenti', ma il fatto della più generica 'pertinenza simbolica' rimane essenziale a definire delle strutture di coerenza e di legittimità delle implicazioni. Bourdieu enfatizza forse troppo l'influenza degli habitus di classe, in cui la struttura delle opportunità economiche si manifesta nella rappresentazione del valore in modi differenziati, e 'facendo di necessità virtù'. Nonchè talvolta una vera e propria divisione di culture tra ricchi e poveri, per cui non solo si manifestano gli stessi valori in maniera differente, ma queste diversità esemplificano poi anche valori effettivamente differenti e resi reciprocamente inaccessibili dalla separazione di ceto, stili e luoghi di vita. Ma il punto è che se certi atteggiamenti o attività sono 'dei ricchi', allora non possono essere al tempo stesso 'da poveri'. Gli esempi sono famosi: il titolo di studio si associa a preferenze statisticamente significative per un certo cantante preferito; certi consumi culturali con certi consumi alimentari; il lavoro del padre con la preferenza per certi sport, e così via... Per esempio chi gioca a bocce manifesterà poi delle preferenze per i cibi caldi e pesanti.
    Un fatto sociale insomma ha tutta una serie di presupposti da soddisfare per poter essere cosruito. Ma principalmente mi sembra di poterle rinvenire in una strutturazione-delimitazione delle pertinenze e delle possibilità. Il motivo per cui è più probabile che a un operaio piacciano le lasagne più che ad un aristocratico, è in sostanza lo stesso motivo per cui nel codice civile non ci sono un mucchio di scarabocchi, e per cui se vedo una partita di calcio so che si tratta di una partita di calcio e non di una manifestazione politica (poi magari le due cose si possono sovrapporre, ma ciò richiede le opportune spiegazioni e contestualizzazioni). Ma per quanto ciò possa apparire estremo e irrealistico, a mio parere è anche lo stesso motivo per cui si pretende che per esempio 'è necessario ridurre le pensioni attuali per sostenere la stabilità finanziaria dello stato', e altri sostengono il contrario. Gli altri semplicemente fanno riferimento a differenti contenuti semantici riguardo al contenuto delle definizioni. E attribuiscono differente grado di cogenza e importanza a taluni fatti sociali pouttosto che ad altri. Attribuiscono cioè differenti proprietà agli oggetti di cui si tratta, da cui ovviamente derivano certe conseguenze piuttosto che altre; le inferenze cioè vengono criticate, sulla base dei differenti caratteri ed effetti attribuiti alle proprietà rilevanti di un fenomeno.
Il punto fondamentale è che, potremmo anche dire, al limite, che dal punto di vista analitico l'esistenza dei fatti sociali (che potremmo chiamare con Descombes 'le istituzioni del senso') sono precondizioni di una possibile azione; nel senso che affinché un'azione sociale sia possibile in quanto tale, cioè in quanto quella azione e non un altro movimento qualsiasi su uno sfondo indifferenziato è necessario qualcosa che limiti sia le azioni possibili che i significati possibili.
Per quanto tutti questi riferimenti si basano su pretese di validità differenti, su differenti oggetti sociali e naturali, in tutti i casi devono passare per la strutturazione di significati condivisi sulla cui base è possibile costruire una vita associata condivisa.

Per ora può bastare questo...........

Bibliografia:
Bourdieu:  Per una teoria della pratica, Cortina Raffaello, ed. or. 1972.
                  La distinzione, Il mulino, ed. or. 1979.
                  Il senso pratico, Armando editore, ed. or. 1980.
L. Boltanski: Della critica. Una sociologia dell'emancipazione, Rosenberg Sellier, ed. or. 2012.
R. Brandom, Articolare le ragioni, Il saggiatore, ed. or. 2002.
Descombes, Le istituzioni del senso, Marietti, ed. or. 1996.
Giddens, Le regole del metodo sociologico,Il mulino, ed. or. 1974.
               Central problems in social theory, ed. or. 1979.
               La costituzione della società, Edizioni Comunità, ed. or. 1984 .
Habermas: Teoria dell'agire comunicativo, Il mulino, ed. or. 1981.
Luhmann: Illuminismo sociologico, Il saggiatore, ed. or. 1976.
                 Sociologia del diritto, Laterza, ed. or. 1980.
Sparti: Se un leone potesse parlare, Sansoni editore, 1992


                 



[1] su questo Bourdieu ci ha insistito molto: il carattere simbolico-culturale della vita sociale, in quanto orientata in base a realizzazioni di schemi e strutture, consente poi di intravedere delle regolarità statistiche, e tuttavia ciò non significa assolutamente che si possa costruire una logica deduttiva delle applicazioni particolari di tali schemi astratti - sul genere dello strutturalismo di Levi Strauss - le quali applicazioni seguono appunto invece una 'logica pratica'; e per questo intendo utilizzare il concetto più generale di inferenza, in quanto esso consente secondo me di aprirsi ai criteri di validità e alle logiche pragmatiche storicamente situate e contingenti

venerdì 11 settembre 2015

La bottiglia di Levissima. Un esempio di Greenwashing


È difficile trovarsi davanti ad un esempio più evidente di ‘greenwashing’. E’ questo che mi è successo l’altro giorno quando la quiete indotta dai rilassanti colori verde-azzurri della mia bottiglia è stata interrotta dal tentativo di appello ad una qualche razionalità da parte dei nostri simpatici produttori di acqua naturale. Chi fa tanto sforzo di marketing, ricerca e innovazione ha ovviamente cura di renderci partecipi di tanto impegno e preoccupazione. La Levissima ci informa infatti che il 20% della plastica di cui è composta tale bottiglia è fatto con plastica biologica derivata da coltivazioni di mais. E che questo è ‘evidentemente’ un segno della sempre maggiore sostenibilità ambientale del loro servizio.


http://www.greenbiz.it/images/Wild_purity_profile_450x300.jpg


La bizzarria di una tale pretesa è però presto dimostrata. Primo, dal punto di vista del riciclo il 20% di bioplastica non rende assolutamente la bottiglia differente dalle altre bottiglie interamente di plastica: essa deve comunque essere buttata tra la plastica, non certo nell’organico come capita agli oggetti fatti completamente di bioplastica.
Secondo, la ormai rinomata questione della destinazione d’uso delle terre: non è ben chiaro perché dovrebbe essere più ecologicamente sostenibile attivare produzioni di mais, che non si sa dove e come viene coltivato, piuttosto che comprare direttamente plastica da petrolio. L’agricoltura è responsabile per circa la metà delle emissioni di CO2 nel mondo, non è certo di per sé una garanzia di sostenibilità climatica. Sopratutto se tali coltivazioni riducono in qualche modo i terreni a disposizione per coltivazioni realmente sostenibili.
Mi si dirà che comunque in tal modo si utilizza meno plastica derivata dal petrolio e quindi si riduce la domanda complessiva incentivando la transizione. Ma non è detto neanche questo. Da un lato, come dicevamo prima, l’agricoltura industriale è una delle maggiori utilizzatrici di combustibili fossili e di derivati chimici del petrolio, quindi si dovrebbe andare a verificare l’impatto complessivo. Dall’altro, dal momento che lo scopo è fin dall’inizio quello solamente di ridurre, ma non eliminare, l’utilizzo di plastica per la medesima bottiglia, quindi di petrolio, si potrebbe anche sostenere che il suo effetto prevalente sarà quello di contribuire a far scendere il prezzo del petrolio, finendo magari per renderlo più conveniente e alimentarne di fatto il consumo.
A questo potremmo aggiungere, quarto, il sempre probabile verificarsi dell’effetto ‘rimbalzo’. Sarebbe ovviamente da verificare caso per caso, ma l’ipotesi è questa: da un lato i consumatori sentendosi così contenti di prendere parte a tali magnifiche sorti e progressive, e in qualche modo più ‘a posto’ con la coscienza, potrebbero pensare di aumentare il consumo di acqua in bottiglia rispetto a prima, così che l’effetto complessivo andrebbe magari ad annullare il 20% di risparmio petrolifero. Dall’altro, qualora l’aggiunta di una percentuale di ‘plastica al mais’ rendesse minore il costo di produzione unitario delle bottiglie ciò consentirebbe di aumentare il numero di bottiglie prodotte per un dato costo, andando forse anche per questa a via ad annullare il risparmio di petrolio.
Si potrebbe poi, volendo allargare il discorso ad  una prospettiva più ampia, aggiungere la nota questione di portata più generale relativa all'opportunità stessa della produzione di acqua minerale per la vendita, considerati i connessi problemi di trasporto e di inquinamento.
Insomma, non capita tutti i giorni di vedere un operazione di marketing ‘verde’ che inanella una così elevata serie di marchiane ingenuità.
Uno degli aspetti più drammatici di queste trovate di marketing è che non si tratta invece di opportunismi e inganni intenzionali, ma proprio del risultato cognitivamente ridicolo di pur significativi investimenti e sforzi di 'innovazione'; per i quali vengono impiegate risorse, umane e materiali, soldi, energia intellettuale e fisica, che visti da fuori, potrebbero ovviamente essere meglio utilizzate, piuttosto che a sviluppare degli inutili palliativi. Così che la transizione ecologica perde il carattere di cogente realtà per essere condizionata in via quasi esclusiva dalle pratiche identitarie, nonché ovviamente da una buona dose di ignoranza.


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Tale esposizione critica illustra tutta una serie di elementi di cui è fatta la realtà sociale, e delle possibilità di critica che in essa si aprono. Come nota Boltanski, ciò che consente di istituire la realtà è anche ciò che in quanto tale si espone alla critica e che pertanto la rende possibile. Il che la rende particolarmente utile per illustrare la centralità dei concetti di 'strutture' e di 'inferenze':
L'azienda Levissima produce un'azione, la bottiglia nuova, e descrive questo processo in un certo modo. Avanza in questo modo una pretesa. Intende descrivere e rappresentare una prassi; e intende con ciò stabilire e carpire il significato centrale che tale prassi induce-produce. Necessariamente a livello implicito, essa si basa su alcune strutture da cui trae certe inferenze: le strutture sociali coinvolte e date per scontate sono quelle direi di base in un progetto di investimento industriale: il ruolo di innovatrice che hanno le imprese in un'economia di mercato capitalistico, e quindi la necessità di incontrare nuove sfide e richieste provenienti 'dai mercati'; le strutture sono poi quelle che spingono ad una certa modalità di affrontare queste sfide: laddove il ruolo legittimato e istituzionale nell'organizzare la produzione nazionale è dato alle imprese private in competizione - il che ovviamente si basa su tutta una serie di condizione, inferenze, assunzioni, fatti ovviamente molto complessi - una delle strutture molto forti è quella per cui le innovazioni che possono essere affrontate sono quelle che rispettano modi e vincoli dell'organizzazione imprenditoriale, dei vincoli di bilancio, della redditività. Per questo motivo, laddove si pretenda l'innovazione, le imprese si trovano delegate a rispondere a tutta una serie di esigenze e di richieste, che per loro sono dei dati più o  meno esogeni, ma non potranno che volerle raggiungere mantenendo il significato della propria attività industriale, ciò che le rende quelle che sono, e quindi prevedibili, istituzionali e legittimate, per questo motivo ciò che ai loro occhi appare come una 'buona innovazione', come una innovazione sensata e quindi tale, è quella che loro come tali possono ottenere restando le stesse, cioè, essenzialmente quelle modalità di innovazione che in base alle loro conoscenze non le manda in bancarotta! - Il ragionamento  implicito in base a cui si può ricostruire la prassi, è quindi qualcosa di simile a questo:

"la nostra impresa ha questi margini di investimento, il mercato ci chiede qualcosa di ecologicamente sostenibile, i nostri esperti ci dicono questo, quindi questo è ecologico-etico, ciò aumenta e conferma la nostra legittimazione economico-sociale, il mercato è probabile che premierà tale comportamento - quindi ciò ha valore, e va fatto."

- All'interno del - 'i nostri esperti ci dicono questo', si svolge  in forma delegata la costruzione di altre strutture - una serie di affermazioni date per vere, a cui adeguarsi."
- L'attività della critica si basa ovviamente sul recepire delle discrasie tra i dati e le inferenze, tra ciò che si afferma e ciò che si fa derivare da talune affermazioni. Trasformare le strutture in inferenze, e quindi come tali assoggettabili alla critica: 'chi dice che quel fatto è come dici te, e quindi  qualcosa tale per cuio derivano certe inferenze?' E se anche fosse come dici te, il magari è ovvio per tutti, non derivano comunque necessariamente certe conseguenze, ma solo a certe condizioni. Condizioni contingenti e/o comunque modificabili. Magari storiche e con un certo grado di durata e quindi di resistenza al mutamento. Oggettive ma contingenti.
Chi dice che siccome quello era l'unico progetto a cui avete pensato, allora deve essere anche sostenibile realmente? Quali proprietà sono state attribuite alle informazioni che vi hanno dato gli esperti? E' evidente che i punti che ho riportato per criticare su vari fronti la bottiglia costituiscono delle attribuzioni di rigidità ad altri fattori che non sono neanche entrati nella valutazione del progetto imprenditoriale. Le 'conseguenze effettive' delle azioni determinano sicuramente una parte del significato delle azioni. Il significato essenziale che la ditta ha preteso di poter attribuire alla sua azione è quello di 'un esempio di pratica ecologicamente sostenibile'- composta dalle credenze di base ritenute vere: il mais è fatto di pianta organica e quindi è sicuramente più ecologico e naturale di una bottiglia fatta solamente di plastica - e tanto basta a renderla ecologicamente sostenible-  ciò è sufficiente materialmente a produrre azioni ed effetti coerenti con uno stato del mondo ecologico - questa è una struttura nella misura in cui produce attese generalizzate di reazioni e comportamenti reciproci, nel caso specifico di approvazione e di collegamento semantico ad altre pratiche ecologiche - la capacità di rimando al complesso degli oggetti simbolicamente caratterizzati e connessi in quanto ecologici, come facenti parti del complesso delle 'pratiche sostenibili'. E tale collegamento è appunto condiviso nella sua datità e indisponibilità soggettiva o (magari collettiva no, ma comunque si nel periodo di tempo pertinente alla prassi).
  Quale meraviglia per i nostri ingegneri scoprire che magari nessun ecologista o rivista competente ne parla bene, la pubblicizza o la compra! - Questo è il punto!
Di tutto un complesso di credenze interrelate che fa da sfondo (Schutz e Berger e Luckmann), ce ne sono poi alcune che sono strettamente interrelate all'azione attuale: se voglio pubblicizzare la nuova bottiglia non è direttamente pertinente il fatto che il mio bus passi o che domani le persone non si trasformino in zombie, per quanto questi siano dei fatti essenziali e costituiscano delle condizioni indispensabili: sono appunto lo sfondo di base non tematizzato nella sua contingenza (il fatto degli zombie ovviamente non ha lo stesso grado contingenza dell'arrivo del bus!). Tuttavia il fatto che sia più o meno vero il fatto che quella produzione di bottiglie contribuisca a ridurre le emissioni di gas serra o le varie forme di inquinamento, è una questione esattamente pertinente. Questo confronto determina quindi il possibile significato connesso ad una prassi. E' vero o no che l'impatto sul prezzo del petrolio aumenta o diminuisce? Se il prezzo diminuisce allora non contribuisce alla costruzione di un sistema economico e sociale ecologicamente sostenibile.. Perché lo dice la parola! E' qui che si vede che ogni conflitto sociale si svolge attraverso un conflitto semantico e ontologico, cioè relativo alle proprietà intrinseche oppure contingenti degli enti.
E' interessante come l'impresa parta da una concezione del tutto autoreferenziale di sostenibilità ecologica. Io non so ovviamente se e quanto la Levissima abbia discusso e poi ascoltato le opinioni di reali esperti di impatto ambientale. Sia che gli abbia ascoltati senza aver agito 'di conseguenza' o che abbia agito appunto in base a quello che lei credeva fosse coerente e conseguente a suggerimenti che magari erano troppo generici-astratti, in entrambi i casi  diventa evidente quanto la determinazione del significato e delle reazioni pertinenti, cioè delle azioni e dei temi che vi si connetteranno (i sistemi di azione e comunicazione - vedi Sparti e Luhmann) sono sempre soggetti a conflitto e reinterpretazione e critica, facendo riferimento ad altri dati di realtà, esempi e criteri di rilevanza. In bae cioè alle eseprienze e dati che emergono in altri contesti pratici e conoscitivi, sulla cui base criticare la particolarità e la ristrettezza, la parzialità della posizione. In vista di una contrattazione che possa aspirare ad una intesa, a una rinegoziazione del significato in base al riferimento a strutture, dati e inferenze accettabili secondo maggiori criteri di universalismo e generalità. (Habermas e Boltanski).
Infatti le azioni sono sempre sociali, pertanto non posso decidere io cosa intendere come ecologico e cosa no...! E se voglio fare qualcosa di ecologico, devo fare riferimento ai criteri di identificazione e di classificazione del sapere migliore disponibile al momento in un dato contesto. Il significato e le inferenze hanno questo strano carattere ambivalente - come dice Giddens 'di risorsa e di struttura al tempo stesso' - di dato oggettivo ma storico e mutevole, sempre obbligato a rappresentare coerentemente le infinite diversità delle prassi, ma in modo al tempo stesso di classificarle rendendole socialmente riconoscibili e capaci quindi di orientarle.

venerdì 4 settembre 2015

A FAVORE DI UN CONCETTO SEMPLICE DI IDEOLOGIA

    E' da un po' che mi frulla in testa questo proposito, ma che non ho mai avuto modo di elaborare per bene, per cui approfitto del blog, che d'altronde ho deciso di aprire proprio a questo scopo.
    Il proposito è quello di ridare forza ad un concetto semplice di ideologia, in contrasto a tutte le varie concezioni epistemiche, relativistiche, antirelativistiche rifiorite negli ultimi decenni nel tentativo di ridefinire un concetto percepito troppo legato alla tradizione marxista. Il mio scopo è invece quello di portare acqua ad una concezione dell'ideologia intesa semplicemente come forma del 'conflitto di interessi'.
    L'intento delle prospettive 'epistemologiche' dell'ideologia era prima quello di tutto di cercare di rifuggire dalla prospettiva 'scientifica' in base alla quale con il materialismo storico si conosceva la verità mentre gli altri non vedevano l'influenza totalizzante dei rapporti capitalistici su tutte le sfere di vita e le espressioni umane. Di conseguenza c'era una classe sociale che era potenzialmente portatrice della verità riguardo al condizionamento generale dei rapporti produttivi, cioè della realtà del lavoro nell'edificazione di tutto quanto il mondo sociale. La classe operaia aveva quindi un ruolo epistemico privilegiato riguardo alle logiche che governano il mondo sociale (sono loro che lavorano e che quindi costruiscono il mondo, e solo il potere degli altri impedisce un'edificazione in base a principi socialisti che essi già praticherebbero nel lavoro se non fosse a causa di arcaiche istituzioni proprietarie); di questa verità dovevano progressivamente essere portati a conoscenza grazie agli intellettuali formati nella teoria sociale del 'materialismo storico'; a questo punto la società si sarebbe progressivamente illuminata dall'interno riguardo alla verità dei fondamenti dell'autorità, svelando la falsità delle narrazioni Ideologiche in base alle quali esse legittimano la propria posizione di privilegio e di governo, e mostrandone così infine il ruolo semplicemente oppressivo e parassitario.
    Dopo varie vicissutini storiche e teoriche che non è certo il caso di affrontare e riassumere qui, diciamo che in sostanza il nucleo di partenza relativo alla scoperta di una verità scientifica riguardo al mondo sociale, ai fondamenti del potere e ad un motore primo del mutamento storico-sociale, fu quello ad essere messo più seriamente in discussione. Da qui il noto problema del relativismo scettico -anche se io preferisco parlare di un 'soggettivismo dell'opinione' sopratutto nel modo in cui certe questioni filosofiche entrano poi in gioco nell'arena politica del senso comune - : "quando neanche 'gli scienziati' sanno cosa è vero, come fare a distinguere quando una posizione è 'ideologica', cioè evidentemente falsa in quanto funzionale al perseguimento di interessi particolari, da una vera?" Come fare, in politica,  a capire se è effettivamente indispensabile ridurre le pensioni o se invece si tratta di una politica influenzata da convinzioni e credenze errate riguardo a vincoli e possibilità immanenti al mondo sociale, credenze magari funzionali alla volontà di mantenere certe posizioni di privilegio? Quanto per esempio il 'neoliberismo' è ideologico e quanto invece rispecchia, tiene realmente conto, della presenza reale di 'vincoli' strutturali, scontrarsi sui quali non potrebbe che, in ogni situazione umanamente vivibile e auspicabile, creare danni immensi?
    Molte rivisitazioni del concetto di ideologia tentano appunto di mantenere tale concetto critico e polemico, appunto con l'intento di resistere alla tentazione di molti relativisti, nichilisti, costruttivisti, secondo cui tutte le opinioni sono relative a certe condizioni e contesti e quindi non è possibile stabilire una posizione più realistica di altre. Ogni compromesso è appunto solamente tale, ma anche ogni buona ragione portata risponde a criteri solo locali di validità, e non può quindi che dipendere sempre e soltanto dalla differenza di potere in gioco.
   Anch'io penso che si debba mantenere il concetto di ideologia in quanto critico. Poiché una verità da scoprire esiste, per quanto locale e storica: a partire cioè da determinate proprietà generalmente attribuite agli oggetti sociali, e presi quindi come dati determinati vincoli storico-istituzionali; tale ricerca della verità è possibile ed è un valore; ed infine perché penso che le differenze di potere presenti nelle società si sostanzino, e influenzino, in maniere essenziali, i diversi gradi di legittimità, diffusione, credibilità, autorevolezza, accordata a certe narrazioni su come è fatto il mondo, su come dovrebbe essere, su perché è diventato nel modo in cui è, e su quali sono i mezzi migliori e più efficiaci per raggiungere certi stati ritenuti socialmente desiderabili.
    Evitando subito di impelagarmi sulla relazione verità/ideologia, e sui numerosi modi in cui è possibile sostenere convinzioni che si rivelano errate, sui vari 'condizionamento sociali' di una rappresentazione dal punto di vista gnoseologico e di sociologia della conoscenza; svicolo appunto facendo diretto uso della nozione semplice e classica di 'conflitto di interessi'.
    In generale, se io ho un qualche attaccamento al mio modo di vita attuale, tenderò a ritenere che ciò che è favorevole a me, sarà anche favorevole alla società nel suo complesso. E' in sostanza, ideologica, in quanto portatrice di un conflitto interesse, la tendenza a pensare che ciò che fa bene a me fa bene a tutti. Ciò che è importante e buono per me sarà importante e buono in generale; ciò di cui ho bisogno io è lo stesso di cui c'è bisogno in generale; soddisfare le esigenze di 'quelli come me' non può che migliorare la situazione complessiva.
    Questo è secondo me il nucleo essenziale esistenziale e umano che da origine a un'ideologia. Al di là di una credenza semplicemente individuale, che riguarda vicende solo personali (mi piace la pizza e cercherò di insistere per mangiare la pizza), l'interesse sociologico e politico per il concetto di ideologia riguarda 'narrazioni sulla società', e per questo orientano discussioni pubbliche e decisioni pubbliche. Cioè, un concetto di ideologia 'semplice, di interesse sociologico, non deve focalizzarsi su ogni tipo di credenza falsa ed erronea, nè di tutti possibili errori in generale derivanti da una qualche forma di difesa delle proprie posizioni, ma solamente di quei discorsi sulla società in generale, relativamente elaborati, che tendono a legittimare il sostegno simbolico a determinati ruoli e funzioni presenti nella società, nonché le prassi che li caratterizzano.
    In questo modo, facciamo nostre quelle che si possono considerare delle acquisizioni ormai imprescindibili riguardo all'impossibilità di affermare certe verità indiscutibili sui moventi degli eventi sociali, anche se non diluiamo le ideologie all'interno del generale ruolo del significato  e della cultura nella costruzione del mondo sociale, cioè nel dare ruoli e funzioni al mondo materiale (dalla natura, ai corpi, alle azioni) coinvolto nelle prassi umane. Non dobbiamo cioè negare il ruolo del potere e dell'arbitrio, e il solo modo per riconoscerli non è dire che tutto è potere, arbitrio e contingenza, bensì il contrario: le strutture del mondo materiale e sociale esistono, per cui è possibile dire delle verità; queste verità sono molteplici e locali, e distribuite socialmente (le esperienze sono diverse, e i modi in cui si interpetano sono differenti), ma ci sono; e la loro compresenza crea conflitti relativamente a ciò che è necessario o possibile fare.
    In ogni caso, per non impelagarsi appunto in questi temi enormi sul costituirsi della realtà sociale (che intendiamo appunto affrontare via via nel corso dei post), è impossibile negare che, anche all'interno dei criteri di validità e di verità di un contesto sociale, (sempre per distinguere i discorsi ideologici dai più generali processi di reificazione e naturalizzazione della realtà storico-sociale), delle posizioni ideologiche come le ho intese qui siano facilmente rinvenibili e diffuse, che siano anche in maniera relativamente facile intendere come vere, cioè rispettose di certi dati sociali e che descrivono quindi coerentemente determinate posizioni individuali nella società, ma evidentemente anche sempre potenzialmente 'interessate', cioè coinvolte/coinvolgibili nei processi di rappresen-tazione-descrizione-giustificazione delle proprie prassi - e che questo concetto possa insomma avere un ruolo importante da giocare. - Proprio mentre scrivevo questo post ho trovato in rete un articolo del sociologo John Levi Martin, appunto sull'ideologia, ma che non ho avuto ancora abbastanza tempo per leggerlo con attenzione, ma che nell'abstract afferma: "political ideology can best be understood as actors’ theorization of their own position, and available strategies, in a political field". Diciamo che anche secondo me le ideologie sociologicamente interessanti sono quelle che potremmo chiamare le'ideologie politiche' e poi mi pare insomma che anche Levi Martin dica un po' quello che dico io: ''la teorizzazione da parte degli attori della propria posizione (nella società) e delle strategie disponibili, all'interno di un campo politico". Una definizione magari un po' asettica riguardo alla dinamica delle 'appartenenze' e delle passioni identitarie, che possiamo però facilmente agganciare dicendo: ' teorizzazione - legittimante - della propria posizione' e la ricerca di 'strategie disponibili - atte a sostenenerla', poiché difficilmente uno sarà interessato al posizionamento reciproco nella lotta politica e all'analizzare le possibili strategie in astratto senza connetterle alla difesa di supposti interessi o benefici che lo riguardino.
    Tutti insomma, nelle discussioni politiche, tendiamo a dare una rilevanza sociale a quello a cui siamo appassionati e a quello in cui crediamo; a quello in cui siamo identitariamente coinvolti, anche solo per il tempo di vita che magari ci spendiamo. E tendiamo quindi a dare approvazione a quelle idee e posizioni che attribuiscono a ciò che conta per noi 'il posto che merita'. Prendiamo da tali narrazioni una conferma a difesa della nostra condizione e della nostra identità (intendo identità nel senso di un'unità biografica ordinata in base a certe passioni prioritarie e singolarmente fondamentali); le utilizziamo come un repertorio di esempi e controesempi, con cui ribattere - e combattere - ciò che si pensa possa metterle in pericolo. E' evidente che all'origine c'è un'esigenza di giustificare di fronte alla società, ad un altro generalizzato, una posizione: da un lato, dato che si parla di questioni collettive non è possibile rivendicare esplicitamente un interesse personale - da Peirce e Mead, a Piaget, e Habermas su tutti, è stata evidenziata la necessità di una pretesa di validità transcontenstuale e impersonale. Dall'altro lato, possiamo ricordare la massima kantiana, che rappresenta un'istanza importante, che dice che un'azione può essere virtuosa solo se è possibile farla praticare a tutti facendola rimanere virtuosa ("ma se lo facessero tutti?"). Poiché in una società moderna la normatività immanente alle prassi sociali e discorsive esige un'istanza universalistica, una posizione politica può essere valida solo se resiste a questo parametro di validità. Non si tratta quindi tanto di psicologizzare il discorso sull'ideologia come se si trattasse di convinzioni e pretese idiosincratiche, quanto di evidenziare le pretese avanzate di validità politica, ed è lì che il discorso diventa di interesse socio-politico, e si può parlare di ideologia politica.
    A questo possiamo aggiungere che, in base a questa prospettiva, quello che spesso viene inteso come  quando si parla di grandi ideologie, grandi correnti culturali (come per esempio nel libro 'antisemitismo. Un'ideologia del novecento'), o come appunto il 'neoliberismo', io ritengo più opportuno parlare di proposte di interpretazione dell'attualità, dello 'spirito del tempo', in riferimento alla presenza di un'egemonia. Cioè, quando si parla di 'ideologia neoliberista' o altro, sarebbe meglio dire: 'egemonia delle idee neoliberiste'; e, dato il significato polemico, le sue conseguenze negative (di cui non ci sarebbe da sorprendersi poiché la loro verità consiste solamente nella loro utilità in funzione del mantenimento di determinati status quo). L'accusa di ideologia manifesterebbe insomma il fallimento della pretesa universalità della posizione appoggiata, e lo smascheramento del particolarismo dell'opinione sostenuta - cioè la sua insufficienza e carenza nel considerare realmente la complessità di tutte le esigenze sociali, i conflitti e le faticose necessarie composizioni. Tende quindi a confondersi egemonia di determinate idee ed egemonia di determinati gruppi sociali. (Come identificare un gruppo sociale non è in ogni caso una questione semplice, anzi! - per questo preferisco fare riferimento ad affermazioni indivduali). Viceversa, quindi, una posizione conquista una rilevanza egemonica quando riesce ad inglobare gli interessi di soggetti diversi da quelli in cui si origina l'ideologia: quando questi soggetti riescono in qualche modo a convincere gli altri soggetti che gli interessi del primo coincidono con gli interessi di tutti. Per questo motivo essa riesce a superare la prova dell'universalismo; non si presenta più come l'espressione di un interesse particolare, ma può aspirare a presentarsi come difesa degli interessi generali. Questo gruppo ha, ex ante o ex post è impossibile stabilirlo a priori, una posizione epistemicamente avvantaggiata e privilegiata: riesce a vedere ciò che è meglio per tutti; incarna gli interessi (gli ideali?) più diffusi e generali. Queste convinzioni  riguardo ai diversi interessi riescono o vogliono integrarsi nella nuova dottrina ideologica, vengono comprese al suo interno. A questo punto l'interesse del gruppo originario viene percepito come un risultato indiretto e secondario. Non inficia la bontà dell'ispirazione generale. E' chiaro quindi che al limite smette di essere strettamente ideologica, la cui eventuale 'irrealtà' si basa sulla riproposizione di accuse riguardo alla non universalità e alla accusa di (fosse anche nuovo e rinnovato, cioè storicamente successivo) particolarismo. Nel caso in cui tali critiche non trovino accoglienza nonostante il rispetto dei migliori canoni epistemici, il concetto di egemonia sfuma nel generale processo di costruzione culturale della realtà sociale, da cui dovrebbe tuttavia esserne a mio avviso distinto in base alla possibilità di ricostruirne un'origine legata ad una rivendicazione di privilegio epistemico da parte di determminati gruppi sociali (partiti, elite, movimenti sociali, classi, professioni).
    Una posizione ideologica è quindi il tentativo di far guadagnare una rilevanza egemonica a narrazioni che rappresentano valori esemplificativi di certe prassi caratterizzanti determinati ruoli e funzioni sociali. Solitamente queste sono quelle che difendono le posizioni in cui ci troviamo noi, ma non è escluso il contrario, cioè che noi ci affezioniamo a certe posizioni e idee perché siamo convinti della loro bontà etica e politica: data la rilevanza psicologica e sociale delle idee di giustizia (accennavamo prima: Kant e Mead), una bontà dimostrata è parte essenziale per l'approvazione e la scelta di prassi e stili di vita. (Decidiamo di dedicarci a certi lavori e certe professioni anche perché né riconosciamo il valore storico-politico, in base a convinzioni e rappresentazioni più o meno vere o stereotipate). Per questo le ragioni hanno un ruolo essenziale da svolgere nella critica all'ideologia, all'esercitazioni alla democrazia come universalismo e pluralismo (vedi i libri di Bohmann e Parietti sulla democrazia deliberativa).
    Affinché non diventi egemonica una narrazione e una rappresentazione della società totalmente ex-novo, estranea al contesto, cosa impossibile e neanche auspicabile, ogni aspirazione all'egemonia, cioè ad un rinnovamento dei rapporti di forza in una società, non può quindi che passare dal sostegno, dalla legittimazione, alle pratiche portate avanti da certi gruppi e certe persone, cioè non può che essere ideologica. Ma diventerà egemonica tendenzialmente solo quando si separerà dal rappresentare - e celebrare -  coerentemente solo la situazione del gruppo di origine, ma diventa capace - magari diventando astratta e generica - di mostrarsi potenzialmente coerente, o non incoerente, con le aspirazioni e situazioni di altri gruppi e ruoli.
    Una società politicamente attiva, culturalmente attiva, non può quindi che essere conflittuale, democratica, liberale, ma sopratutto sperimentale - quindi pluralista.